Quando uno scendiletto è anche un tappeto da preghiera

Da sinistra, Chadli Aloui e Saverio La Ruina in un momento di «Mario e Saleh», in scena al Romaeuropa Festival

Da sinistra, Chadli Aloui e Saverio La Ruina in un momento di «Mario e Saleh», in scena al Romaeuropa Festival

ROMA – «No, no, no, questa cosa non la potete fare. Ma che vi dice la testa a voi? Dopo tutto ‘sto sfracello portate pure altri rivolgimenti? Perché non è un rivolgimento, questo? Ma a voi vi pare una cosa sensata questo miscuglio?».
Parlando al cellulare con un funzionario pubblico, esordisce così Mario, uno dei due personaggi protagonisti dell’atto unico di Saverio La Ruina, «Mario e Saleh», che Scena Verticale ha presentato in «prima» nazionale nell’ambito del Romaeuropa Festival. E il «rivolgimento» e il «miscuglio» a cui si riferisce consistono nel fatto che nella tenda che lo ospita dopo il terremoto dell’Aquila viene mandato anche un tunisino, per l’appunto Saleh.
Sembrerebbe, dunque, che l’atto unico in questione si riduca all’illustrazione delle schermaglie – tra il religioso, il razziale e il politico – che si sviluppano fra quei due, un occidentale cristiano e un arabo musulmano. Ma il pregio rilevante dei testi di La Ruina è che la loro trama, in superficie semplice e persino schematica, funziona in profondità come la pietra gettata in uno stagno: dal punto in cui cade in acqua partono onde che assumono la forma di cerchi concentrici sempre più larghi.
Così, per fare un esempio, nella circostanza accade che dal piccolo diverbio iniziale fra Mario, che considera un semplice scendiletto quello che ha trovato all’ingresso della tenda, e Saleh, che invece lo considera un tappeto, si arrivi prima alla scoperta che si tratta di uno dei tappeti da preghiera in uso, giusto, presso i musulmani e poi alla battuta di Saleh che suona: «[…] il terremoto sta diventando un’opportunità per costruire una città ancora più bella e una comunità ancora più unita».
A tanto, del resto, conducono anche i ripetuti scontri circa l’attribuzione di determinati passi canonici all’uno o all’altro dei due testi sacri, la Bibbia e il Corano, venerati rispettivamente da Mario e da Saleh. E indico in proposito un caso su tutti: il passo «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà salvato una persona sarà come se avesse salvato l’umanità intera» viene commentato da Mario con un «Questo lo dice la Bibbia» e da Saleh con un «No, no, questo lo dice il Corano».
Naturalmente, lo dicono sia la Bibbia che il Corano. E in breve, il testo di La Ruina pone l’accento sul concetto-cardine del pensiero contemporaneo: ogni cosa non è mai una sola cosa, ma è sempre più cose, tante quante le persone che con quella cosa a qualsiasi titolo vengono in contatto. Lo stesso tema centrale del testo – la migrazione che provoca il conflitto tra religioni e razze – è svolto alla luce di questa legge: rappresenta, in sé, un fatto doloroso che spesso sfocia in esiti tragici, ma contiene, nello stesso tempo, la radice di una verità salvifica.
La sottolinea, quella verità, proprio il Corano, con la sūra XLIX di cui si cita qui il versetto 13: «Vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosciate a vicenda».

Chadli Aloui e Saverio La Ruina in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto dallo stesso La Ruina

Chadli Aloui e Saverio La Ruina in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto dallo stesso La Ruina

