Il mio Sanremo ricco e povero

I Ricchi e Poveri, vincitori, nel 1985,  della trentacinquesima edizione del Festival di Sanremo

I Ricchi e Poveri, vincitori, nel 1985, della trentacinquesima edizione del Festival di Sanremo

NAPOLI – Riporto la rievocazione pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Lo confesso, anch’io ho visto il Festival di Sanremo. Ma non l’ho visto, come la grandissima maggioranza dei suoi adepti, standomene stravaccato sul divano davanti al piccolo schermo delle (loro) brame. L’ho visto dal vivo, come inviato de «Il Mattino» alla sua trentacinquesima edizione del 1985, quella vinta dai Ricchi e Poveri con la canzone «Se mi innamoro».
Io non ci volevo andare, naturalmente. Quando, l’anno prima, ero stato assunto, mi avevano messo ad occuparmi di musica leggera. E sia, nell’ambito della musica leggera avevo anche seguito eventi piuttosto significativi, per esempio, in quello stesso anno, il concerto che Fabrizio De André tenne sull’arenile di Castellammare di Stabia a settembre e il trionfale concerto che in dicembre, all’Olympia di Parigi, segnò la definitiva consacrazione internazionale di Pino Daniele. Ma il baraccone sanremese proprio no, cominciai a fare il diavolo a quattro pur di non andarci.
Poi venne da me l’allora direttore, Franco Angrisani, e mi disse: «È pacifico che tu sarai il critico teatrale de “Il Mattino”. Ma per il momento, fammi il favore. Va’ a Sanremo». Io risposi: «Allora, se me lo chiedi come un favore, ci vado». E andai, insieme con Lello Greco, che era il capo della Redazione Spettacoli e si sarebbe occupato del commento tecnico lasciando a me l’incombenza della cronaca. Io, comunque, partii alla volta di Sanremo con un solo scopo in testa: quello di non scrivere, circa i nefasti che colà si sarebbero celebrati, nemmeno una virgola che non fosse di sfottò.
La musica? Figuriamoci, io avevo ancora nelle orecchie «Il suonatore Jones» che De André trascrisse dall’«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Masters: «Libertà l’ho vista svegliarsi / ogni volta che ho suonato, / per un fruscìo di ragazze / a un ballo, / per un compagno ubriaco. / E poi se la gente sa, / e la gente lo sa che sai suonare, / suonare ti tocca per tutta la vita / e ti piace lasciarti ascoltare». E di che cosa invece mi aspettava, ebbi l’annuncio mentre ancora stavo con i piedi sul predellino del treno che mi aveva portato a Sanremo.
Mi sentii chiamare e, voltandomi, m’imbattei in Enzo Berri, egli stesso, fra l’altro, preso dai diavoli per il fatto che il suo pupillo Nino D’Angelo non aveva potuto partecipare alla manifestazione in quanto impegnato a realizzare il nuovo disco. «Venceno ‘e Ricche e Povere», mi fece. E io: «E tu che ne saje?». E lui: «Se dice ‘o peccato e no ‘o peccatore». E io: «Pecché, mò ‘o peccato so’ ‘e Ricche e Povere?». E lui: «Nun fa’ battute, venceno ‘e Ricche e Povere». E nell’eco di questa previsione perentoria ci salutammo.

Anna Oxa

Anna Oxa

Per mio conto, non ci misi molto a onorare lo scopo che m’ero prefisso. Sentite come, sull’onda della famigerata rima amore-cuore, attaccai nel primo pezzo inviato da Sanremo: «”Amor è un desio che ven da core / per abundanza de gran plazimento / e gli ogli en prima generan l’amore / e lo core li dà nutrigamento”. Proprio esagerato, questo Jacopo da Lentini. Va bene che fu il capostipite dei cantautori e che – per giunta essendo notaio – codificò la canzone, la canzonetta e addirittura il “discordo”, con ciò bollando in notevole anticipo le stecche di oggi fatte passare per sfasature metriche e melodiche di raffinata origine provenzale: ma chi gli dava il diritto d’essere tanto categorico? Tra simili incertezze non s’arrischia nemmeno il suo collega Conte Paolo, stornellatore ed avvocato in Asti. E infatti i poeti in gara per l’alloro sanremese – che, tutti, hanno letto Heidegger, Adorno, Wittgenstein e persino Derrida – sono assai più “possibilisti”».
Quindi, proseguendo nel solco tracciato da Palazzeschi («E lasciatemi divertire»), realizzai un’intervista incrociata con il diavolo e l’acqua santa del Festival, ossia Anna Oxa e Gigliola Cinquetti. Ed ecco qua, per darvene un’idea. Sesso al telefono per i Village People , sesso al microfono per Anna, che offrì di sé l’ennesima immagine – come dire? – oxé. Ci parlai nella hall del suo albergo, quando, appena sveglia (ma erano le tredici), mi costrinse a stare in compagnia dei suoi segretari a quattro zampe, un gigantesco alano tigrato e un minuscolo barboncino nero.

