La lotta fra il bene e il male nell’«Eden» di Latella

Elisabetta Valgoi e Annibale Pavone in un momento de «La valle dell'Eden», in scena all'Arena del Sole (le foto che illustrano questo articolo sono di Brunella Giolivo)

Elisabetta Valgoi e Annibale Pavone in un momento de «La valle dell’Eden», in scena all’Arena del Sole
(le foto che illustrano questo articolo sono di Brunella Giolivo)

BOLOGNA – Riporto la recensione de «La valle dell’Eden» pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Certo che, quando mette mano al trasferimento sul palcoscenico di testi letterari (siano in prosa o in versi), Antonio Latella non si fa mancare proprio niente. Lo aveva già dimostrato con gli spettacoli tratti da romanzi mitici ed emblematici quali «Moby Dick» e «Via col vento». E ne fornisce un’ulteriore e non meno eclatante prova con l’adattamento monumentale in due parti de «La valle dell’Eden» di John Steinbeck, firmato con Linda Dalisi e presentato in «prima» nazionale, all’Arena del Sole di Bologna, da Emilia Romagna Teatro, Teatro Metastasio e Stabile dell’Umbria.
Si tratta, infatti, del romanzo (fu pubblicato nel 1952) che Steinbeck considerò il «libro della vita», specificando addirittura che tutto quanto aveva scritto prima era solo in preparazione di quello. E se non è il romanzo migliore del Premio Nobel per la letteratura 1962, troppe lungaggini e ridondanze appesantendolo, nello stesso tempo contiene e illumina – nel solco di un lucido «mélange» di realismo quotidiano ed epica riflessa che, per citare appunto la motivazione del Nobel, unisce «l’umore sensibile e la percezione sociale acuta» – alcuni dei temi capitali e perennemente ricorrenti della letteratura universale.
Come sappiamo, «La valle dell’Eden» intreccia – in una saga che va dalla guerra civile americana alla prima guerra mondiale – le vicende di due famiglie, quella vera degli Hamilton, la famiglia materna dell’autore, e quella inventata dei Trask. Ma, ecco il punto decisivo, il luogo geografico che campeggia nel romanzo (la valle percorsa dal fiume Salinas, nella California settentrionale) finisce a specchiarsi nella dimensione simbolica incarnata dall’Antico Testamento. Tanto che il titolo originale in inglese, «East of Eden», ricalca alla lettera la Genesi: «Poi Caino si allontanò da Jhwh e abitò nella terra di Nod, a est di Eden» (4, 16).
Questo perché, in realtà, la storia delle famiglie Hamilton e Trask è una trasposizione del racconto biblico di Abele e Caino. Al punto che i nomi dei personaggi «buoni» (Adam, Alice, Aron, Abra) hanno la stessa iniziale di quello di Abele e i nomi dei personaggi «cattivi» (Cyrus, Cathy, Charles) la stessa iniziale di quello di Caino.
Dunque, il tema centrale de «La valle dell’Eden» è l’ineludibile lotta fra il bene e il male. E perentoria risulta in proposito la dichiarazione di Steinbeck all’inizio del capitolo 34: «Io credo sia questa la sola storia che abbiamo e che si ripete a tutti i livelli del sentimento e dell’intelligenza. Vizio e virtù sono stati trama e ordito della nostra prima presa di coscienza, e saranno il tessuto dell’ultima, e questo malgrado tutti i cambiamenti che potremo imporre a campi, fiumi e montagne, all’economia e a usi e costumi. Non esiste un’altra storia. L’uomo, dopo che si è spazzolato via la polvere e la segatura della vita, resta solo con questa dura, cristallina domanda: era bene o male? Mi sono comportato nel modo giusto – o in quello sbagliato?».

