Il «Sindaco» di Martone fra il corpo e l’immagine

Francesco Di Leva, protagonista del film di Martone nel ruolo di Antonio Barracano (le foto che illustrano questo articolo sono di Mario Spada)

Francesco Di Leva, protagonista del film di Martone nel ruolo di Antonio Barracano
(le foto che illustrano questo articolo sono di Mario Spada)

NAPOLI – Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Vedendo la versione cinematografica del suo allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» realizzata da Mario Martone, l’attenzione corre – subito, innanzitutto e ovviamente – alle differenze tra il film e lo spettacolo teatrale. Che sono, altrettanto ovviamente, quelle esistenti fra le nature intrinseche dei due mezzi: ovvero tra ciò che, nel cinema, si definisce da sempre «specifico filmico» e ciò che, anche qui da sempre, fonda la caratteristica decisiva, l’irripetibilità, del teatro in quanto unica arte dal vivo.
Sono differenze che, com’è logico, si riassumono negli elementi espressivi principali del teatro e del cinema, rispettivamente il corpo e l’immagine: elementi che determinano, a loro volta, l’attraversamento almeno teorico della famosa «quarta parete» per quanto riguarda il teatro e gli espedienti «grammaticali» risolutivi dei salti di spazio e di tempo e delle dissolvenze incrociate per quanto attiene al cinema. E fatte queste brevi ma indispensabili premesse, possiamo adesso passare ad analizzare ciò che distingue «Il sindaco del Rione Sanità» cinematografico da quello teatrale. Partendo dall’impianto scenografico.
Nello spettacolo teatrale arrivava davanti agli spettatori della prima fila una pedana che fuoriusciva dal corpo centrale della scenografia. Si trattava, per l’appunto, dello sfondamento della quarta parete, e dunque del richiamo alla rappresentazione teatrale in quanto rito comunitario. Ma nel film quella pedana scompare: dal momento che scompare, qui, la tridimensionalità, per effetto, giusto, dell’assenza dei corpi. Tutto è schiacciato sullo schermo, e in quello si esaurisce. Noi spettatori assistiamo non a una storia in atto, sia pure sotto specie di finzione scenica, ma a una storia che è già avvenuta. E in questo, poi, consiste la differenza radicale che separa il cinema dal teatro: il cinema, grazie al flashback, può spingersi nel passato, mentre il teatro conosce solo l’opzione del presente.

Da sinistra, Massimiliano Gallo, nel ruolo di Arturo Santaniello, e ancora Francesco Di Leva

Da sinistra, Massimiliano Gallo, nel ruolo di Arturo Santaniello, e ancora Francesco Di Leva

Ora, proprio l’assenza, nel film, della rappresentazione in quanto rito comunitario rimanda alla scelta capitale che connota la rilettura della commedia di Eduardo da parte di Martone, quella di eliminare la fondamentale battuta conclusiva di Fabio Della Ragione: «Fa comodo a tutti un Antonio Barracano che se ne va all’altro mondo per collasso cardiaco dopo avere speso una vita intera per limitare la catena dei reati e dei delitti. Avrebbe dovuto spenderla per allargarla. Come spenderò i miei ultimi anni. (…) Io faccio il referto medico come mi detta la coscienza».
Ho scritto in questa pagina che il taglio obbedisce innanzitutto alla volontà di Martone di rimarcare l’amarezza dell’insieme. Infatti, parliamo di un testo che, caso unico nella produzione eduardiana, sfocia addirittura nell’uccisione del personaggio protagonista. Ma forse, senza proporselo, con la scelta di eliminare la battuta conclusiva di Fabio Della Ragione Martone ottiene anche il risultato di mettere il dito in una piaga, quella della «vexata quaestio» relativa ai finali «buonisti» di Eduardo.
In effetti, Fabio Della Ragione, che pronuncia quella battuta dopo che per ben trentacinque anni ha aiutato Barracano nella sua «assurda» impresa, la pronuncia con una fretta che sa tanto dell’esigenza di ripristinare l’ordine costituito infranto propria del teatro borghese in cui, oltre ogni dubbio, va collocata la drammaturgia di Eduardo nel solco del suo «maestro» (tale Eduardo stesso lo considerò dichiaratamente) Pirandello.
Ebbene, voglio dire, adesso, che, vedendo il film ricavato dall’allestimento teatrale de «Il sindaco del Rione Sanità», i motivi della scelta di tagliare la battuta conclusiva di Fabio Della Ragione, che taluni hanno accolto con perplessità o dissenso, risultano più chiari e sottolineati. Avevo aggiunto, circa quella scelta, che è come se Martone chiedesse a ciascuno spettatore un’assunzione di responsabilità rispetto a quanto ha visto, dando lui una risposta – ovvero parlando con la sua coscienza, ciò che non hanno fatto il Santaniello e ‘O Cuozzo incalzati da Fabio – senza acquietarsi in quella fornita dal testo e dal plot. E appunto la natura intrinseca del cinema lo fa balzare agli occhi, con evidenza e forza particolari: direi, giusto, come per effetto di una violenta zoomata.

