Quando la vita si riduce a un tipico biscottino cinese

Maria Grazia Sughi in un momento di «Urania d'agosto», in scena alla Sala Assoli ancora oggi e domani

Maria Grazia Sughi in un momento di «Urania d’agosto», in scena alla Sala Assoli ancora oggi e domani

NAPOLI – «Questa casa mi sta stretta. Ci vorrebbe uno spazio diverso. Diverso dall’unico che ormai pratico, conosco, mi contiene. Diverso da ogni spazio che io abbia già attraversato. Ci vorrebbe uno spazio originario, infinito, interminabile, immemore… Dove una nuova via non sia poi cosa impossibile. Uno spazio da cui ricominciare».
È la battuta con cui si presenta Urania, il personaggio protagonista del testo di Lucia Calamaro, «Urania d’agosto», che Sardegna Teatro propone nella Sala Assoli, ancora oggi e domani, nell’adattamento drammaturgico e per la regia di Davide Iodice. Urania, d’età imprecisata, vive in una stanza arredata solo con pochi elementi funzionali, un tavolo, un letto con il comodino e una poltrona. Potrebb’essere anche la stanza di una casa per anziani o di un ospedale. Ma spicca, fra quegli oggetti ordinari, un televisore che trasmette documentari sullo spazio siderale e sulla vita di più o meno noti astronauti.
Già, perché Urania, persa nella calura estiva, ha come compagnia unicamente il pupazzetto (figuriamoci, lo chiama Lieb, caro, in tedesco quasi Liebe, amore) che stringe continuamente fra le mani e i numeri della pubblicazione di fantascienza, appunto «Urania», di cui è una lettrice accanita. Ed ecco, dunque, che cosa costituisce il pregio del testo della Calamaro: la sottolineatura per contrasto, realizzata attraverso lo scarto fra la condizione asfittica scontata nella quotidianità concreta dal personaggio in campo e il sogno (e, a tratti, il delirio) incarnato, giusto, dall’incommensurabile vastità dello spazio interstellare.

Lucia Calamaro

Lucia Calamaro

Urania ha solo quel sogno e quel delirio. A un certo punto, e persino con ironia, osserva: «Ci vorrebbe un pensiero, ci vorrebbe una bella preoccupazione, ce le hanno tutti. Come mi giro, vedo uno preoccupato. Anche un’occupazione andrebbe bene. Non direi di no». Ma l’esterno a lei contiguo è abitato unicamente da persone che, come spiega, se quando le conosce «sembrano persone se non proprio solide, almeno compatte», dopo un paio di mesi o forse meno «di punto in bianco, in risposta a un – come va? – si sciolgono». E precisa: «La gente con me si scioglie in lacrime e a ogni incontro, siccome il mio come va diventa via via più accorato e preoccupato, piangono di più e più velocemente. Alla lunga, piangendo ogni giorno, la loro consistenza pian piano muta. Vengono da me già totalmente bagnati, finché un giorno non viene più nessuno».
Per questo Urania ha scelto di rinunciare al pensiero, annegandolo, leopardianamente, nell’immensità. E tuttavia – un ossimoro freddo e crudele come la lama di un pugnale – non può negarsi all’amarezza: «Mi sono sentita per anni sbattuta, sbandata, in pericolo, e adesso che finalmente mi sono messa al sicuro, lentamente ma costantemente la vita se ne va, senza di me». Possiamo immaginare che Urania finirà a far sua la battuta che ne «Il giardino dei ciliegi» pronuncia l’ottantasettenne cameriere Firs: «La vita è passata, e io… è come se non l’avessi vissuta». E nel frattempo, per lei, la vita si riduce al bigliettino ricevuto assieme al tipico biscottino cinese, con l’incomprensibile augurio: «Buona vita se occupi col cuore».

