Confessioni personali sullo sfondo della lotta di classe

Da sinistra, Tommy Kuti, Sonia Bergamasco e Rosario Lisma in «Ritorno a Reims», in scena al Piccolo Teatro Studio Melato (le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Masiar Pasquali)

Da sinistra, Tommy Kuti, Sonia Bergamasco e Rosario Lisma in «Ritorno a Reims», in scena al  Teatro Studio Melato
(le foto dello spettacolo che illustrano questo articolo sono di Masiar Pasquali)

MILANO – «Denuncio la rinuncia a vedere la realtà, che è tuttora attraversata dalla divisione classica tra dominanti e dominati nonostante decenni fa sia stata proclamata ovunque la fine della lotta di classe». E ancora: «Per mostrarsi moderna la sinistra istituzionale e socialdemocratica si è convertita decenni fa al pensiero e al programma economico neo-liberale, e ha rinunciato alla sua missione storica, che era quella di preoccuparsi delle persone in difficoltà e degli sfruttati».
Sono due dichiarazioni del sociologo e filosofo francese Didier Eribon, dal cui libro «Ritorno a Reims», uscito nel 2009 e pubblicato in Italia da Bompiani, Thomas Ostermeier ha tratto l’omonimo spettacolo che il Piccolo, in coproduzione con la Fondazione Romaeuropa, presenta nel Teatro Studio Melato in una versione della Schaubühne di Berlino. E credo che riassumano come meglio non si potrebbe gl’intenti e la sostanza ideologica di quel testo, a metà fra il pamphlet politico, l’indagine psicanalitica e il romanzo di formazione.
Ma giova precisare, prima di affrontare l’esame dello spettacolo in sé, che lo stesso ha innanzitutto il gran merito di sviluppare il suo tema, l’identità politica e sociale dell’Europa, collocandosi nell’ambito di un progetto teatrale che all’Europa medesima si riferisce in termini estremamente concreti: giacché consiste nell’allestimento del copione tratto dal libro di Eribon in diversi Paesi del vecchio continente, riscrivendolo ogni volta in collaborazione con il teatro in cui viene messo in scena e, naturalmente, gli attori chiamati a interpretarlo.

Didier Eribon

Didier Eribon

Dunque, se nel testo originale si parlava di chi era di sinistra e ora vota Front National, nel nostro caso la mutazione sociale e antropologica denunciata da Eribon chiama in causa chi era comunista e ora vota per la Lega o i Cinque Stelle. E ad indicare le tappe di quella mutazione si citano qui, nell’ordine, Gladio, Licio Gelli, la P2, Delle Chiaie, il Berlusconi che, al contrario del Murdoch che chiama in giudizio lo Stato britannico perché finanzia la BBC, non fa causa al Governo italiano perché è diventato il Governo italiano, in modo da avere tutte le televisioni, private e statali, e il Salvini che chiude i porti mentre se ne sta in spiaggia a sorseggiare un mojito.
Venendo adesso ai particolari dell’allestimento, dico in breve che la drammaturgia si sviluppa su tre piani: nel primo siamo in uno studio di registrazione in cui un’attrice, un regista e un tecnico del suono lavorano al commento sonoro di un film documentario dedicato all’autore; nel secondo veniamo a contatto con l’Eribon che, per l’appunto in quel film, trasforma il monologo interiore del libro nelle immagini del ritorno nei sobborghi dove la sua famiglia visse per vent’anni e dell’incontro con la madre (la madre vera, non un’attrice), alla luce della presa di coscienza, oltre che dei segni che gli ha lasciato nella mente il passato economico, sociale e politico, della propria omosessualità; e nel terzo, infine, assistiamo alla discussione che si sviluppa fra l’attrice, il regista e il tecnico del suono circa il contesto italiano.
S’intuisce facilmente, perciò, che lo spettacolo è nato da quelle che non sono state vere e proprie prove, ma, di fatto, le interviste (meglio sarebbe dire interrogatori) a cui Ostermeier ha sottoposto i tre interpreti, Sonia Bergamasco, Rosario Lisma e Tommy Kuti, il quale ultimo, per giunta, è davvero, come il suo personaggio, un musicista rap. Sicché la Bergamasco, Lisma e Kuti finiscono a intrecciare le considerazioni di ordine politico con le confessioni che riguardano la loro professione, il loro privato e, nel caso di Tommy, gli sguardi di sospetto o addirittura d’odio che gli vengono ancora rivolti nonostante lui, nigeriano d’origine, sia cresciuto in Italia, abbia il passaporto italiano e si ritenga italiano a tutti gli effetti.