Io avrei aggiunto la citazione del versetto 72 della sūra VIII: «Coloro che avranno creduto e saranno andati raminghi per le vie del mondo e avranno combattuto nel sentiero del Dio (pagando con i loro beni, pagando di persona) e avranno offerto il profumo dell’ospitalità e l’aiuto ai credenti sono da considerarsi intimi amici gli uni degli altri. Non sarete amici di quei credenti che ancora non si son dispersi per le vie del mondo, fino a quando essi non abbiano intrapreso il cammino dell’emigrazione». E mi spiego.
Avrei aggiunto questa citazione perché chiama in causa l’altro e complementare tema di rilievo messo in campo da La Ruina: quello del viaggio come fonte di conoscenza. È il tema che s’incarna con impressionante forza simbolica nella sequenza in cui Mario racconta di quando accompagnò la moglie Filomena sull’autoambulanza del 118. «Lei se lo sentiva ch’era l’ultimo viaggio», commenta Mario; e aggiunge che Filomena, dopo avergli detto: «Ci siamo fidanzati viaggiando e ci voglio pure morire viaggiando insieme a te», gli chiese: «Pensi che finisce tutto qua o ci rivediamo?».
Ecco, proprio questo è il punto: la morte, certo, è una fine, ma nello stesso tempo è il passaggio obbligato perché possa darsi un nuovo inizio. Il seme, perché possa produrre prima il fiore e poi il frutto, dev’essere seppellito.
Ora, dovrei concludere rilevando la linearità della regia di La Ruina e la precisione della prova d’attore sua, nel ruolo di Mario, e di Chadli Aloui, nato a Palermo per l’appunto da genitori tunisini, in quello di Saleh. Ma la sera della «prima» è successo un fatto imprevedibile, e ai limiti dell’incredibile.
Chadli Aloui avrebbe dovuto pronunciare la battuta: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Ma non l’ha pronunciata, quella battuta. Invece è venuto alla ribalta e, guardando fisso gli spettatori, ha detto: «Noi restiamo noi e voi restate voi. Buonasera a tutti». Ed ha abbandonato il palcoscenico.
L’episodio costituisce, credo, la prova inconfutabile di quanto «Mario e Saleh» sia uno spettacolo necessario. Ci sono ferite ancora aperte e che ancora sanguinano. E certi eventi sono assolutamente emblematici, accadono perché devono accadere e nel momento in cui devono accadere. È morto al-Baghdadi. E ho visto Cladli Aloui che s’aggirava nel mio stesso albergo con le braccia strette spasmodicamente intorno al petto, come a difendersi e, insieme, a separarsi dal mondo.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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2 risposte a Quando uno scendiletto è anche un tappeto da preghiera

  1. Luca Passi scrive:

    Ero presente alla replica e mi sento di dover aggiungere un altro punto di vista, a onor del vero. Ricordo bene la frase sulle Torri Gemelle perché, a differenza di quanto scritto nella recensione, il protagonista l’ha detta eccome e anzi, proprio per questo, l’altra frase è stata ancora più forte, pronunciata dall’attore rompendo la quarta parete con sguardo autentico e andando poi via di scena lasciando nel vuoto e nel silenzio tutta la sala: “(rivolto a La Ruina) hai proprio ragione, ci sarà sempre un noi e un voi ( rivolto al pubblico), buona serata a tutti”. E’ stato il momento più alto di tutto lo spettacolo, al punto che a tutti è sembrata la frase finale dello spettacolo (sebbene la vicenda narrata avesse degli episodi ancora da sviluppare, come ad esempio tutta una questione di soldi fra i due protagonisti), ma il fatto è che ai successivi applausi gli attori non si sono presentati sul palco, lasciando il pubblico incredulo fra la preoccupazione che fosse successo qualcosa di grave (qualcuno si è sentito male) e l’ancora più preoccupante impressione che quella frase finale non fosse una battuta del personaggio di Saleh, ma una manifestazione autentica del pensiero di Aloui, un chiaro messaggio al regista e al pubblico presente. Dal mio punto di vista, infatti, è stata la frase forse più vera dell’intero spettacolo che, invece, mi è parso la fiera dei luoghi comuni volti più a scimmiottare, in modo anche piuttosto banale e scontato, chi ha ancora pregiudizi verso il diverso (il personaggio di Mario era talmente macchiettistico da risultare quasi inverosimile) anziché andare a fondo in cosa significhi veramente il pregiudizio e la diversità. A giudicare dai tanti sbuffi e movimenti del pubblico in sala (chi controllava l’ora, chi addirittura si è alzato e se ne è andato via prima) non mi pare che lo spettacolo sia piaciuto, anzi. Il pubblico si sa, nella sua sincerità istintiva, sa essere crudele, ma paga un biglietto e ha il diritto di esprimere il proprio disappunto sul lavoro in scena: gli attori professionisti lo sanno, fa parte del mestiere (ma forse non lo sapeva un non professionista che, nel mettere in scena questioni che riguardano il suo vissuto personale, si è sentito giudicato?). La Ruina non si è presentato sul palco, è poi comparso evidentemente mortificato e rispondendo cose a mezza bocca di fronte agli spettatori rimasti in cerca di una spiegazione…non tanto dello spettacolo interrotto (lui stesso ha ammesso che non abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere), quanto forse di quella frase e di quello sguardo che ci ha lasciati basiti. Questo episodio non mi sembra affatto la prova inconfutabile che “Mario e Saleh” sia una spettacolo necessario, ma anzi che spettacoli come questo facciano male al teatro e alla gente. La Ruina è un ottimo professionista, vincitore di numerosi premi e autore di bellissimi lavori: semplicemente stavolta ha fatto uno spettacolo brutto e forse stavolta è giusto dirlo, anziché cercare di trovarci qualcosa che non c’è, creando una letteratura online che non rende il vero di ciò che quella sera è accaduto a teatro fra attori e spettatori.
    Luca Passi

