Realtà e rappresentazione di un parricida. Sulle orme di Edipo

Da sinistra, Ciro Masella e Samuele Picchi in «Tebas Land», il testo di Sergio Blanco presentato nel Teatro di Rifredi (le foto dello spettacolo sono di Marco Borrelli)

Da sinistra, Ciro Masella e Samuele Picchi in «Tebas Land», il testo di Sergio Blanco presentato nel Teatro di Rifredi
(le foto dello spettacolo sono di Marco Borrelli)

FIRENZE – «Orologio Casio subacqueo», «Ossessione per gli orari» e, tra parentesi, «Ossessione per il tempo?». Sono tre degli spunti che annota nel suo taccuino l’autore e regista S., protagonista del testo di Sergio Blanco, «Tebas Land», dato in «prima» nazionale nel Teatro di Rifredi per la regia di Angelo Savelli. E mettono a fuoco come meglio non si sarebbe potuto i temi, gli snodi narrativi e i capisaldi teorici di quest’opera, che, ove mai ce ne fosse ancora bisogno, conferma il franco-uruguaiano fra i maggiori drammaturghi dell’odierna scena internazionale.
Infatti, qui ci si muove – a partire da un episodio di cronaca soltanto immaginato da Blanco – intorno al proposito dell’autore e regista citato di scrivere e mettere in scena un testo sul giovane parricida, Martín Santos, col quale sta avendo una serie di colloqui nel campetto di pallacanestro del carcere in cui è rinchiuso. Abbiamo, dunque, uno spettacolo in atto che, però, consiste nella costruzione (o, meglio, nell’ipotesi) di uno spettacolo. E ne discende, giusti gli spunti che ho riportato all’inizio, lo scarto continuo fra la realtà e la sua rappresentazione, fra gli oggetti e le idee che dagli oggetti scaturiscono quando gli stessi vengono, per l’appunto, messi in scena.
Inutile aggiungere che – in ciò consiste il senso alto del lavoro di Blanco – i primi di questi oggetti sono proprio l’autore e il testo. Di modo che, più che a una ricostruzione di tipo giornalistico del parricidio di cui si parla, assistiamo a un dibattito, sia pure non dichiarato, circa la possibilità di trasporre correttamente la realtà in una creazione artistica. E una spia d’allarme di tale dibattito costituisce, in effetti, il rapporto che si stabilisce fra il detenuto, l’autore/regista e l’attore, Federico, chiamato a interpretare il ruolo del detenuto quando il Ministero degli Interni decide che il parricida non possa partecipare allo spettacolo di persona.
Non a caso, allorché l’attore chiede d’incontrare l’assassino che deve interpretare, l’autore/regista gli risponde: «In realtà ho paura che la tua visita lo potrebbe confondere. Ci sono delle cose che non arriva a capire facilmente. L’altro giorno, per esempio, non arrivava a capire del tutto il concetto di rappresentazione. Non comprendeva esattamente in cosa consiste il lavoro dell’attore. Non capiva la differenza tra presentare e rappresentare. Mi chiedeva come fosse possibile che qualcuno potesse rappresentarlo senza conoscerlo personalmente. […] O come uno potesse essere lui se non gli assomigliava. Come se non avesse presente la distanza che c’è sempre tra il modello e la copia quando si rappresenta qualcosa».

