Coppie scoppiate fra cagne, pompieri e bambini «complicati»

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un momento di «Tre rotture», in scena al Teatro di Rifredi ( le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Niccolai)

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un momento di «Tre rotture», in scena al Teatro di Rifredi
(le foto che illustrano questo articolo sono di Francesco Niccolai)

FIRENZE – «Ti ricordi della nostra prima notte? Quel fuoco che c’era tra di noi… Io ti ho amata… ardentemente…». Così dice lui a lei sul punto di lasciarla. Ma prima l’aveva legata con un braccio al letto e le aveva versato addosso un bidone di benzina. E prima ancora le aveva confessato di aver perso la testa per un pompiere.
Parliamo della seconda delle situazioni contemplate in «Tre rotture», il testo di Rémi De Vos che il Teatro di Rifredi presenta, per la prima volta in Italia, nella traduzione e per la regia di Angelo Savelli. E come risulta evidente, s’impone di nuovo la caratteristica portante – già posta in evidenza dall’altro testo di De Vos, «Alpenstock», proposto dal Teatro di Rifredi nel 2018 – dell’autore francese in questione, che, non a caso tradotto in ben quindici lingue, è oggi uno dei più interessanti drammaturghi d’Europa: una comicità nello stesso tempo surreale, paradossale e agghiacciante che si manifesta, sul filo dell’iperbole, attraverso un continuo slittamento di senso.
Il tema qui svolto è quello, classico, della coppia che scoppia. E del motivo principale che determina lo «scoppio» De Vos esamina, per l’appunto, tre varianti: la prima incarnata da Diva, la cagna di lui che lei non sopporta, la seconda dal pompiere di cui sopra e la terza da un figlio di cinque anni «complicato» quanto basta per impedirne ai suoi genitori una gestione pacificamente condivisa. E le tre varianti vengono sviluppate, per ciò che attiene al dato espressivo, sulla traccia dell’idea centrale dichiarata dall’autore: «Il comico è un mezzo per sbarazzarsi di qualcosa che non è affatto comico».
Eccovene, per cominciare, l’esempio relativo alla sequenza iniziale della prima rottura. Lei annuncia a lui che vuole lasciarlo, gliel’annuncia al termine di una cena particolarmente elaborata. E ne seguono scambi di battute come questo: L’uomo: «Mi lasci per davvero?» – La donna: «Sì» – L’uomo: «Non è un colpo di testa?» – La donna: «No, è una decisione lungamente maturata» – L’uomo: «Però avevi deciso di comunicarmela durante la cena?» – La donna: «Non durante, alla fine» – L’uomo: «Alla fine della cena» – La donna: «Sì» – L’uomo: «Perché?» – La donna: «Non avresti mangiato il dolce» – L’uomo: «Che importanza poteva avere?» – «La donna: «Mi sono data molto da fare per prepararlo».
Si capisce, sì: nel testo di De Vos fa capolino un signore che si chiama Ionesco. E vi si coglie, allora, il riverbero della celeberrima scrittura di quest’ultimo, fondata sulla ripetizione ossessiva degli stereotipi del linguaggio corrente: i quali, assunti a titolo di esatto corrispettivo di comportamenti (e gesti, anche minimi) capaci di approdare soltanto alla solitudine e all’incomunicabilità, si traducono – lo sappiamo – in una drammaturgia statica e astratta, che celebra – per quanto attraversata da una comicità che può essere apparentata a quella di Labiche, di Chaplin o addirittura, secondo una dichiarazione dello stesso Ionesco, dei fratelli Marx – unicamente il vuoto e l’assenza.

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un altro momento dello spettacolo, diretto da Angelo Savelli

Monica Bauco e Riccardo Naldini in un altro momento dello spettacolo, diretto da Angelo Savelli

Ciò che però distingue De Vos, e costituisce, a mio parere, il pregio fondamentale del suo teatro, è una crudeltà tanto più affilata e spietata quanto più, in superficie, morbida e svagata. Ne fa fede, poniamo, il «contrappasso» che, sempre nella prima rottura, l’uomo infligge alla donna: la lega a una sedia e la ingozza di cibo per cani. E si tratta di una crudeltà che con abile strategia il commediografo francese esalta per mezzo della circolarità e della specularità.
Per restare all’esempio della prima rottura, se in precedenza la donna aveva detto all’uomo di aver voluto «chiudere con un bel momento», spiegando: «Ti consolerai ricordandoti della cena», in seguito l’uomo dirà alla donna: «Meglio chiudere con un brutto momento, così tu non avrai nulla da rimpiangere». Mentre, per quanto riguarda la comicità fondata sullo slittamento di senso, faccio l’esempio del dialogo che nella seconda rottura si svolge fra la donna e l’uomo dopo che lui le ha rivelato la sua sbandata per il pompiere: La donna: «Mi stai dicendo che tu sei diventato improvvisamente frocio?» – L’uomo: «Non so cosa voglia dire questa parola» – La donna: «Frocio vuol dire un uomo che desidera altri uomini» – L’uomo: «Io non desidero gli altri uomini» – La donna: «Per fortuna. Per un momento ho creduto che tu fossi diventato frocio» – L’uomo: «Io desidero lui».
Ora, c’è da aggiungere che le «rotture» in parola De Vos le aveva esaminate in tre testi distinti, scritti indipendentemente l’uno dall’altro. E l’idea principale della traduzione e della regia di Savelli, idea senz’alcun dubbio eccellente, è stata quella d’incastonarli in una cornice unificante, come in una pala d’altare, un trittico, scandito da quadri di Magritte, Bacon e Mondrian, sul malessere odierno dello stare insieme.
Di conseguenza, l’ambiente qui proposto (la scena è di Federico Biancalani) allude a un laboratorio in cui si studiano i comportamenti sociali, con un ricercatore in camice bianco che prende appunti mentre vengono esibiti in successione prima uno smoking e un abito da sposa bianco con un gran fiocco davanti (la forma del matrimonio tradizionale), poi, sugli stessi manichini, il disegno unisex degli organi interni e delle fasce muscolari del corpo umano e infine un torso da lezione di anatomia che quegli organi li mostra in rilievo. E va da sé che tale simbolica (ma anche ironica) «scarnificazione» progressiva si concluderà con l’apparizione di uno scheletro.
All’interno di una simile cornice, poi, Angelo Savelli dissemina tutta una serie d’invenzioni straordinariamente illuminanti, come, per citarne solo una, quella della regressione allo stato infantile della terza coppia, spinta fino al suo totale identificarsi con quel bambino «complicato». Non si poteva rendere meglio il dettato del testo di De Vos, che termina con le seguenti battute: L’uomo: «Allora? Ci separiamo? Va bene? È finita?» – La donna: «È lui che decide».
Ottima, infine, la prova dei due interpreti, Monica Bauco e Riccardo Naldini, affiancati nel ruolo del ricercatore da Pietro Grossi. Alla Bauco, in particolare, va dato anche il merito di aver voluto andare in scena, ieri sera, nonostante la lombosciatalgia che improvvisamente l’aveva colta: è uno degli ormai sempre più rari esempi – naturalmente pure al di fuori del teatro – di dedizione al proprio lavoro e di rispetto per quanti con quel lavoro interagiscono, nel nostro caso il pubblico.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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