Da sinistra, Adriano Pantaleo, nel ruolo di Catiello, e Roberto De Francesco, in quello di Fabio Della Ragione

Da sinistra, Adriano Pantaleo, nel ruolo di Catiello, e Roberto De Francesco, in quello di Fabio Della Ragione

Questa, infatti, è la differenza fra il regista teatrale e il regista cinematografico. Il regista teatrale è un sacerdote, l’officiante del rito comunitario di cui sopra, mentre il regista cinematografico è un comunicatore, cioè uno che scrive e spedisce una lettera. E la lettera, come di recente m’è già capitato di osservare, è un mezzo per proiettare il sé al di fuori di sé, per mettersi in comunicazione con gli altri senza che il contatto fisico diretto gravi il rapporto di condizionamenti psicologici e, dunque, senza che il discorso fra gl’interlocutori perda di lucidità e sincerità.
Torno, dunque, al tema dell’immagine in contrapposizione al corpo. Perché l’immagine di una cosa non è quella cosa, ma l’idea di quella cosa. E nel merito non posso non riandare ancora una volta alle acute considerazioni che in «Film: ritorno alla realtà fisica» Siegfried Kracauer sviluppò a proposito della capacità propria del cinema di liberare dai fenomeni materiali un numero teoricamente illimitato di corrispondenze psicofisiche; così come non posso non tener presente quanto raccontò Blaise Cendrars ricordando un vecchio film: «Sullo schermo si vedeva una folla, e tra la folla c’era un ragazzo col berretto sotto il braccio: improvvisamente questo berretto, simile a qualsiasi altro berretto, incominciò, senza muoversi, a dar segni di vita intensa; si sentiva che stava per lanciarsi con un balzo, come un leopardo!».
Lo stesso ragionamento vale anche per l’altra scelta capitale fatta da Martone: Antonio Barracano non muore, come da copione, nella sua stanza da letto, ma seduto al centro della tavola a cui siede, fra gli altri, anche il «giuda» Vicienzo ‘O Cuozzo.
Vedendo lo spettacolo teatrale pensiamo al Cristo che istituisce il sacramento dell’Eucaristia e pronuncia la fraterna invocazione «Fate questo in memoria di me» (Luca, 22, 19); vedendo il film è come se guardassimo l’«Ultima Cena» di Leonardo: non essendoci un’interazione fisica tra noi e quell’affresco, tocca a ciascuno, individualmente, estrarre dalla propria mente, per l’appunto, le idee innescate dall’immagine pittorica.
Ce lo disse già John Steinbeck ne «La valle dell’Eden». Bisogna interpretare la parola ebraica «timshel», che Jhwh rivolge a Caino circa il peccato, non come «lo dominerai» o «dominalo», ma come «tu puoi». Tu puoi dominarlo, il peccato. È una tua libera scelta. E così, concludo, il film «Il sindaco del Rione Sanità» ci trasforma da semplici spettatori in uomini e cittadini.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 1/10/2019)

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