Adesso arrivano i «giganti» cattivi che hanno distrutto il teatro

Gabriele Lavia in un momento de «I giganti della montagna», in scena al Mercadante (la foto è di Tommaso Le Pera)

Gabriele Lavia in un momento de «I giganti della montagna», in scena al Mercadante
(la foto è di Tommaso Le Pera)

NAPOLI – Come ho già scritto in varie occasioni, ci sono due modi d’intendere e mettere in scena «I giganti della montagna»: leggendo in quel copione monco il testamento di Pirandello, e quindi un semplice atto di fede e d’amore nei confronti del teatro; oppure individuandovi, sul piano ideologico, la contraddizione fra l’utopia di una sognata civiltà contadina e l’avvento inesorabile della società tecnologica, rappresentata per l’appunto dai «giganti».
Ma risulta oltremodo evidente che la prima delle due scelte è quella più superficiale, perché il vero tema del testo in questione è l’impossibilità del teatro in quanto pretesa illusoria di fondare (per mezzo della Forma) l’ordine in un mondo irrimediabilmente lacerato.
Quell’opera incompiuta, infatti, concluse – dopo «La nuova colonia», «Lazzaro» e «La favola del figlio cambiato» – il ciclo che Pirandello volle definire dei «Miti» e in cui al conflitto sociale s’era sostituita la fuga nell’inconscio: e non a caso i teatranti che arrivano da Cotrone intendono rappresentare per l’appunto «La favola del figlio cambiato», che dei «Miti» precedenti costituisce una sintesi dichiarata. Pirandello, insomma, tentava – vedi la battuta di Ilse riferita a quel testo: «Vive in me; ma non basta! Deve vivere in mezzo agli uomini!» – di trasformare in messaggio universale il proprio, privato, rifugiarsi nel limbo consolante della Terra Madre.
In altri termini, qui il conflitto non si determina fra i Buoni (la compagnia della Contessa) e i Cattivi (i «giganti»), ma, invece, è d’ordine interno, poiché Pirandello scontò il dissidio – che fu, del resto, di tutta la letteratura e di tutto il teatro della sua epoca – fra l’evasione e l’impegno, fra l’ipotesi puramente estetica e la presa di coscienza d’essere ormai in ritardo sui tempi. E quel dissidio non seppe comporlo, così come non aveva saputo condurre sino in fondo il processo intentato alla borghesia. Inoppugnabile, dunque, si rivela in proposito l’osservazione di Debenedetti: «Di questo dramma, ch’era stato intrapreso per chiudere il ciclo dei lavori teatrali, è quasi inevitabile pensare che non fu terminato perché non poteva esserlo».
Del resto, assolutamente inequivocabile appare, in proposito, la considerazione che il «mago» Cotrone, autentico «portavoce» di Pirandello, rivolge a Spizzi: «Caro giovanotto, ognuno di noi parla, e dopo aver parlato, riconosciamo quasi sempre che è stato invano, e ci riconduciamo disillusi in noi stessi, come un cane di notte alla sua cuccia, dopo aver abbajato a un’ombra». È, per l’appunto, la traduzione dell’impossibilità di cui dicevo, quella del teatro in quanto pretesa illusoria di fondare (per mezzo della Forma) l’ordine in un mondo irrimediabilmente lacerato.
Ma Gabriele Lavia – regista e protagonista dell’allestimento de «I giganti della montagna» che il Teatro della Toscana presenta al Mercadante – ritiene, invece, che tutto il discorso circa quest’opera estrema (in ogni senso) del Girgentino debba, in pratica, ridursi alle risposte fornite alla domanda del Conte: «Ma non c’è un teatro nel paese?». Cotrone risponde: «C’è, sì, ma per i topi, signor Conte, è sempre chiuso. Anche se fosse aperto non ci andrebbe nessuno»; Quaquèo aggiunge: «… pensano d’abbatterlo…»; Cotrone spiega: «… Sì, per farci un piccolo stadio…»; Quaquèo specifica: «… Per le corse e le lotte…»; e Mara-Mara conclude: «No, no, ho sentito che ci vogliono fare il cinematografo!».

