Madre Patriarcale vs Madre Ipermoderna. Arbitra Mina

Mario Perrotta e Paola Roscioli in un momento di «Della madre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato (le foto che illustrano questo articolo sono di Luigi Burroni)

Mario Perrotta e Paola Roscioli in un momento di «Della madre», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato
(le foto che illustrano questo articolo sono di Luigi Burroni)

MILANO – «Mentre nella madre patriarcale la madre uccide la donna, nella madre ipermoderna e narcisistica è la donna che uccide la madre». Così, con estrema ma efficacissima sintesi, Massimo Recalcati, consulente alla drammaturgia, espone in una sua nota il tema di «Della madre», secondo capitolo della trilogia «In nome del padre, della madre, dei figli» concepita da Mario Perrotta. E infatti, in questo secondo capitolo, che – prodotto dallo Stabile di Bolzano e da La Piccionaia – ha debuttato come il primo nel Piccolo Teatro Studio Melato, assistiamo allo scontro inesausto fra i personaggi della Madre e di sua madre, chiamata Nonna perché c’è di mezzo una nipote di sei anni chiamata Bimba.
Però, aggiungo subito, ad illustrare tale scontro, tremendo e, si capisce, oltremodo ricco d’implicazioni, provvede un testo che adotta – in funzione di uno straniamento che definirei «in progress» – lo strumento di un’ironia tanto giocosa quanto allusiva. Basta pensare che lo spettacolo si apre e si chiude con la canzone di Mina «Non credere»: le cui parole – poniamo, «Se lei ti amasse io / se lei ti amasse io / saprei soffrire e anche morire / pensando a te. / Ma non ti ama, no, / lei non ti ama, no, / ed io non voglio vederti morire, / morire per lei» – sono utilizzate per evocare, appunto, la «madre patriarcale» e la «madre ipermoderna e narcisistica» delle quali parla Recalcati.
Per ciò che poi attiene, in particolare, allo straniamento «in progress», scandito a mo’ di «leitmotiv» dai Notturni di Chopin, faccio l’esempio seguente: si parte con un battibecco elementare fra la Madre («Vero, Bimba? Ti ha svegliato la Nonna, vero?») e la Nonna («Vero, Bimba, che non dormivi?»), si prosegue con uno scambio di vedute intergenerazionale circa l’abitudine delle madri di far dormire i figli con sé (la Nonna: «[…] i bambini dovrebbero stare nelle loro stanze» – la Madre: «I tempi cambiano. I bambini del tuo tempo, forse. Ma oggi lo fanno tutti…») e si finisce con la risentita diatriba fra la Madre, che chiede a Bimba: «Chi stai seguendo, adesso? È un po’ che non me ne parli… Chi sono gli youtuber del momento? Gli influencer di grido? Dillo alla mamma…», e la Nonna, che commenta: «Chi sono? Rovazzi… Ferragni-Fedez, Kim Kardashian, CiccioGamer, mentecatti…», fra la Madre che proclama: «È la cultura moderna!» e la Nonna che rincara la dose: «Mentecatti che parlano a mentecatti che li guardano».

Mario Perrotta è la Nonna

Mario Perrotta è la Nonna

Ovviamente, quest’esempio serve anche a dire che un altro dei molti pregi dello spettacolo di Perrotta è costituito dall’attenzione e dalla precisione con cui i temi qui affrontati vengono collegati al mondo dei «social media». E al riguardo, sempre per fare un esempio, s’impone la sequenza (non so se più divertente o più inquietante) che vede la discussione sull’improvviso agitarsi di Bimba affidata alla chat «Mamme per sempre». Non c’è che l’imbarazzo della scelta fra gl’interventi tipo: Mamma ’83: «Io, a non sapere né leggere e né scrivere, le darei una tachipirina, anche due…»; Mamma ’86: «[…] devi calmarla con sette cucchiai di curcuma. Gliene dai uno ogni 7 minuti. Non sbagliare i minuti perché sennò fa l’effetto contrario»; Mamma ’91: «La curcuma io l’ho usata: a volte funziona a volte no, ma ti lascia tutta la bocca del bambino macchiata di arancione. Meglio il metodo dello sguardo. Ci vuole coraggio, però…»; Mamma ’78: «Chi devo guardare? Coraggio ce l’ho…»; Mamma ’83: «Una mia amica, quando la figlia proprio esagera, gliene dà quattro di tachipirine. Tanto quelle le prescrivono pure ai neonati»; Mamma ’78: «Insieme alla curcuma? Non sarà troppo?»; Mamma ’91: «Allora, ’78, lo so che può sembrare complicato ma a me funziona sempre: prendi la bambina avvolta in un asciugamano, la tieni stretta a te con forza e il viso della bambina rivolto in avanti e poi, d’improvviso, la fai affacciare dal quinto piano a sguardo in giù. Se resiste fallo due volte. Si deve spaventare. Con lo sguardo nel baratro si deve spaventare. Smette immediatamente. Mi raccomando: al quinto piano. Tu però tieni stretto, che senta il cuore della mamma…»; Mamma ’78: «Abitiamo al primo…».
Sì, direi – per riassumere a mia volta – che «Della madre» è un sapiente mélange di cronaca, analisi psicologica, indagine comportamentale ed esercizio accurato di una scrittura che, anche qui «in progress», trasforma l’ironia giocosa e allusiva di cui sopra in un mirato e fondatissimo sarcasmo.