Thomas Ostermeier

Thomas Ostermeier

Il pregio non comune del testo è che, però, tutto questo non rimane prigioniero delle parole, ma si aggancia strenuamente e costantemente a una dimensione fatta di carne e sangue. Lo testimoniano, ad esempio, i passi seguenti: «Sorprende sempre vedere fino a che punto i corpi nelle fotografie del passato si presentino immediatamente allo sguardo come corpi sociali, corpi di classe» e «Negli ambienti popolari, nella “classe operaia”, la politica di sinistra consisteva prima di tutto in un rifiuto pragmatico di ciò che si subiva nella propria vita quotidiana»; e lo esalta fino all’incandescenza il ritratto della madre: «Quando la vedo oggi, il corpo bloccato dai dolori legati alla durezza del lavoro eseguito per quindici anni in piedi davanti a una catena di montaggio (bisognava attaccare coperchi a contenitori di vetro, con la possibilità di farsi sostituire dieci minuti la mattina e dieci minuti il pomeriggio per andare in bagno), sono impressionato da cosa significhi concretamente, fisicamente, l’ineguaglianza sociale».
Tanta aderenza dell’ideologia alla verità inconfutabile della realtà fisica arriva persino, sul filo di una salutare ironia smitizzante, a investire il percorso indicato da Sonia Bergamasco al Fabrizio che deve raggiungerla nello studio di registrazione: «Dove sei? Largo Antonio Gramsci… aspetta, io ho preso i mezzi, non mi ricordo bene. Sì, il cavalcavia Aldo Moro… poi, prendi una via sulla sinistra… via Karl Marx, esatto, e poi sì, devi girare… a destra. Esatto, viale Giacomo Pucci… no, viale Giacomo Puccini no… Lo studio è in vicolo Lenin, è un vicolo senza uscita»…
Non si scherza affatto, invece, se viene messa in campo la battuta: «Quando la sinistra si rivela incapace di organizzarsi in quanto spazio e crocevia in cui si formano le questioni ma si investono anche i desideri e le energie, sono la destra o l’estrema destra che arrivano ad attirarle e ad accoglierle».
È il cuore del discorso, l’acme concettuale dello spettacolo. Torna in mente, poniamo, che il colpo di stato dei colonnelli in Grecia aveva le sue radici negli accordi di Varkiza del 1945, quelli che, primo esempio di compromesso storico, diedero luogo alla collaborazione del Partito Comunista con la borghesia nazionale. E in fondo, si comportarono proprio come il Partito Comunista greco del ’45 gl’intellettuali neoconservatori che, ricorda Eribon, nel 1981 furono cooptati da Mitterrand: «Questi intellettuali, fingendo di offrire un modo per rinnovare il pensiero di sinistra, in realtà vollero eliminare tutto quello che era di sinistra nella sinistra. Non si parlò più di sfruttamento e resistenza, ma di “modernizzazione necessaria” e di “rifondazione sociale”; non si parlò più di rapporti di classe ma di “vivere insieme”; non si parlò più di destini sociali ma di “responsabilità individuale”».

Sonia Bergamasco in un altro momento dello spettacolo

Sonia Bergamasco in un altro momento dello spettacolo

Ma – l’ennesimo dei molti pregi di questo spettacolo, forte, impavido, magnetico – si ritaglia uno spazio anche l’emozione: quando, per esempio, compaiono sullo schermo Françoise Hardy che canta «Tous les garçons et les filles de mon âge» o (vale, d’accordo, per chi credette in certe cose e per qualche dinosauro che ancora ci crede) una folla che in strada intona L’Internazionale levando in alto il pugno chiuso. Così come si ritaglia uno spazio significativo la riflessione d’ordine teorico: quando, sempre per esempio e sempre sul filo dell’ironia smitizzante, si parte dalla constatazione che la colpa è del sistema capitalistico e si arriva all’happening del pubblico invitato dal regista a scandire in coro che «Silvio Berlusconi non è cattivo».
Sarebbe superfluo, infine, attardarsi sulla fluidità che, con grande perizia, la regia di Ostermeier attribuisce ai passaggi da un piano all’altro, facendone, in pratica, delle dissolvenze incrociate; o sulla naturalezza che manifestano gl’interpreti nell’oscillare di continuo fra i propri rispettivi personaggi e se stessi.
Piuttosto, è il caso di rilevare che, come ormai non avviene quasi più, questo spettacolo non finisce quando finisce. Si esce dal teatro e continua a girarti nella testa (almeno continua a girare, mi si passi il gioco di parole, nella testa di quelli che la testa non l’hanno perduta) la conclusione del rap che Tommy Kuti rovescia sugli spettatori fra proscenio e platea: «Non basta mandare affanculo Salvini / Ti lamenti in rete più che mai / Ma per il tuo paese però tu che fai?».
Sì, «Ritorno a Reims» dice finalmente quel qualcosa di sinistra che invano Nanni Moretti chiese di dire a D’alema. Al D’Alema che continua a rimanere muto, ridotto qui all’ufficialità grigia delle immagini di repertorio.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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