  2. Enrico Fiore scrive:

    Mi sembra che il commento del signor Passi sia tanto lungo quanto confuso. L’ho lasciato volutamente nella sua forma originale, a cominciare dalla punteggiatura, come dire?, piuttosto avventurosa. E adesso non faccio altro, proprio “a onor del vero”, che constatare come il commento in questione si limiti alla cronaca spicciola della serata di sabato scorso, senza entrare nel merito dei decisivi problemi (religiosi, razziali e addirittura filosofici) che lo spettacolo affronta e su cui mi sono soffermato nella mia recensione.
    Ma sono proprio quei problemi, credo, che hanno fatto scattare la reazione dell’attore tunisino Chadli Aloui. Perché di una reazione si è trattato, non so se di carattere semplicemente psicologico o anche e soprattutto ideologico.
    In ogni caso, se Aloui non se la sentiva d’interpretare quello spettacolo, avrebbe dovuto dirlo quando glielo hanno proposto o al massimo durante le prove, non aspettare la sera della “prima” per scaricare addosso all’ignaro autore/regista/coprotagonista e all’incolpevole pubblico (che, appunto, aveva pagato il biglietto) le sue idee, per quanto rispettabili possano essere.
    Comunque, la battuta che, insisto, Aloui non ha pronunciato (la mia recensione si riferisce alla “prima”) suona: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Mentre lui – rivolto agli spettatori e non a La Ruina, come asserisce il signor Passi – ha detto: “Noi restiamo noi e voi restate voi”. C’è una bella differenza. La Ruina stigmatizzava la divisione fra i popoli indotta da quell’attentato, il tunisino Aloui ha voluto ribadirla.
    Chiudo. Se provoca contraccolpi del genere uno spettacolo “brutto” e che “fa male al teatro e alla gente”, come il signor Passi pensa di “Mario e Saleh”, per l’appunto questo costituisce la prova migliore che quello spettacolo non è affatto “brutto” e non “fa male al teatro e alla gente”, ma al contrario è, ripeto, necessario: perché, invece di limitarsi ad essere una semplice rappresentazione, diventa lo specchio del malessere che oggi attanaglia il mondo. Tanto ho cercato di sostenere nella chiusura della mia recensione. E in tal senso va inteso l’accenno alla morte di al-Baghdadi.
    Enrico Fiore
    P.S. Il pubblico, certo, ha tutto “il diritto di esprimere il proprio disappunto sul lavoro in scena”, ma deve esprimerlo quando lo spettacolo è finito, senza dare fastidio, mentre lo spettacolo è in corso, agli attori e a quella parte del pubblico medesimo che è di parere diverso.

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