Uguale per uomini e cani l’emarginazione lasciata dall’apartheid

Un momento di «Lovers, dogs and rainbows», presentato nell'ambito del Festival Internazionale del Teatro di Lugano

Un momento di «Lovers, dogs and rainbows», presentato nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro di Lugano

LUGANO – Due citazioni sono poste in epigrafe al testo di «Lovers, dogs and rainbows», la video/performance del sudafricano Rudi van der Merwe presentata nel centro polifunzionale LAC (Lugano Arte e Cultura) nell’ambito della ventottesima edizione del Festival Internazionale del Teatro e della Scena Contemporanea. La prima è da Jean Cocteau: «Cosa portereste via se la vostra casa bruciasse? – Porterei via il fuoco»; e la seconda è da «L’opera al nero» di Marguerite Yourcenar: «- “Un altro mi attende altrove. Io vado da lui”. / – “Chi?” chiese Enrico-Massimiliano. / – “Hic Zeno”, disse. “Me stesso”».
Sono citazioni che sottolineano come meglio non si potrebbe e i temi e la forma e il pregio dello spettacolo in questione. Infatti, la video/performance di cui parliamo non si basa sulla descrizione di situazioni ed eventi in sé, ma sull’analisi delle reazioni che ha avuto l’autore a contatto con quelle situazioni e quegli eventi: le reazioni che, esattamente come il fuoco di Cocteau, ha portato via con sé quando ha lasciato Calvinia, la sua città natale: «un baluardo», la definisce, «di valori politici e sociali conservatori».
Decisiva, al riguardo, è la precisazione: «Queste storie sono per lo più basate sui ricordi, sulla storia personale, sulla percezione. Come tali, alcune parti sono state romanzate, distorte, ingigantite come i mostri che si nascondono sotto il letto. L’idea è quella di illuminare ciò che sta realmente sotto il letto per vedere cos’è che fa tutto quel rumore, siano essi serpenti, ragni o scorpioni».
Si tratta di storie che, com’è facile intuire, riguardano sostanzialmente l’eredità tormentosa lasciata in Sud Africa dall’apartheid: e dunque riguardano, soprattutto, le disuguaglianze sociali, economiche e culturali che provocano l’emarginazione di gruppi come quelli delle donne di colore, degli appartenenti alla comunità LGBTIQ (Lesbian Gay Bisexual Transgender Intersex Queer) e, a definire tale emarginazione come una condizione puramente e semplicemente animalesca, per l’appunto dei cani.
Vedi, per esempio, la storia del pastore bianco e nero Jenny: «Ha partorito al buio, in un fienile. Non abbiamo mai potuto vedere i cuccioli e ci hanno detto che non erano sopravvissuti perché un serpente aveva bevuto tutto il latte di Jenny. C’era una puzza disgustosa che confermava questa storia, un odore di latte andato a male in modo velenoso. La verità è che probabilmente erano stati affogati». E vedi la storia del fox terrier Tim, ucciso, durante uno dei suoi vagabondaggi notturni, dalla carne avvelenata lasciata appositamente per i cani randagi.
Ebbene, queste storie di cani incarnano la stessa perdita e lo stesso dolore che incontrai quando, durante la mia esperienza di marinaio sulle rotte per l’Australia e la Nuova Zelanda, nelle periferie incancrenite di Città del Capo vidi ragazze nere che si vendevano per una sigaretta: l’altra faccia della medaglia rispetto al Groote Schuur Hospital di Barnard.
Ma, per tornare all’inizio, ossia al fatto che «Lovers, dogs and rainbows» è basata non sulla descrizione di situazioni ed eventi in sé, bensì sull’analisi delle reazioni che ha avuto l’autore a contatto con quelle situazioni e quegli eventi, ecco un brano particolarmente significativo della lettera al padre che Rudi van der Merwe colloca alla fine di questa sua video/performance: «Un anno fa, ho passato due settimane con te a Calvinia, dove ti ho filmato mentre parlavi della tua giovinezza, dei tuoi genitori e delle cose che sono state importanti per te. Mi ha colpito il fatto di non fare parte di una di quelle cose. Noto che nemmeno tu sai come giustificarti ai miei occhi, ma accetto che abbiamo priorità diverse e per me era importante fare questa performance in cui tu avevi un ruolo esplicito».
Siamo proprio al fuoco di Cocteau, sotto specie della vicenda personale dell’autore che, nel separarsi dalle situazioni e dagli eventi di cui il padre rappresenta un emblema dichiarato, li porta con sé solo in quanto li riduce al proprio giudizio negativo nei loro confronti e alla presa di posizione in tutti i sensi politica che da quello discende.
Venendo adesso allo spettacolo in sé, dico subito che la messinscena traduce perfettamente tutto quanto sopra. C’è sul fondo uno schermo su cui scorrono immagini variamente riferite alle situazioni e agli eventi richiamati dal testo. È fatto di un tessuto traforato su una striscia del quale, posta sul pavimento, il performer che affianca Rudi van der Merwe, Ivan Blagajšcevióc, traccia prima dell’inizio, mentre il pubblico prende posto, macchie di rosso e di azzurro. E intorno a quello schermo i due interpreti reiteratamente s’aggirano, proprio come falene attirate dalla luce: vorrebbero far parte delle situazioni e degli eventi che esso ripropone, perché a tanto li spinge il ricordo; ma non possono, perché vi si oppone, per l’appunto, il giudizio negativo che su quelli hanno maturato.
Allo stesso modo, i due s’allacciano in pose mutevoli ed evanescenti, s’illanguidiscono in carezze al rallentatore, si fissano con sguardi fermi e furtivi insieme. Gli manca un’identità finalmente non contestata o vilipesa. E infatti, si presentano e agiscono come «drag queen» assai poco convinte. Rudi van der Merwe è costretto ad imitare il personaggio di Drag Rosie van Doorn. E i brani della variegatissima colonna sonora – oscillante, per intenderci, fra «Son nata a lacrimar», dal «Giulio Cesare in Egitto» di Händel, e «Que sera, sera» di Ray Evans e Jay Livingston – li offrono in playback.
Non c’è sensualità, insomma. Perché in questo spettacolo non spasima, in fondo, che una richiesta d’innocenza, il bisogno di una verità naturale. In tal senso, la sequenza determinante, una delle più belle del teatro degli ultimi tempi, è quella delle unghie laccate di rosso di Rudi van der Merwe che si prolungano nelle striscioline dello stesso colore attaccate in terra. È la trasposizione in immagine delle parole conclusive del testo: «la pianura non era famigliare all’uomo. […] La pianura era essenzialmente adatta ai vagabondi. Fu su questa pianura che un credente costruì il suo tempio».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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