I ciechi vedenti di Viviani

Raffaele Viviani (il secondo da sinistra) in un momento del suo allestimento de «La musica dei ciechi»

Raffaele Viviani (il secondo da sinistra) in un momento del suo allestimento de «La musica dei ciechi»

NAPOLI – Riporto l’articolo, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», sul progetto di riportare in scena «La musica dei ciechi» di Viviani.

Davide Iodice, di recente incaricato dal Trianon Viviani di curare un progetto speciale di arte e inclusione sociale, mi ha telefonato per chiedermi un consiglio: per chiedermi, cioè, se a mio parere dovesse o no accettare la proposta, venutagli dalla società di produzione Tieffe Menotti Milano diretta da Emilio Russo, di riportare in scena «La musica dei ciechi» di Viviani.
Naturalmente, gli ho detto subito, e con la massima convinzione, che doveva accettare. E lui l’ha fatto. Il debutto dello spettacolo – preceduto, come nelle salutari abitudini di Iodice, da una lunga fase di studio del testo e di prove – è fissato per il gennaio dell’anno prossimo, appunto al Teatro Menotti di Milano. Ma, data questa notizia, devo adesso spiegare il motivo della convinzione massima con cui ho consigliato al mio interlocutore di accettare la proposta venutagli da Milano.
«La musica dei ciechi», l’atto unico datato 1928, è uno dei capolavori assoluti del teatro del Novecento. E ne fa fede già la storia prestigiosa dei suoi allestimenti: a partire dal leggendario «Napoli: notte e giorno», lo spettacolo di Patroni Griffi che – composto da «Via Toledo di notte» e, giusto, «La musica dei ciechi» – nel 1967 radunò, davvero, il Gotha degli attori nostrani (da Franco Sportelli a Rosita Pisano, da Mariano Rigillo ad Angela Luce, da Franco Acampora a Marina e Angela Pagano, da Antonio Casagrande a Corrado Annicelli), dimostrando, per la prima volta, la portata europea di Viviani, letto, con acutezza e precisione addirittura sconcertanti, alla luce corrusca dell’espressionismo.
Non a caso, quando Raitre ne rimandò in onda la registrazione realizzata nel 1969, proprio tale aspetto (c’era, allora, un’altra televisione…) volle sottolineare. Negli studi di Torino vennero riprodotti un camerino e un palco di teatro, in cui, rispettivamente, Mariano Rigillo rievocò quella sua preziosa esperienza e io, intervistato da Laura Lattuada, mi mossi in linea con la presentazione registrata dello spettacolo da parte di Patroni Griffi, osservando che Raffaele Viviani va considerato come un drammaturgo straordinario perché è stato l’unico che, per l’appunto, abbia saputo interpretare Napoli nella scia delle avanguardie storiche.
Poi, nel 2000, comparve «Arena Olimpia», un allestimento, presentato a Benevento nell’ambito della XXI edizione di «Città Spettacolo», in cui Enzo Moscato incastonò «La musica dei ciechi» in un proprio testo, «Mirabilia Circus». E non c’era soluzione di continuità fra il capolavoro vivianeo e il copione moscatiano. Nella circostanza Enzo mi parlò di Napoli come della «grande città dei ciechi», e nel prologo di «Mirabilia Circus» così la descrisse: «Bell’è Babbele, bella e senz’uocchie… / vecchia, sorda e semp’annura».

Tato Russo in un momento dell'allestimento de «La musica dei ciechi» presentato a San Pietroburgo nel 2003

Tato Russo in un momento del suo allestimento de «La musica dei ciechi»