Sergio Blanco

Sergio Blanco

Già, è la distanza che c’è fra l’orologio Casio e l’ossessione per gli orari da una parte e l’ossessione per il tempo dall’altra. E il fatto che l’autore/regista metta fra parentesi e corredi di un punto interrogativo «l’ossessione per il tempo» sottolinea in maniera eclatante proprio lo scarto di cui dicevo fra gli oggetti (nel nostro caso l’orologio Casio) e le idee (nel nostro caso il concetto di tempo). Blanco, in breve, mette sul tappeto, nella circostanza, il dubbio che possano mai concidere, gli oggetti (ovvero la realtà) e le idee che innescano quando, alla maniera dei «ready-made» di Duchamp, vengono esposti in uno spettacolo o in una qualsiasi altra forma di produzione intellettuale.
È questa, indiscutibilmente, l’ossessione che incatena l’autore/regista. Vedi, poniamo, il fatto che spinge il parricida prima a palleggiare e a tirare da sotto il cesto e poi a scrivere la lista di tutte le parole tipiche della pallacanestro. E vedi, per proporre un altro esempio, il fatto che le ferite sul corpo del padre ucciso dal giovane ricordano all’autore/regista i quadri della scuola fiamminga «in cui il corpo di Cristo appare martoriato all’eccesso per accentuare il dolore e la sofferenza».
Siamo sempre allo scontro fra la realtà e la rappresentazione. E il titolo («La terra di Tebe») rimanda, si capisce, a quell’Edipo che, per l’appunto, incarna la radice eterna del dubbio, stante – per ripetere ancora una volta l’acuta osservazione di Jean-Pierre Vernant – «ciò che esprime la sua natura d’enigma: l’interrogazione».
Ebbene, tutto questo trova nella regia di Angelo Savelli (il quale firma anche la traduzione, rigorosa ed agile insieme, del testo originale) un riscontro tanto puntuale quanto creativo. A cominciare da un’invenzione che pare semplice e ininfluente, ma risulta, invece, assolutamente significante e, quindi, decisiva: il personaggio dell’attore, che, ripeto, è stato chiamato dall’autore Federico, qui viene chiamato Samuele, col nome dell’attore che lo interpreta. E questo costituisce non solo una sottolineatura, bensì un’autentica moltiplicazione del tema centrale dello scarto fra la realtà e la rappresentazione. Perché l’attore che interpreta il personaggio dell’attore è lo stesso che interpreta il personaggio del detenuto.

Da sinistra, Samuele Picchi e Ciro Masella in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, Samuele Picchi e Ciro Masella in un altro momento dello spettacolo

Per riassumere, direi che lo spettacolo diretto da Savelli cammina, molto intelligentemente, sui binari della problematicità e dell’indeterminatezza: giuste le battute fondamentali «Quando si comincia a scrivere realmente un testo?» e «Quando si comincia a commettere realmente un parricidio?».
Assai conseguente appare, dunque, la caratterizzazione dei tre personaggi in campo: l’autore/regista manifesta una prosopopea continuamente minata da accensioni nevrotiche, malcelate insicurezze e improvvise malinconie; il parricida spasima in una rete fittissima di gesti e movimenti sistematicamente spezzati, mentre le parole che pronuncia sono spesso al limite del balbettìo; e l’attore si rivela nello stesso tempo pretenzioso e ignorante, a configurare, insieme, l’impotenza del suo ruolo nel contesto disegnato da Blanco e una frecciata, salutare non meno che godibile, contro le propensioni mattatoriali e la recitazione magniloquente di tanti (troppi) teatranti.
Molto bravi, peraltro, si dimostrano i due interpreti: Ciro Masella (l’autore/regista) e Samuele Picchi (il parricida e l’attore che deve interpretarlo), affiancati da Pietro Grossi nel ruolo del secondino. E inutile, infine, mi sembra sprecare parole sull’efficacissimo impianto straniante conferito da Savelli allo spettacolo: basta, nel merito, por mente al fatto che il frigorifero contro il quale il giovane uccide il padre cala dall’alto, come una sorta di «deus ex machina» da supermercato, e che l’effetto «splatter» della pioggia di sangue scaturita dalle ferite sul corpo dell’ucciso si riduce a tre rivoli di vernice rossa che discendono dalla sommità della porta del frigorifero medesimo, paralleli come in una spudorata imitazione di un quadro di Mondrian.
In conclusione, un’altra tappa del prezioso lavoro che il Teatro di Rifredi va svolgendo circa la scoperta e la valorizzazione di drammaturghi contemporanei di portata internazionale ma praticamente sconosciuti in Italia. Le tappe precedenti si son chiamate con i nomi del catalano Josep Maria Miró, del francese Rémi De Vos e dei belgi Buysse, Murgia e Zenoni. E adesso è venuto quest’allestimento di «Tebas Land» che è il primo in Italia dopo quelli realizzati nelle più importanti città del Sud America oltre che a Madrid e a Londra.
Al termine della «prima» Sergio Blanco era visibilmente commosso. Perché, ovviamente, l’autore/regista chiamato S. è lui. Lui che, adottando la radicale forma di drammaturgia che ha definito «auto-finzione», ha il coraggio di bruciare la propria biografia, insieme reale e immaginaria, al fuoco delle più urgenti riflessioni imposte dal presente riguardo alla vita, all’arte e, soprattutto, alla storia.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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