«Un posto al sole» in palcoscenico

Da sinistra, Andrea Renzi, Eva Cambiale, Teresa Saponangelo e Tony Laudadio in un momento di «Il tempo è veleno» dello stesso Laudadio, in scena al Nuovo per la regia di Francesco Saponaro (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Da sinistra, Andrea Renzi, Eva Cambiale, Teresa Saponangelo e Tony Laudadio
in un momento de «Il tempo è veleno» dello stesso Laudadio, in scena al Nuovo per la regia di Francesco Saponaro
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – Credo proprio che a «Il tempo è veleno» – il testo di Tony Laudadio che Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival presentano al Nuovo – si adattino come epigrafe i versi della poesia di Cardarelli, «Passato», che spesso mi capita di citare: «I ricordi, queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo, / questo strascico di morte / che noi lasciamo vivendo, / i lugubri e durevoli ricordi, / eccoli già apparire: / melanconici e muti / fantasmi agitati da un vento funebre».
Infatti, qui si parla per l’appunto dei ricordi e dei fantasmi che essi evocano. Nello stesso ambiente, il salone di un appartamento napoletano di fronte al Vesuvio, si ritrovano e si accavallano tre epoche (il 1970, il 1990, i giorni nostri) e i personaggi che ad esse appartengono (i coniugi Paco e Bianca, le loro figlie Sara e Marta ed Ennio, che vorrebbe acquistare la casa in cui hanno vissuto Paco, Bianca, Sara e Marta e che adesso, morti i genitori in un incidente stradale, Sara e Marta vorrebbero vendere). E si capisce che tutti questi personaggi sono sempre presenti, e alternativamente interagiscono e dialogano fra loro o, da quelli non visti né uditi, assistono all’interazione e ascoltano i dialoghi dei personaggi che si muovono in un’epoca diversa dalla loro.
Evidentissimi, insomma, risultano i prelievi e i ricalchi da Ibsen (il presente ridotto al processo intentato al passato), da «Vecchi tempi» di Pinter (Anne è già presente in scena mentre Deeley e Kate parlano del suo prossimo arrivo) e da «Il posto delle fragole» di Bergman (il dottor Isak Borg entra nei flashback relativi ai propri ricordi da vivo, com’è adesso, addirittura confrontandosi, da vecchio, col se stesso giovane). Ma mi affretto ad aggiungere che si tratta di prelievi e ricalchi effettuati in maniera scolastica e asfittica, senza che Laudadio sia poi capace di trasformarli in sviluppi drammaturgici autonomi e, soprattutto, plausibili.
Dirò di più e di peggio. Io, per mestiere, leggo testi teatrali fin dall’anno di grazia 1964. E giuro che assai raramente mi sono imbattuto in un copione che, come questo di Tony Laudadio, fosse tanto pretenzioso quanto inconcludente, tanto premeditato quanto confuso, tanto complicato quanto prevedibile. Laudadio, in guisa di un prestidigitatore affetto da una maniacale coazione a ripetere, tira fuori dal suo cilindro non uno, ma intere legioni di conigli. E al riguardo mi limito agli esempi che qui di seguito elenco.
1) A un certo punto, Bianca scrive al marito una lettera in cui gli rivela che Sara è frutto di una propria relazione extraconiugale. E in seguito scopriamo che lui, Paco, che fa il ginecologo, in compenso ha messo al mondo figli suoi non dichiarati: perché, praticando le prime fecondazioni assistite clandestine, talvolta donava il suo stesso seme.
2) A un certo punto, Sara annuncia a Marta che ha deciso di andarsene, forse per sempre. E in seguito scopriamo che, mentre organizzava all’Università manifestazioni per festeggiare la caduta del muro di Berlino, faceva quelle rapine che ora la obbligano a riparare all’estero. Si allude, magari, a un suo passato di terrorista. E infine Sara rivela a Marta che vuole vendere la casa perché intende, con i soldi che ne ricaverà, andare alla ricerca dei fratelli e delle sorelle nati dal seme di Paco.
3) A un certo punto, Ennio dichiara a Marta che vuol comprare la casa a un prezzo di gran lunga superiore a quello fissato da lei. E in seguito scopriamo che, così, cerca di riscattarsi agli occhi di Sara, della quale un tempo è stato fidanzato: fu lui, infatti, a causare l’incidente in cui persero la vita Bianca e Paco.
Un simile garbuglio si nutre, per giunta, di rivelazioni strepitose tipo «Napoli ha le braccia conserte: quando le deve aprire ci mette un po’ ma poi, quando ti ha stretto, non ti lascia più» e «A Napoli non esiste la colpa, siamo tutti innocenti. Per questo tutti amano questa città»; di sentenze filosofiche vertiginose tipo «Tutti noi coltiviamo i nostri fantasmi. I nostri spettri» (con la variante «Ogni casa ha i suoi fantasmi, tutti noi ce li portiamo appresso»); di plateali escursioni tipo gli accenni alle banche, al mutuo, alla corruzione, alla camorra, al debito che supera il Pil, a Craxi che comanda, a Falcone e Borsellino, a Mani Pulite e alla guerra in Jugoslavia; e, per non farsi mancare proprio niente, di travolgenti battute da avanspettacolo tipo quella regalata dal seguente dialogo fra Bianca e Paco: – Bianca: «Ho un piano» – Paco: «Sì, e io ho una chitarra».