Davide Iodice

Davide Iodice

Ebbene, rispetto a tutto questo Iodice non avrebbe potuto far meglio. Accentua la frattura tra Urania e il mondo. E l’accentua per mezzo di un’invenzione che non esito a definire strepitosa: costruisce intorno a Urania un esterno che si vede ma non esiste, incarnato da un altro personaggio, muto dall’inizio alla fine, che di volta in volta, e ad intervalli più o meno regolari, appare (assai belli e significanti i costumi di Daniela Salernitano) come una badante che sembra un robot uscito da «Star Trek», una fisioterapista che sembra un giocoliere uscito dal Cirque du Soleil, una cameriera che, ascoltando musica nelle cuffie ed entrando a passo di danza, sembra uscita da «Vacanze romane», una figlia che sembra uscita (però nel ruolo della Madre) dalla «Pietà vaticana» di Michelangelo e, al termine, un astronauta che sembra, sì, uscito dalla cronaca televisiva dello sbarco sulla luna ma, poi, trasforma l’impacciato incedere che gl’impone l’assenza di gravità nell’agile volo dell’assolo di violoncello che finge.
Sono tutte, naturalmente, proiezioni della mente e del desiderio di Urania. Alla quale, aggiungo subito, Maria Grazia Sughi – guidata dalla regia con attenzione pudica – dona un’interpretazione davvero degna di entrare in un’ideale antologia delle prove d’attrice degli ultimi tempi: credo che non si potesse rendere con sapienza tecnica e verità umana maggiori la fitta trama di abbattimenti e slanci, paure e rivolte, disillusioni e speranze che caratterizza il personaggio. E precisa ed efficace è la comprimaria Michela Atzeni nell’impersonare le «proiezioni» di cui sopra. Ma, infine, voglio dire che Maria Grazia Sughi è anche un’attrice cara al mio cuore.
Fu tra le interpreti (le altre erano Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Marilena Monti, Isella Orchis e Cristina Maccioni, poi sostituita da Elena Ledda) di un mio testo, «Le vecchie e il mare», che, tratto da poemi e corali di Yannis Ritsos e allestito proprio dal Teatro Stabile di Sardegna per la regia di Orlando Forioso, debuttò nel 1993 nell’ambito del Festival «La notte dei poeti» di Nora e, più volte ripreso, chiuse nel 2009, al Piccolo Arsenale, il programma teatrale della Biennale di Venezia diretta da Maurizio Scaparro. Le dedico il racconto della genesi di quel testo che scrissi in occasione della sua ripresa veneziana e che qui di seguito riporto.

Da sinistra, Michela Atzeni e Maria Grazia Sughi in un altro momento dello spettacolo, diretto da Davide Iodice

Da sinistra, Michela Atzeni e Maria Grazia Sughi in un altro momento dello spettacolo, diretto da Davide Iodice