Paola Roscioli è la Madre

Paola Roscioli è la Madre

Accade, perciò, che lo scontro fra la Madre e la Nonna circa il futuro di Bimba assuma la forma di una filastrocca infantile a rima alternata, con la Madre che, mettiamo, recita: «Zompetta bambina, / amore soave, / sarai ballerina / un giorno, lo so» e la Nonna che obietta: «Un dì festaiolo / danzando cascasti, / sbattendo sul suolo / il tuo dolce popò», la Madre che insiste: «Lascia che faccia, / lascia che provi… / Su, muovi le braccia, / fa’ un bel plié» e la Nonna che la richiama: «La guardi? La vedi? / Mi sembra inceppata! / Orsù, soprassiedi, / riportala a te», la Madre che continua a illudersi: «Aspetta un istante, / vorrei contemplare / un passo volante, / un bel relevé» e la Nonna che constata: «Non posso guardare… / Non vedi? Fatica! / Mi pare affogare… / dai, fallo per me». Ma, poi, arriva, e con impatto non minore, il momento della verità, quello in cui si tirano – icasticamente – le fila del discorso sullo scontro in atto.
La Madre, rivolta alla Nonna, sbotta: «Io non so come si fa! Non lo so! Nessuno mi ha mai detto niente. Tu non mi hai spiegato niente! Zitta! Non mi hai insegnato a essere madre. Anzi, godevi, e godi, a vedermi sbagliare! Ogni mio fallimento è una tua vittoria. Più sbaglio, più sono una mamma cattiva, più ti illudi di avere ancora una figlia tutta tua. Meno sono sua (allude a Bimba, n.d.r.), più mi senti vicina. Meno sono di quell’uomo inutile che ho sposato, più ti senti regina della mia vita. Meno accade qualcosa qui sotto – perché anche qui, sai, grande tiranna, anche qui (indica la vagina, n.d.r.) non accade più nulla, anche qui c’è dell’inutile – meno accade qualcosa qui sotto, più ti senti gemella, madre-sorella, madre siamese, madre incastrata nella mia esistenza».
Perfettamente in linea con tutto questo è, infine, l’allestimento. Nello spazio scenico ideato dallo stesso Perrotta e da Sabrina Beretta, i due interpreti – ancora Perrotta (la Nonna) e Paola Roscioli (la Madre) – stanno confitti sino alla cintola nella sommità di due cupole, bianche (e non dimentichiamo che il bianco è il colore della morte) come i loro costumi. E mentre risulta più che dichiarata la citazione (anch’essa oltremodo allusiva) della Winnie di Beckett, «interrata» al centro di un monticello «d’erba inaridita», le cupole richiamano, insieme, le crinoline ottocentesche (in ossequio, di nuovo, all’ironia demitizzante e demistificante che presiede alla rappresentazione), due seni e due uteri. Su di esse in quanto uteri, infatti, vengono proiettati – in alternanza con i citati interventi nella chat «Mamme per sempre», debitamente corredati di «emoticon» – i video di Hermes Mangialardo in cui si vede Bimba fluttuare fra trasparenze acquoree.
Già, Bimba viene espulsa dalla realtà e affogata nel liquido amniotico. In due brevi momenti ne spunterà dalla superficie di una delle due cupole solo una mano, a cercare il contatto con quella della Madre nello stesso modo in cui un naufrago, in cerca d’aiuto, leva disperatamente un braccio al di sopra delle onde. E assai bravi sono Perrotta e la Roscioli ad adottare una recitazione come sospesa: si tratta dell’ennesima allusione, stavolta al non detto di tanti dei discorsi che troppi genitori (e troppe mamme in particolare) fanno circa i figli.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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