Quando i migranti diventano gli uccelli di Hitchcock

Un momento di «Birdie», lo spettacolo dell'Agrupación Señor Serrano presentato al Contemporanea Festival

Un momento di «Birdie», lo spettacolo dell’Agrupación Señor Serrano presentato al Contemporanea Festival

PRATO – Incontrai per la prima volta l’Agrupación Señor Serrano a Venezia, quando, nel 2015, la Biennale Teatro assegnò alla formazione catalana, una delle più interessanti nell’odierno panorama internazionale, il Leone d’Argento per l’innovazione. E adesso l’ho ritrovata nel Fabbricone, dove – nell’ambito del Contemporanea Festival promosso dal Teatro Metastasio – ha presentato lo spettacolo «Birdie».
A Venezia l’Agrupación Señor Serrano presentò «A house in Asia», uno spettacolo basato sull’individuazione e l’uccisione di Osama Bin Laden da parte dei Navy Seals statunitensi. E dopo che ne pubblicai la recensione su questo sito, Àlex Serrano mi scrisse da Barcellona per dirmi, fra l’altro: «Penso che le tue parole siano molto esatte. Comprendi e spieghi chiaramente che “A house in Asia” non è solo un film teatrale su indiani e cowboy (dal momento che, come si sa, il nome in codice di Bin Laden era Geronimo, lo spettacolo apparentava i Navy Seals al Settimo Cavalleria, n.d.r.), ma anche un gioco di copie, riflessi e disturbi della realtà».
Infatti, nella mia recensione avevo osservato che il tema di quello spettacolo era lo scarto fra la realtà e la riproduzione e/o la manipolazione della stessa; e constatavo come ne conseguissero, in perfetta coincidenza con l’assunto, forme che attenevano allo scambio ininterrotto fra la performance dal vivo e il mondo virtuale.
Così, in «A house in Asia» si mescolavano – gestiti dai tre performer in scena (lo stesso Serrano, Pau Palacios e Alberto Barberá) come in un puzzle post-pop – modelli in scala, sequenze cinematografiche, videoproiezioni in tempo reale e la tecnologia quotidiana rappresentata da macchine fotografiche, smartphone, tablet e videogames. E tale mélange si traduceva, al di là dell’assoluta e impassibile padronanza dei mezzi utilizzati, in un’accorata considerazione sul fatto che della storia in generale percepiamo, per l’appunto, appena i riflessi. Fino a diventare noi stessi dei riflessi.

La foto di José Palazón da cui prende le mosse «Birdie»

La foto di José Palazón da cui prende le mosse «Birdie»

Le protagoniste assolute erano, insomma, la polimorfità e la polisemia della realtà, nello stesso tempo naturali e indotte. E altrettanto accade in «Birdie»: a partire già dal titolo, che significa «uccellino» ma è anche il termine con cui, nel golf, si indica il punteggio inferiore di un colpo al «par». Infatti, lo spettacolo prende le mosse dalla celebre foto, divenuta virale, che José Palazón, del gruppo dei diritti dei migranti Pro.De., scattò il 15 ottobre 2014 a Melilla, l’enclave spagnola sulla costa orientale del Marocco: mentre in territorio spagnolo è in corso una partita di golf, sullo sfondo si stagliano – ad evocare i corvi che nel film di Hitchcock terrorizzavano Melanie all’uscita dalla scuola – dodici migranti in bilico sulla recinzione di quel campo di gioco, realizzato – si noti – grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, che si occupa di rafforzare la coesione economica e sociale tra i vari Paesi.
Anche in «Birdie» torna, quindi, l’ironia sottile ma tagliente che costituisce una delle doti principali dell’Agrupación Señor Serrano. E la riscontriamo nella cura addirittura maniacale con cui viene passato allo scanner ogni sia pur minimo oggetto che compare in quella foto: le varie specie di piante che circondano il campo da golf, le scarpe indossate dai giocatori, le palline, la scala utilizzata dai migranti per scavalcare la recinzione, la felpa di uno di loro…
Evidentissimo appare che l’accumulo dei primi piani di simili particolari in sé conclusi serve a sottolineare per contrasto la vastità del mondo che li comprende e la drammatica urgenza dei problemi (ambientali, economici, sociali, alimentari, sanitari) che lo tormentano. Ed esemplare risulta, nel merito, l’accostamento – per l’appunto – di una pallina da golf e di un mappamondo. Mentre si fondono (e si confondono con le reiterate sequenze del film di Hitchcock) le immagini delle migrazioni e deportazioni di massa, di 2000 (duemila) animali in miniatura e di bambini anch’essi in miniatura che, proprio in guisa di palline da golf, gattonano verso le buche per precipitarvi dentro come (in un desiderio di ritorno all’innocenza e alla pace prenatale) nel liquido amniotico.

Un altro momento di «Birdie», centrato sullo scarto fra la realtà e la sua riproduzione

Un altro momento di «Birdie», centrato sullo scarto fra la realtà e la sua riproduzione

Del resto, la sottolineatura per contrasto si manifesta fin dall’inizio, quando gli spettatori, entrando in sala, vengono accolti da un dolce cinguettìo d’uccelli e contemporaneamente vedono, seduto sul bordo del tavolo che accoglie i computer deputati a organizzare gli effetti speciali dello spettacolo, un performer che indossa la stessa felpa del migrante ritratto nella foto di Palazón e che resterà lì sino alla fine, perfettamente immobile ed equiparato, dunque, a uno qualsiasi dei tanti oggetti che quei computer evocano e analizzano.
Superfluo, a questo punto, sprecare parole sulla perizia tecnica dispiegata dai tre performer in azione (Àlex Serrano, Pau Palacios e David Muñiz, affiancati da Michela Gradi nel ruolo del migrante). Basti, al riguardo, l’esempio della sequenza in cui gli spettatori vengono letteralmente immersi nel vortice delle immagini, quando le stesse sono proiettate sulle volute di fumo prodotte da una macchina e che li avvolgono completamente.
Lo spettacolo termina con due enormi ventilatori che soffiano in faccia al pubblico: è – ancora sul filo di una salutare ironia demitizzante – il vento della vita, che perennemente spinge, gli uomini come gli uccelli, a migrare per cambiare il proprio stato. Ed è inutile illudersi di poter fermare quel vento innalzando muri e recinzioni.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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