Infine, per chiudere con gli esempi relativi agli allestimenti notevoli di quell’atto unico, nel 2003 «La musica dei ciechi» arrivò nientemeno che a San Pietroburgo. Nel quadro delle celebrazioni per il trecentesimo anniversario della fondazione della città, Tato Russo portò nel Teatro del Conservatorio, proprio di fronte al Marinskij, l’ex Kirov, lo spettacolo «Napoli Hotel Excelsior», composto da «La musica dei ciechi», per l’appunto, e dall’altro atto unico di Viviani «Scugnizzo (Via Partenope)». E tale trasferta, per cominciare, risultava significativa già di per sé.
Ci era venuto Eduardo, ci era venuto Peppino De Filippo. Ma Raffaele Viviani in Russia non era venuto mai. Nell’Europa dell’Est arrivò soltanto a Budapest: dove nel 1911 presentò per un mese, al Föwarosi Orpheum, una rassegna antologica dei suoi «tipi», da «’o Tammurraro» a «’o Pisciavinnolo», condita – per guadagnarsi la zuppa bisognava pur pagare un pegno alla fatidica «cartolina» di Napoli – con le proverbiali tarantelle sullo sfondo di un Vesuvio debitamente fumante. Eppure, l’occasione di andare in Russia, un’occasione ghiottissima, a Viviani si presentò: nel 1936, a Torino, conobbe tramite Tatiana Pavlova, sua grande amica, il leggendario Nemirovič-Dančenko, il fondatore del Teatro di Stato di Mosca, che in Russia, per l’appunto, lo avrebbe voluto addirittura per una stagione intera.
A San Pietroburgo scrissi, per l’occasione, una nota esplicativa che, ovviamente tradotta in russo, venne pubblicata nel programma di sala. Però non ce n’era bisogno. Potei constatare che il pubblico variegato (c’erano persino dei giapponesi) che affollava il Teatro del Conservatorio reagiva esattamente come secondo me doveva reagire. E dilaganti e convinti furono gli applausi, Raffaele Viviani sprigionò la sua forza anche sulle sponde della Neva. Ma, ora, è giunto il momento di parlare de «La musica dei ciechi» in quanto testo.
Giova partire dall’acuta osservazione che Gino Capriolo fece, introducendolo, nell’antologia vivianea pubblicata dall’Ilte nel ’57: «La potenza di questo atto unico consiste nel descrivere una immensa tragedia diventata abitudine». E infatti, i suonatori ambulanti ciechi messi in campo da Viviani parlano e si comportano, sempre, come se ci vedessero. Un’«abitudine» che viene annunciata già all’inizio, quando il contrabbassista Ferdinando – al mandolinista Don Antonio, che gli ha chiesto: «Ferdina’… Ma pecché venimmo a suna’ sempe a Santa Lucia?» – risponde, con disperazione addirittura blasfema: «P’ ‘a ringrazia’. Chella ce guarda ‘a vista ‘e ll’uocchie».
Si tratta di un delirio parossistico, e tanto più doloroso quanto più venato di comicità, che raggiunge l’acme allorché Ferdinando – informato dall’Ostricaro che sua moglie Nannina s’è appartata a parlare con l’impresario Don Alfonso nell’androne del palazzo di fronte – le grida come un ossesso: «T’aggio vista, t’aggio vista!» . È la logica conseguenza, quel grido, della gelosia, per suo conto del tutto illogica, coltivata dal contrabbassista nei riguardi di una donna che non ha mai visto e che, quindi, non sa come sia fatta.
Toccherà proprio a Nannina, per esprimerci con lo stesso traslato del testo, «aprirgli gli occhi», con una confessione che, mentre costituisce la più profonda ferita che una donna possa infliggersi, nello stesso tempo mette l’accento su quella necessità di accettarsi ch’è la massima testimonianza di rispetto per la vita: «Ferdina’… Ferdina’, pecché hê fatto chesto? Hê perduto nu posto sicuro, pe’ sta benedetta gelosia. Ma chi vuo’ ca me guarda a mme? Tu faie chesto pecché nun me saie. Si me vedisse, nun sarrisse accussì geluso… Ferdina’, io so brutta!».
Torniamo, così, alle strettissime parentele – su cui non s’è indagato ancora abbastanza – che esistono fra il teatro di Viviani e la tragedia greca. E in particolare, per l’appunto a proposito de «La musica dei ciechi», torniamo a Edipo: il quale s’acceca non perché non vuole più vedere, ma perché vuole vedere oltre il limite dei significati dati.
Poi, alla sofferenza dei suoi suonatori – smarriti nel vento della vita, e tuttavia indomiti – Viviani porge la carezza di quello sguardo amorevole sull’umanità che, perché libero da qualsiasi mediazione ideologica, ha fatto di lui il più grande poeta di Napoli. E così la didascalia finale inquadra Ferdinando e Nannina: «Lentamente s’avviano, sorreggendosi l’un l’altro. Una sola figura. Li guida il suono della musica, che continua, dolcemente, nel silenzio».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 30/1/2020)

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4 risposte a I ciechi vedenti di Viviani