Gigliola Cinquetti

Gigliola Cinquetti

Senti, è vero che, come afferma il tuo ufficio stampa, sei nipote di Enver Hoxha, il presidente dell’Albania? «Sì, è vero». E che cosa pensa un cotanto zio, veteromaoista di ferro, delle tue esibizioni spesso fondate su particolari anatomici che non sono propriamente le corde vocali? «Non lo so: se a saperlo ci tieni tu, posso fare una telefonata e chiederglielo». E via di questo passo. La risposta all’ultima domanda, «Che cosa pensi di Gigliola Cinquetti?», fu: «Apparteniamo a due mondi diversi». Mentre la risposta della Cinquetti alla domanda «Che cosa pensi di Anna Oxa» fu: «È una bravissima cantante e un’ottima professionista».
Ma, siccome avevo saputo che nello stesso albergo di Bordighera che ospitava l’«acqua santa» c’erano anche i Ricchi e Poveri, approfittai dell’occasione e feci un’intervista pure a loro: congegnandola in modo che sarebbe andata bene sia se avessero effettivamente vinto, secondo la perentoria previsione di Enzo Berri, sia, cambiando all’ultimo momento solo due o tre parole, se non ci fossero riusciti. E infatti, «Il Mattino» fu tra i primi quotidiani italiani a uscire con un’intervista «ricca e povera».
Poi, venne per me l’ora della liberazione. Una sera, dietro le quinte, avevo incontrato Antonella Ruggiero, la cantante solista dei Matia Bazar, stravaccata sui gradini di una scala. Quando le avevo chiesto: «Secondo te, chi vince?», mi aveva risposto: «Ma che me ne fotte?». Io avevo replicato: «Sapessi quanto me ne fotte a me…». E adesso lasciavo Sanremo con il cuore senza amore ma certo più agile.
Chiusi la mia fatica d’inviato con un minidiario di quell’esperienza. Scrissi fra l’altro: «Dunque, il cronista – venuto a risciacquare la sua anima, muroliana o meroliana che sia, nella scintillante vasca sanremese ulteriormente impreziosita dalla rubinetteria d’oltremanica e d’oltreoceano – sente il dovere di spezzare una lancia (per quanto modesta) a favore della misconosciuta pregnanza culturale del Festival. E tanto per fare un altro esempio, ecco che uno vede Anna Oxa e subito si trova di fronte a Proust. Lei che scende dalla scala con calcolata lentezza, lei che misura il proscenio a passi certosini ancorché felini: non è l’amore definito dal pallido Marcel come “Il Tempo e lo Spazio resi sensibili al cuore”? D’accordo, magari il cuore non c’entra molto… ma non sottilizziamo, sempre di muscoli si tratta».
Per altro verso, aggiunsi, «anche perché porto il cognome che porto, mi sento in perfetta sintonia con questo che è il paese dei fiori oltre che delle canzoni. E dunque non sono affatto d’accordo con chi sibilò: “Questo scomunicato paese m’addormenta l’anima, noiata dalla vita”. Quel tale – Ugo Niccolò Foscolo, meglio noto come Basetta secondo c’informa l’Ingegner Gadda peritissimo di cose sanremesi – doveva essere soltanto un altro dei cantautori bocciati da Ravera. Saluti, baci e stop. E se vi va, chiamatelo amore. O “love”, alla Patty Brard». Dimenticai, grave dimenticanza, di aggiungere gli aurei e confortanti versi di Felice Romani: «È l’intreccio terminato / Lieto fine ha il dramma mio / E contento qual son io / Anche il pubblico sarà» («Il Turco in Italia», scena ultima).

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 7/2/2020)

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