Da sinistra, Angela Fontana, Lucienne Perreca, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale e Andrea Renzi in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, Angela Fontana, Lucienne Perreca, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale e Renzi in un’altra scena

Per proprio conto, Francesco Saponaro chiude le note di regia con il passo seguente: «Di solito il tempo lenisce il dolore. Qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia crudele di inesorabile veleno».
Ora, io non mi sogno nemmeno di perdere il mio tempo (che, mi ostino a credere, non è veleno) rilevando come lo scritto di Saponaro – a sua volta tanto pretenzioso quanto inconcludente, tanto premeditato quanto confuso, tanto complicato quanto prevedibile – costituisca un ricalco anch’esso scolastico e asfittico della famigerata «prosa d’arte» da cui non andò esente, per l’appunto, Vincenzo Cardarelli.
Piuttosto, sarei curioso (si fa per dire) di sapere dove, nel testo di Laudadio, Saponaro abbia scorto l’angoscia. Forse ha scambiato per angoscia l’aggettivo «angosciante». E in ogni caso, non l’abbiamo scorta noi, l’angoscia, nel suo spettacolo. In cui la scena dello stesso Saponaro ci ammannisce il solito spazio vuoto (l’avete capito, per alludere all’astrazione) stavolta riempito con numerosi telai di porte (l’avete capito, per alludere al passaggio fra l’una e l’altra delle epoche previste dal copione) e ci vengono regalate stratosferiche invenzioni come quella di Marta che legge la famosa lettera della madre al marito mentre si sente la voce di Bianca che ne dice le parole in sottofondo (per alludere, avete capito anche questo, alla compresenza di presente e passato).
Il dovere del cronista mi obbliga, infine, ad elencare gl’interpreti in campo: Andrea Renzi (Paco), Eva Cambiale (Bianca), Lucienne Perreca (Sara), Angela Fontana (Marta piccola), Teresa Saponangelo (Marta adulta) e lo stesso Tony Laudadio (Ennio). Renzi, la Saponangelo e Laudadio ci mettono un po’ di mestiere, per il resto (fa pure rima) è buio pesto.
Chiudo, perché già troppo è lo spazio che ho dato a questo spettacolo, utile solo a chi l’ha prodotto per accumulare bordereaux. Mentre vi assistevo, a mo’ di giudizio complessivo avevo annotato nel taccuino: «Un posto al sole». E al termine – stavo andando via in tutta fretta – mi ha raggiunto, sulla discesa di via Montecalvario, uno spettatore di lungo corso, appassionato e competente, che spesso manda a questo sito commenti puntuali e fondati. E mi ha quasi aggredito, dicendomi fra l’allibito e l’indignato: «Ma che hanno fatto, hanno trasportato sul palcoscenico “Un posto al sole”?».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a «Un posto al sole» in palcoscenico

  1. Raffaele Mastroianni scrive:

    Apprezzo la tua generosa disponibilità a commentare con impegno una serata sprecata. Meno male che la pioggia ci ha risparmiati all’uscita.
    Raffaele Mastroianni

  2. Enrico Fiore scrive:

    Proprio così, caro Raffaele. La pioggia è stata a sua volta generosa perché, evidentemente, ha considerato il fatto che il “bagno” l’avevamo già preso mentre vedevamo lo spettacolo.
    Enrico Fiore

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