Testi «illeggibili» anche alla Biennale Teatro

Un momento di «War», lo spettacolo del Leone d'Argento Jetse Batelaan (le foto che illustrano questo articolo sono di Andrea Avezzù)

Un momento di «War», lo spettacolo del Leone d’Argento Jetse Batelaan
(la foto è di Andrea Avezzù)

VENEZIA – Era già accaduto con il Napoli Teatro Festival Italia: non mi avevano mandato i testi nuovi degli spettacoli in programma, che avevo chiesto con oltre un mese d’anticipo rispetto all’inizio della rassegna, e pochissimi giorni prima del via mi avevano detto che quelli stranieri non erano stati ancora tradotti, mentre, per quanto riguardava quelli in italiano, alla vigilia del debutto più di una compagnia aveva dichiarato candidamente (leggi cinicamente) che non poteva fornirli perché stavano tuttora mettendoli a punto.
Ebbene, mi sono imbattuto nello stesso problema anche in occasione del 47° Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale e diretto da Antonio Latella. E faccio in proposito solo qualche esempio.
Per ciò che attiene a «War», uno spettacolo di Jetse Batelaan, mi è arrivato un incomprensibile garbuglio di olandese, inglese e italiano. E mi è stato detto che, in effetti, non c’era un vero e proprio testo, trattandosi di uno spettacolo destinato ai ragazzi e, dunque, basato principalmente sull’aspetto visivo. Invece nei sopratitoli in italiano, la sera della «prima», prendeva corpo (vedi i nomi attribuiti alle varie «battaglie») una precisa strategia concettuale. E del resto, se così non fosse stato, lo spettacolo si sarebbe ridotto al lancio delle palle fra i tre performers in palcoscenico e i bambini in platea; e soprattutto non si sarebbe giustificato il Leone d’Argento attribuito a Batelaan.
Per ciò che attiene a «Ghost writer and the broken hand break», uno spettacolo della belga Miet Warlop, mi è arrivata la traduzione in inglese delle liriche di Raimundas Malasauskas, Pieter De Meester e della stessa Warlop che costituivano il testo. La loro traduzione in italiano è comparsa su un foglietto distribuito agli spettatori, la sera della «prima», solo dopo che gli avevano staccato il biglietto. E non si capisce di che utilità possa essere stato quel foglietto nei pochissimi minuti precedenti l’inizio dello spettacolo, data, fra l’altro, l’estrema complessità delle liriche in questione.
Per ciò che attiene a «Nostalgia di Dio», il nuovo spettacolo di Lucia Calamaro, il testo è diventato un autentico oggetto misterioso, tanto che hanno deciso addirittura di lasciare alla compagnia il compito di tradurlo in inglese. E qui mi sembra il caso di ricordare l’episodio che riguarda la registrazione per la Rai di alcune delle maggiori commedie di Eduardo De Filippo.

Un momento di «Ghost writer and the broken hand break» di Miet Warlop (la foto è di Andrea Avezzù)

Un momento di «Ghost writer and the broken hand break» di Miet Warlop
(la foto è di Andrea Avezzù)

Eduardo si era molto raccomandato affinché, per quanto concerneva la regia televisiva, fosse scelta una persona davvero all’altezza del compito. E la Rai aveva fornito, nel merito, le più ampie assicurazioni. Infatti, dopo qualche tempo telefona a Eduardo uno degli alti dirigenti di viale Mazzini:
– Maestro, riteniamo di avere individuato la persona giusta…
– E chi è?
L’alto dirigente dice il nome e il cognome del prescelto. E dall’altro capo del filo:
– E che ha fatto?
– Beh, ha cominciato col teatro, come assistente alla regia di Visconti, Strehler, Squarzina…
– E poi?
– Poi è passato a firmare in proprio l’allestimento dei testi più importanti, dall’«Amleto» al «Giardino dei ciliegi»…
– E poi?
– Poi ha preso a lavorare in televisione, come assistente alla regia di Sandro Bolchi, Anton Giulio Majano, Antonello Falqui…
– E poi?
– Poi ha firmato in proprio i programmi di maggior successo degli ultimi anni, da «Canzonissima» a «Studio Uno»…
– E poi?
A questo punto l’alto dirigente comincia a boccheggiare, non sa più che cosa elencare a testimonianza dei meriti del suo candidato. E tenta, infine, il colpo della disperazione:
– Ah, dimenticavo: ha scritto tutta una serie di saggi, sia sul teatro che sulla televisione…Dall’altro capo del filo arriva la domanda ultimativa, tranquilla e gelida come la scure del boia:
– E pecché nun s’ ‘e legge?

Un momento di «Nostalgia di Dio» di Lucia Calamaro (la foto è di Guido Mencari)

Un momento di «Nostalgia di Dio» di Lucia Calamaro
(la foto è di Guido Mencari)

Al di là della battuta, voglio dire che l’intelligenza e il mestiere di Lucia Calamaro non possono non averla resa cosciente dei difetti del suo testo, che, peraltro lunghissimo, al debutto ha rivelato ridondanze, battute scontate e, specialmente, un intellettualismo alquanto compiaciuto. In tutta evidenza, si trattava, allora, di un testo ancora da rivedere. Questo, al di là di ogni dubbio, è il motivo per cui la Calamaro non ha voluto farlo leggere. E questo è il motivo per cui, pur avendo visto lo spettacolo, non l’ho recensito, così come ho visto ma non ho recensito «War» e «Ghost writer and the broken hand break». Da sempre, infatti, ritengo la lettura del testo assolutamente indispensabile per poter procedere all’analisi di uno spettacolo.
Infine, l’ultimo episodio del genere. Avevo stabilito di ripartire da Venezia nel primo pomeriggio di ieri, 30 luglio. E due giorni prima mi telefona Rosalba Ruggeri, proponendomi di restare ancora un giorno per vedere i due spettacoli di Pino Carbone («BarbabluGiuditta» e «PenelopeUlisse») compresi nel «ProgettoDue» prodotto da Teatri Uniti. Teatri Uniti avrebbe pagato l’ulteriore notte in albergo e provveduto a cambiare la data dei biglietti ferroviari che avevo già acquistato. Io, naturalmente, ho subito obiettato che non potevo accogliere l’invito perché non mi erano stati mandati i testi dei due spettacoli in questione. E la Ruggeri mi ha detto, tranquillamente, che non mi erano stati mandati perché Carbone li stava ancora finendo.
Concludo. Siccome i Festival sono finanziati con il danaro pubblico, cioè con il nostro danaro, abbiamo il diritto, in quanto cittadini che pagano le tasse, di chiedere ai direttori dei Festival di non accogliervi spettacoli che non siano esattamente definiti in tutte le loro componenti, a cominciare, per l’appunto, dai testi. I direttori dei Festival non devono, in altri termini, presentare come spettacoli quelle che sono, di fatto, prove di spettacoli di là da venire. Alle prove i signori teatranti si dedichino a casa e a spese loro.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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