Lina Sastri: il vento, il mare e l’amore

Lina Sastri in un momento di «Pensieri all'improvviso», che apre la stagione del Diana (le foto che illustrano questo articolo sono di Valdina Calzona)

Lina Sastri in un momento di «Pensieri all’improvviso», che apre la stagione del Diana
(le foto che illustrano questo articolo sono di Valdina Calzona)

NAPOLI – «E datte n’avviata a ‘sti capille ca me pare ‘na pazza / È ‘o viento o ‘nu penziero ca te sconceca ‘a capa». Sono i primi due versi di «Salute anema d’aucelluzzo», una delle poesie di Lina Sastri comprese nella raccolta «Pensieri all’improvviso. Cantata del prima e del dopo». E davvero mi sembra che possano costituire la chiave per entrare nel profondo dello spettacolo con cui Lina ha aperto la stagione del Diana e che appunto a quella raccolta s’ispira, tanto da adottarne il titolo.
Lina racconta che «Salute anema d’aucelluzzo» la disse a Eduardo mentre – giovane giovane, quasi una ragazzina – camminava con lui, una mattina, nel vento di una città del Nord. E proprio questo frangente dà conto, simbolicamente, della forma che connota lo spettacolo: il «prima» sono lo stesso Eduardo e con lui i classici della canzone napoletana, ridotti nella circostanza (come, poniamo, «Tutta pe’ mme») a semplici frammenti affidati spesso alla voce registrata di Ninetta, la madre di Lina; e il «dopo», invece, sono le canzoni dei vari Pino Daniele («Anna verrà», «Terra mia», «Assaie», «Napul’è»), Lucio Dalla («Le rondini», il brano d’apertura, e «4 marzo 1943»), Fabrizio De André («Don Raffaè»), Ivano Fossati («C’è tempo») e Francesco De Gregori («Viva l’Italia»). E accanto a «Viva l’Italia» di De Gregori si pongono, per stabilire una corrispondenza fra le scelte che guidano Lina su queste strade nuove, alcuni passi di «All’Italia» di Leopardi.
Ma mi affretto a lasciare il terreno facile della cronaca per tornare a quei due versi, «E datte n’avviata a ‘sti capille ca me pare ‘na pazza / È ‘o viento o ‘nu penziero ca te sconceca ‘a capa», che, al contrario, scavano sotto la superficie dell’allestimento, per destare riflessioni.
Ciò che ci porta fuori, che, appunto, ci rende pazzi, può essere o un impassibile fenomeno naturale che ci disturba (il vento) o la pretesa risentita d’ingabbiare la vita in una spiegazione (il pensiero). Ma ragioniamoci un attimo. Se te la lasci scivolare addosso, come fa la maggior parte della gente, la vita ti lascia in pace, perché di te non gliene frega proprio niente. Se invece la vuoi affrontare, reagisce e ti lascia nell’anima graffi che restano, perché è molto più forte di te. Però, in cambio del tuo coraggio nell’affrontarla, ti regala qualche momento di purezza e pienezza assolute. Non è molto, e per giunta quei momenti sono così veloci che il più delle volte non te ne accorgi neppure.
Lina Sastri tutto questo lo sa benissimo, e che lo sappia si vede in ogni sua apparizione sul palcoscenico. Così, io penso che i momenti di cui parlo si annidino negli interstizi minimi fra quel «prima» e quel «dopo», ovvero negli spazi risicati ma salvifici della libertà della mente e dei sentimenti. E decisivo mi sembra, in proposito, il rapporto continuo e intenso che lo spettacolo stabilisce con il mare. Mi ha fatto ripensare subito alla mia esperienza come commissario di bordo dell’«Achille Lauro» sulla rotta per l’Australia e la Nuova Zelanda, a trasportare il dolore e la speranza degli emigranti, il loro bisogno di pane e dignità.

Lina Sastri in un altro momento dello spettacolo

Lina Sastri in un altro momento dello spettacolo

Ebbene, c’è un’onda anomala, chiamata in gergo marinaresco «mascone ‘e prora», che arriva, per l’appunto, trasversalmente alla prua, mettiamo da destra, e manda la nave fuori rotta, spostando la prua a sinistra. Allora il pilota automatico, per riportare la nave in rotta, carica tutto il timone a destra. Ma, mentre il pilota automatico compie questa manovra, il «mascone» continua il suo cammino trasversale e investe la poppa, con la conseguenza che la prua viene spostata a destra, mandando di nuovo la nave fuori rotta. E allora il pilota automatico, per riportare la nave in rotta, stavolta carica tutto il timone a sinistra. Insomma, compie una doppia manovra, perdendo tempo. Se invece al posto del pilota automatico c’è al timone un marinaio che conosce il comportamento di quell’onda, questi non si muove, perché sa che sarà l’onda stessa a riportare in rotta la nave.
Ecco, Lina Sastri è quel marinaio. Si abbandona alla vita, perché sa che la vita stessa, dopo avertela «sconcecata», ti rimetterà a posto la «capa». Dal momento che, lo dice, la vita è proprio «comm’ ‘o mare». C’è dentro tutto, e non puoi rinunciare a niente. Mi è tornato in mente Yannis Ritsos, che incontrai in una notte di Atene quando, rischiando la pelle, un gruppo di oppositori dei colonnelli si riunì in una casa bianca di fronte al Partenone, tappezzata di libri e di fraternità. E scrisse Ritsos che il mare «non puoi tagliarlo a fette come la pagnotta, non puoi spartirlo, / è intero e vuole che anche tu sia intero, intero ti prende / e tu intero lo combatti, lo conquisti o lo perdi, sempre intero».
Allora, c’è qui la Lina che diventa un’emozione quando canta «4 marzo 1943» e c’è la Lina che diventa un livido sberleffo quando spezzetta il ritmo complice di «Lilì Kangy». E, soprattutto, c’è, naturalmente, la Lina che interpreta «Gracias a la vida», alla vita che dà sia il riso che il pianto: e la interpreta, non a caso, stando seduta sul primo gradino della scaletta che dal palcoscenico scende in platea, ossia sul confine tra il luogo della finzione, della rappresentazione, e il luogo della verità, delle persone e non più dei personaggi. Proprio uno degli interstizi minimi fra il «prima» e il «dopo».
Splendida, infine, la prova dei musicisti che l’accompagnano: Ciro Cascino al pianoforte, Maurizio Pica (autore degli arrangiamenti) e Filippo D’Allio alle chitarre, Gennaro Desiderio al violino, Luigi Sigillo al contrabbasso e Salvatore Minale alle percussioni e alla batteria. Bravo anche il ballerino Raffaele De Martino. E poiché molto, in «Pensieri all’improvviso», si parla d’amore, posso ben concludere con questi tre versi di Majakovskij: «L’amore annuncia ronzando / che di nuovo è stato messo in marcia / il motore raffreddato del cuore». Se andate al Diana, lo sentirete dal principio alla fine, quel ronzio. Ed è inutile che ve lo dica, è il ronzio della vita che passa.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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