Da sinistra, Federica Di Martino, Clemente Pernarella e Gabriele Lavia in un altro momento dello spettacolo (la foto è di Filippo Manzini)

Da sinistra, Federica Di Martino, Clemente Pernarella e Gabriele Lavia in un altro momento dello spettacolo
(la foto è di Filippo Manzini)

Infatti, l’impianto scenografico di Alessandro Camera riproduce la sala di un teatro semidistrutto e abbandonato, con l’arco scenico cadente, il sipario consunto appeso di sghimbescio, praticabili e paraventi marciti che debordano in platea, palchi sventrati e poltrone divorate dai tarli e dalle tarme. E fra le citate risposte al Conte scritte da Pirandello, ecco che Lavia ne infila una scritta da lui, attribuendola al Cotrone del quale, s’intende, veste i panni: «Ci vogliono fare degli uffici».
L’invenzione ricalca le dichiarazioni di Lavia nell’ambito della polemica che da parecchio va conducendo contro gli Stabili e di cui ho riferito nelle pagine del «Corriere del Mezzogiorno», sottolineando come il suo regista e protagonista abbia parlato, in occasione di quest’allestimento de «I giganti della montagna», di un teatro «ucciso dagli uffici e dalla burocrazia: in cui i dipendenti a tempo indeterminato, che non possono essere toccati, hanno fatto sì che si potesse toccare solamente il precario, cioè il teatro». E s’impongono al riguardo due obiezioni.
La prima concerne l’ipocrisia e la pretestuosità che connotano tale polemica, stante il fatto che a produrre l’allestimento de «I giganti della montagna» in questione (un allestimento, fra l’altro, non poco costoso) è proprio uno Stabile, e per di più Nazionale: quella Fondazione Teatro della Toscana di cui, per giunta, Lavia è il consulente artistico; e la seconda, l’obiezione che, ovviamente, nella circostanza conta soprattutto, discende dal fatto che si tratta di una polemica che non c’entra assolutamente nulla con il problema-«I giganti della montagna» e, in generale, il problema-Pirandello che ho cercato d’inquadrare e illustrare.
Ma Lavia s’inventa anche un’altra battuta. Verso la fine fa dire a Cotrone: «Edipo, Amleto, Antigone, che non ci sono, sono qua per sempre». E in precedenza, modificando la battuta pirandelliana: «Un corpo è la morte», aveva fatto dire e ripetere, ancora a Cotrone, quella che di Pirandello è l’affermazione paradigmatica: «Ogni forma è una morte». E s’era abbandonato a un immemore ballo con Maddalena. Ed era montato sul carro di Ilse prima per dare l’avvio ai trucchi del «mago» e poi per cantare a squarciagola una canzone in dialetto siciliano.
Insomma, siamo di fronte a uno spettacolo tanto pretenzioso quanto confuso, che accumula – come s’è visto – fisse personali di Lavia, un ossequio plateale all’ormai decrepita mistica del teatro, una scolastica esibizione di cultura pirandelliana stile Wikipedia e un realismo folcloristico che con l’astrazione tormentata de «I giganti della montagna» fa letteralmente a pugni. Il tutto affogato nell’anarchica sarabanda inscenata da «scalognati» vestiti e atteggiati a metà fra i fenomeni da baraccone e gli artisti circensi.
Non resta che annotare la buona prova che sul piano tecnico forniscono gl’interpreti: cito fra gli altri, accanto al mattatore, Federica Di Martino (Ilse), Clemente Pernarella (il Conte), Matilde Piana (la Sgricia) e Mauro Mandolini (Cromo). Ma, per concludere, appare fuor di dubbio che Lavia (tanto, del resto, dicono le sue dichiarazioni programmatiche) si sia attenuto, per questa rilettura, al primo, il più superficiale, dei due modi d’intendere e mettere in scena «I giganti della montagna» che ho indicato all’inizio: considerandone il copione monco come, ripeto, il testamento di Pirandello e, di conseguenza, un semplice atto di fede e d’amore nei confronti del teatro.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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