«Era particolarmente buia quella notte d’agosto del ’72 ad Atene, poiché l’oscurità naturale diventava una metafora dolorosa. Ma in una piccola casa tirata a calce, proprio di fronte al Partenone, dalle pareti tappezzate di libri si riverberava sui pensieri, sulle parole e sui gesti una chiarità che accendeva brividi sottili. Si riunirono lì alcuni dei principali rappresentanti del fronte di opposizione al regime dei colonnelli: c’erano imprenditori edili, medici, professori universitari… e fra loro un uomo che tutti chiamavano Yannis e per il quale tutti dimostravano, insieme, affetto profondo e rispetto infinito.
Parlava pochissimo, solo qualche parola stenta. E proprio questo mi fece intuire di chi si trattava. Doveva essere prudente, soprattutto alla presenza di stranieri, perché appena da pochi mesi era tornato dal carcere e dal confino di Papadopoulos, lui che già aveva conosciuto, fra il ’48 e il ’52, l’internamento nei «campi di rieducazione». E a un certo punto vollero che cantassi, accompagnandomi con una chitarra piena di spifferi, «La ballata del Pinelli». Ci vollero tempo e fatica, perché ad ogni verso seguiva la traduzione in greco: «Quella sera a Milano era caldo»/Ekíni ti níkta sto Milano ékane zésti, «ma che caldo che caldo faceva»/Ma ti zésti ti zésti pou ékane!…
Perdevo il ritmo e qualche volta mi dimenticavo da dove dovevo ripartire. Ci misi più io a cantare «La ballata del Pinelli» che il Pinelli a cadere giù dalla finestra della Questura di Milano, a morire e ad essere seppellito. Ma nemmeno per un secondo, durante quella laboriosa esecuzione, mi lasciarono gli occhi acutissimi dello sconosciuto che chiamavano Yannis. Occhi abitati, insieme, da una fredda determinazione e da un mite abbandonarsi. E poi, finiti i discorsi politici, finite le canzoni di protesta, fra il terrazzo e il cortile di quella casa di fronte al Partenone scoppiò come una festa di bambini. Mi fu chiaro che parlavano, quasi accapigliandosi, di una speciale ricetta greca per cucinare il coniglio. E ho ancora nelle orecchie la parola, «kounéli», che rimbalzava nella notte col suono di un sorriso.
Sì, ma che c’entravo io, in quella piccola casa di Atene dalle pareti tappezzate di libri? C’entravo perché si trattava della casa di Michalis Lilis. Era un editore e scrittore comunista. Aveva tradotto in greco – a parte Marx, Lenin e Trotzkij – persino «Il dottor Zivago» di Pasternak. Ed essendo già finito all’isola sotto la dittatura di Metaxas, nel ’36, appena i colonelli misero in atto il loro colpo di stato se ne fuggì in esilio. Per un po’ vagabondò in varie parti d’Europa, sempre affamato e sempre inseguito dai sicari: perché l’unico bene che s’era portato dietro era una macchina per scrivere elettrica Ibm, con cui non smise un solo giorno di stilare opuscoli di propaganda contro il regime. Impaginati con cura maniacale, li introduceva poi in Grecia attraverso vari canali clandestini.
Così aveva fatto in Belgio, dov’era stato per qualche tempo ospite di un fratello che lavorava nelle miniere. E così continuava a fare a Castellammare, dove allora io vivevo e dove lui era arrivato perché – avendo un polmone bucato dalla tubercolosi – qualcuno gliene aveva consigliato l’aria. Finì che divenni uno dei suoi corrieri clandestini. E perciò partecipai a quella riunione notturna nella piccola casa bianca di fronte al Partenone.
Poi sul polmone di Michalis bucato dalla tubercolosi s’innestò un cancro. E Michalis non ce la fece a rivedere la Grecia libera: caduta la dittatura dei colonnelli, morì sul traghetto dieci minuti prima di arrivare a Patrasso. Giovanni Spagnuolo, lo studente di medicina che lo aveva assistito durante il viaggio con le iniezioni di morfina, gli tenne gli occhi aperti, perché, allo sbarco, sembrasse ancora vivo: altrimenti sarebbe occorso il carro funebre, e non c’erano i soldi per pagarlo.
Questa è la storia, terribile e gloriosa insieme, che sta dietro e dentro «Le vecchie e il mare». Fu Scaparro che mi spinse a ricordare ancora e a scrivere. E così introdussi nel testo, fra i poemi e i corali di Ritsos (da «Le vecchie e il mare», appunto, a «Le messaggere»), un personaggio, chiamato «lo Straniero», che era per l’appunto Michalis Lilis. Per evocarlo chiesi quattro versi ad Hofmannsthal: «Corre il vento di primavera / per viali spogli. / Vi sono strane cose / nel suo soffiare». E alla sesta delle mie vecchie che li riprendeva, la settima replicava: «Già. Forse è stato il vento, che sa molte cose, a portare fra noi quello straniero…». Di tanto in tanto si leva ancora, quel vento. Soffierà anche stasera al Piccolo Arsenale».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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