  1. Nello Mascia scrive:

    Leggo un dotto articolo di Enrico Fiore sul “Corriere del Mezzogiorno”. Scopro con stupore che questo nostro studioso dalla sconfinata cultura e memoria teatrale sia inciampato in una incompletezza storiografica, per così dire. Perché fra le edizioni di “Musica dei ciechi” egli nel suo pregevolissimo articolo non cita quella che vide il sottoscritto indegno protagonista affiancato da una icona del teatro nazionale come Piera Degli Esposti. A quella edizione diedero lustro attori napoletani di incontestabile prestigio quali Franco Giovanni Iavarone, Franco Acampora, Italo Celoro, Gino Monteleone. Regia Antonio Calenda. Lo spettacolo, se non ricordo male, girò per tre stagioni intere toccando tutti i teatri d’Italia con enorme successo dappertutto. Testimoniato da una considerevole documentazione critica tutta favorevolissima. Documentazione arricchita tra l’altro dalla entusiastica critica dello stesso Fiore che custodisco gelosamente. Lo spettacolo fu così apprezzato da essere invitato a Parigi nell’ambito delle Giornate Teatrali Europee. Grande successo anche lì. Chissà perché l’eccelso Fiore ha trascurato quella bella edizione del capolavoro di Viviani. Mi piacerebbe saperlo.
    PS. Porca miseria quanta fatica, che dolore e che pena essere costretti a rivendicare almeno il riconoscimento della propria storia!
    Nello Mascia

  2. Enrico Fiore scrive:

    L’articolo in questione, mi sembrava chiaro, non voleva essere una storia degli allestimenti de “La musica dei ciechi”. Altrimenti, invece delle centoquaranta righe da cui è composto, ne sarebbero state necessarie almeno mille. Io sono partito da una notizia di cronaca, il fatto che Davide Iodice si appresta a rimetterlo in scena, per tornare a riflettere su quel capolavoro. E nell’ambito di tale riflessione ho citato solo gli allestimenti de “La musica dei ciechi” che ai temi portanti affrontati nella stessa si riferivano. Tanto è vero che non ho citato nemmeno la bellissima edizione dell’atto unico in parola che, intitolata “La parabola dei fringuelli ciechi”, venne realizzata nel 1979 per la regia di Michele Del Grosso e con l’interpretazione, nei ruoli di Ferdinando e di Nannina, nientemeno che di Beniamino e Rosalia Maggio.
    Del resto, è lo stesso Mascia che ricorda come io abbia riservato un giudizio “entusiastico” all’allestimento de “La musica dei ciechi” che, diretto da Calenda, nel 1995 lo vide fra i protagonisti. Quindi, non ci poteva essere, da parte mia, alcuna sottovalutazione di quello spettacolo.
    Tralascio, infine, di occuparmi dell’ironia che il commento di Mascia esercita contro di me, né, figuriamoci, prendo in considerazione gl’insulti di taluni imbecilli che ha ospitato nella sua pagina di Facebook. Mi limito a ricordare che una volta Mascia mi scrisse: “Grazie di esistere”. Porca miseria quanta fatica, che dolore e che pena essere costretti a rivendicare almeno il riconoscimento della propria professionalità, della propria indipendenza e della propria onestà e coerenza intellettuale.
    P.S. Come mai a varare un nuovo allestimento vivianeo è Davide Iodice e non lo stesso Mascia, che accanto a Iodice è stato nominato consulente della direzione artistica del Trianon proprio in virtù (ci è stato detto) della sua conoscenza di Viviani? Magari avrebbe potuto chiarire il mistero quel Gianni Pinto che del Trianon Viviani è presidente, invece di perdere tempo ad inviarmi sul cellulare il commento masciano di cui sopra e di farlo perdere a me per leggerlo e, adesso, per rispondergli.
    Enrico Fiore

  3. Nello Mascia scrive:

    Non era mia intenzione esercitare alcuna ironia su Enrico Fiore, studioso ed esperto e soprattutto sempre fuori dal coro. La mia era una accorata doglianza a proposito di una omissione che mi sembrava ingiusta.
    Nello Mascia

  4. Enrico Fiore scrive:

    Se non era intenzione di Mascia “esercitare alcuna ironia” su di me, allora avrebbe dovuto prestare più attenzione a come scriveva. Senza contare gl’insulti che mi sono stati rivolti e che lui, ripeto, ha ospitato nella sua pagina di Facebook.
    Insisto, poi, sul fatto che la mia non era “una omissione”, ma una scelta precisa, che ho motivato in maniera chiarissima. E con ciò considero chiusa questa miserrima disputa, in cui sono stato trascinato dall’ennesimo manifestarsi del narcisismo e della malafede che albergano, purtroppo, anche in teatranti che ho stimato.
    Enrico Fiore

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