Da sinistra, ancora Elisabetta Valgoi e Candida Nieri in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, ancora Elisabetta Valgoi e Candida Nieri in un altro momento dello spettacolo

Ebbene, la risposta sta nella parola ebraica, «timshel», che sempre nella Genesi Jhwh rivolge a Caino circa il suo rapporto con il peccato. C’è chi le attribuisce il significato «lo dominerai» e chi il significato «dominalo». Nel primo caso Jhwh fa una promessa, nel secondo impartisce un ordine. Ma la verità è che la parola «timshel» significa «tu puoi», tu puoi dominare il peccato. E chi mette in luce questo significato, dopo aver condotto al riguardo lunghi studi, è Lee, il servitore cinese di Adam Trask al quale Steinbeck, facendone in pratica un proprio «alter ego», affida tutte le riflessioni d’ordine morale e ideologico.
La parola «timshel», dice Lee nel capitolo 24, «dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta la cosa sull’uomo», che «esalta la grandezza dell’uomo e gli dà una statura paragonabile agli dei, perché malgrado la sua debolezza, il suo orrore e l’assassinio del fratello, ha ancora la possibilità di scegliere».
Sì, Lee è uno dei personaggi più significativi, complessi e affascinanti che mai siano comparsi in un romanzo. Giacché non rappresenta solo una riedizione persuasiva del «valet de chambre», del punto di vista dal basso che svolge in letteratura un ruolo dialettico determinante, ma costituisce, anche e specialmente, una cartina di tornasole rispetto allo scopo, la glorificazione dell’uomo, che si prefisse Steinbeck in generale e si prefigge «La valle dell’Eden» in particolare.
Ora, venendo allo spettacolo, c’è da rilevare innanzitutto che – mentre il film diretto da Elia Kazan nel 1955 si concentrò sulla vicenda dei Trask, escludendo quella degli Hamilton – Latella e la Dalisi sono molto più fedeli alla trama complessiva del romanzo. Di modo che, lungo la vicenda di Adam Trask, risaltano soprattutto gl’incontri che – per l’appunto sul piano simbolico e sullo sfondo della Bibbia – si riferiscono alla lotta fra il bene e il male: a partire da quelli di Adam con Samuel Hamilton e, specialmente, con Cathy Ames, autentica reincarnazione (Steinbeck la definisce «a psychic monster») di Eva e, insieme, di Lilith e di Satana.
Di conseguenza, l’impianto generale dello spettacolo risulta fondato, con ferrea strategia, sulla fusione del simbolismo con lo straniamento. Vedi, tanto per fare solo due esempi, l’invenzione per cui le considerazioni dell’autore diventano un personaggio, affidato per giunta a un’attrice, e la barriera che a mo’ di sipario interno scende per lunghi tratti a determinare una frattura visiva rispetto all’azione. Ed eccellenti, rispetto a un simile contesto, si dimostrano gli attori in campo, primi fra tutti Michele Di Mauro (Samuel Hamilton), Candida Nieri (la voce dell’autore, Faye, Eva), Annibale Pavone (Adam Trask), Massimiliano Speziani (Lee) e – «last but not least» – Elisabetta Valgoi, che, nei ruoli di Cathy/Kate (il Male) e Abra (il Bene), si dimostra ancora una volta degnissima figlia di quel Mario Valgoi che fu uno dei massimi interpreti goldoniani.
Ma, per chiudere, mi soffermo sulla scena che vale da sola l’intero spettacolo. Nel romanzo Cathy, diventata tenutaria di bordello col nome di Kate, si uccide – nel chiuso della stanzetta grigia e senza finestre (la Coscienza) in cui corre a barricarsi quando la investe la piena dei rimorsi – ingoiando una capsula di veleno. Qui, invece, si uccide sparandosi, dopo aver chiesto a se stessa: «Dammi la pistola, è un ordine!». Si tratta della proiezione all’esterno della Coscienza. Kate affronta il passo estremo sdoppiandosi, immaginando quel passo come collocato nel mondo e, di più, da questo determinato. Infatti – l’ennesima invenzione straordinaria di questo spettacolo strepitoso – saranno gli altri che, come in un’ordalia civile, costruiranno, pannello dopo pannello, le pareti della sua prigione.
È la risposta, lancinante e commovente, agl’interrogativi che Latella si pone nelle note di regia: «Steinbeck dice: “Chi scrive ha il dovere di incoraggiare, illuminare e dare sollievo alla gente”. Se si può dire che la parola scritta in qualche modo sia servita allo sviluppo della specie, lo possiamo dire anche del teatro? E un regista ha lo stesso dovere di uno scrittore?».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 12/11/2019)

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