Il teatro della tosse

Eros Pagni ne «La tempesta» data l'anno scorso nell'ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi» (foto di Fabio Donato)

Eros Pagni ne «La tempesta» data l’anno scorso nell’ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi»
(foto di Fabio Donato)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

A Genova, come forse qualcuno saprà, esiste un teatro illustre (fu diretto dai grandi Tonino Conte ed Emanuele Luzzati) che si chiama Teatro della Tosse. Non so esattamente perché si chiami così, ma sta di fatto che ce l’abbiamo anche noi, e moltiplicato: in pratica, tutti i teatri napoletani sono teatri della tosse, nel senso che la stessa, la tosse appunto, vi costituisce una pratica diffusissima, e non meno pertinace.
Un angoscioso dilemma, in effetti, turba il già precario sonno del cronista costretto a frequentare quei teatri per lavoro: durante gli spettacoli, sono più numerosi i cellulari accesi o i colpi di tosse non spenti? E la faccenda riguarda sia gli spettatori in sala che gli attori sul palcoscenico.
Certo, la vita degli attori è stata sempre grama. Ma negli ultimi tempi lo è diventata di più, fino all’assillo. Ha cominciato a denunciarlo Eros Pagni, uno dei superstiti mattatori, quando ha dichiarato che ormai non riesce a sopportare le platee di settantenni che si trova di fronte. Poi se ne son venuti Nancy Brilli e gl’interpreti de «La grande magia» del nostro Stabile, i quali hanno messo sotto accusa i loro datori di lavoro («donatori», direbbe la Veronica dell’impareggiabile Rosalia Porcaro) perché da mesi e mesi non li pagavano. Agli attori, inoltre, tocca sempre più spesso, al termine dello spettacolo, il disappunto di vedersi girare le spalle dal pubblico, che scappa via di corsa dopo appena uno stitico applauso di rito. L’ha sacrosantamente stigmatizzato su questo giornale Claudia Mirra del Diana. E infine, ecco la tortura, per gli attori che stanno recitando, della tosse continua che dalle poltrone sale a coprire le loro battute.
Per questo – qualche anno fa, e proprio al Diana – Lina Sastri fu costretta a sospendere lo spettacolo. E non voleva saperne di rientrare in scena, ci vollero tutta la pazienza e la forza di persuasione della cara, indimenticabile Mariolina Mirra per convincerla a cambiare parere. Roberto De Simone dichiarò che la Sastri aveva sbagliato a comportarsi così. Ma De Simone è abituato a tutt’altre situazioni. A vedere i suoi spettacoli quelli che fanno la tosse non ci vanno. E se pure qualcuno di loro ci va, è talmente occupato a discernere i significati profondi dello spettacolo che si dimentica di farla.
In ogni caso, sono tre le attività a cui si dedicano gli spettatori teatrali d’oggi: o dormono o smanettano sugli smartphone o, per l’appunto, tossiscono. D’accordo, ce ne sarebbe una quarta, quella praticata da coloro i quali s’interessano a quanto succede sul palcoscenico: ma costoro rappresentano un’esigua minoranza, per cui non vale la pena di prenderli in considerazione. E per quanto riguarda la lotta per il primato ingaggiata dalle altre tre attività in questione, è un testa a testa fra gli smanettatori e i tossitori.
Con i tempi che corrono, però, la faccenda minaccia di debordare dal semplice ambito del raffreddore. Immaginate un pubblico che stia assistendo a una tragedia shakespeariana, una di quelle in cui si succedono senza posa gli ammazzamenti per conquistare una corona. Ci sarebbe sicuramente, in mezzo a quel pubblico, qualche spettatore che, sentendo tossire insistentemente il proprio vicino o la propria vicina, piglierebbe i proverbiali fischi per fiaschi e scambierebbe le sanguinolente corone del Bardo per un altro tipo di corona, più micidiale persino di Riccardo III e Macbeth messi insieme.
Paradossi, iperboli e scherzi (ma non tanto) a parte, a me viene adesso un sospetto: vuoi vedere che la tosse dilagante nei teatri è una nuova forma di dissenso verso gli spettacoli giudicati negativamente o, comunque, non graditi?
Un tempo, in un’epoca assai lontana, c’era la salutare abitudine di protestare contro gli spettacoli brutti lanciando sul palcoscenico pomodori o altri ortaggi. Ma adesso quell’abitudine s’è persa, e per due motivi: da un lato gli ortaggi costano troppo (ne occorrerebbero, per giunta, quantità industriali per poter protestare adeguatamente contro la folla immane di obbrobri che oggi si riversa dai palcoscenici) e, dall’altro, l’età media degli spettatori (quelli tirati in ballo da Eros Pagni) sconsiglia l’esercizio dei lanci in questione, c’è il rischio di slogarsi una spalla.
Meglio, molto meglio, dunque, optare per i colpi di tosse a ripetizione: non costano nulla, né in fatto di soldi né in fatto di sforzi fisici; e rispetto agli ortaggi ottengono lo scopo con più certezza e radicalità, come dimostra l’episodio di Lina Sastri citato.
Ad ogni buon conto, pare che i teatri, quelli pubblici e quelli privati, stiano studiando misure adeguate per far fronte al problema: visto che in genere non sono molto stabili anche se sono Stabili, cercheranno di rabbonire gli attori che non pagano o pagano con ritardo almeno risparmiando loro il fastidio derivante dalle gole irritate degli spettatori; e corre voce che il primo provvedimento che prenderanno in tal senso consisterà nell’omaggio di una pastiglia contro la tosse per ogni biglietto acquistato. A chi, poi, si farà l’abbonamento, non importa se a prezzo pieno o a prezzo stracciato, di pastiglie contro la tosse verrà regalata una scatola intera. Così la smetteranno di lamentarsi, quegl’impiccioni degli attori. Staranno al sicuro per un bel po’.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 13/2/2020)

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2 risposte a Il teatro della tosse

  1. Gabriele Riegler scrive:

    Caro Enrico,
    oggi, pur settantenne, non mi riconosco nel giudizio, ovviamente generalizzato, del bravo Pagni, perchè l’interesse verso una rappresentazione o l’idiozia sono categorie indipendenti dall’età! D’altronde già quando ero giovane il buon borghese napoletano frequentava il San Carlo (rigorosamente al turno A) ed il Politeama (rigorosamente alla “prima”) e colpi di tosse o di sonno erano all’ordine del giorno. Fortunatamente ancora non c’erano i cellulari.
    La Sastri, se aveva accettato di lavorare al Diana, da napoletana doveva sapere che perlopiù (anch’io non voglio generalizzare) il pubblico della sala di via Luca Giordano è di vomeresi che non vanno “a” teatro, bensì “al” teatro per convenienza logistica, e magari ci arrivano stanchi…
    A Napoli si osservano migrazioni sociologiche nei teatri: il Mercadante è oggi quello che era il Politeama di una volta, il Bellini prima molto frequentato da un pubblico che proveniva dalla Provincia oggi è frequentato da molti giovani come prima era il Nuovo; il Nuovo, da quando è gestito da Alfredo Balsamo, ha cambiato repertorio e pubblico. Credo sia meritoria l’attività dei tanti altri piccoli teatri che diffondono l’interesse verso quest’arte.
    Sempre grazie per le tue recensioni, utili ad approfondire aspetti che anche a un appassionato come me sfuggono.
    Gabriele Riegler

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Gabriele,
    è vero che, come dici, “l’interesse verso una rappresentazione o l’idiozia sono categorie indipendenti dall’età”, ma è vero anche che, in età avanzata, generalmente scema, per ovvie cause naturali, la capacità di tener desta oltre un certo limite di tempo l’attenzione verso una rappresentazione. Credo che a questo si riferisse Eros Pagni. E comunque, non mi pare che costituisca un sintomo di buona salute il fatto che il teatro venga ormai frequentato in prevalenza da anziani. La scarsa presenza dei giovani impedisce, in tutta evidenza, l’aprirsi del teatro medesimo agli stimoli della contemporaneità e, quindi, il suo volgersi ad autori, registi e interpreti che di quella contemporaneità sono imbevuti. Dubito molto che il loro pubblico, composto in maggioranza dai suddetti settantenni, possa invogliare i teatri a mettere in cartellone con la necessaria frequenza gente come, tanto per fare qualche nome, Sergio Blanco, Antonio Latella e Daria Deflorian. Sì, ogni tanto compaiono, qua e là, ma si trovano in nettissima e pericolosissima minoranza rispetto ai vari Luigi Pirandello, Marco Sciaccaluga ed Elisabetta Pozzi: rispetto, cioè, agli autori, ai registi e agli interpreti del teatro “ufficiale”, quello frequentato, in maggioranza, per l’appunto da “over” tossitori, di null’altro preoccupati che di far salotto (in attesa che cominci lo spettacolo e negli intervalli) oltre che di smanettare sui cellulari (durante lo spettacolo).
    In ogni caso, sono io che ringrazio te per l’attenzione che continui a riservarmi.
    Enrico Fiore

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