Saul dalla reggia all’albergo: adesso è una rockstar in declino

Da sinistra, Alessandro Bandini, Marco Cacciola e Federico Gariglio in un momento di «Saul» (la foto è di Andrea Avezzù)

Da sinistra, Alessandro Bandini, Marco Cacciola e Federico Gariglio in un momento di «Saul»
(la foto è di Andrea Avezzù)

VENEZIA – Come sappiamo, secondo il Libro di Samuele Davide giunge a corte per alleviare, in veste di citarista, le sofferenze di Saul, che, privato dell’unzione regale per essersi rifiutato di sterminare gli Amaleciti e di giustiziare il loro re Agag, si sente perseguitato da uno spirito malvagio. Invece in «Saul» – il testo di Riccardo Favaro e Giovanni Ortoleva presentato in «prima» assoluta, per la regia del secondo, nell’ambito del 47° Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale e diretto da Antonio Latella – Davide giunge in una stanza d’albergo per concordare, come rocker in ascesa, i particolari del lavoro da fare insieme con Saul, che, al contrario, è una rockstar in declino.
Ora, Ortoleva, che ha ricevuto l’anno scorso una menzione speciale alla Biennale College, dichiara in una nota che il suo spettacolo intende affrontare il «fallimento» che è «il vero tabù della società performativa», puntando sull’«incapacità di Saul di accettare la fine del proprio dominio» e sul «suo rapporto ambivalente col giovane David». E aggiunge che quell’«incapacità» e quel «rapporto ambivalente» costituiscono «il paradigma dell’uomo che cade». Ma, francamente, non mi pare che simili temi trovino nel testo un adeguato sviluppo.
In breve, la giovane età di Ortoleva (è del 1991) e di Favaro (è del 1994) fa sì che nei tre atti in questione l’entusiasmo si sposi con l’approssimazione. Lo spostamento del racconto biblico nell’ambiente del rock si traduce in annotazioni di maniera (Saul che mangia pollo alla vodka e beve chardonnay, Saul che dice «questo non è un disco d’addio», Saul che chiede a David quanti strumenti suoni e quanti tour abbia fatto…) e, quel ch’è peggio, i temi di cui sopra – soffocati, peraltro, dall’eccessivo spazio contraddittoriamente riservato all’Antico Testamento – finiscono, a conti fatti, per essere fagocitati dal «Saul» di André Gide, un testo centrato, in pratica, sull’unico tema dell’omosessualità.
Assai scontate, e comunque non sufficientemente motivate, appaiono, del resto, le citazioni in serie che il testo accoglie dall’inizio alla fine: si va, tanto per fare solo qualche esempio, da Wilde («Ogni uomo uccide le cose che ama») a Bene («Sono nel posto in cui non sono ora», che è un’evidente parafrasi dell’«Io sono là dove manco» del divino Carmelo), da «I see a darkness» di Johnny Cash e Will Oldham ai brani estratti dalla sceneggiatura de «Il Signore degli Anelli» e ai frammenti dello sceneggiato Rai del «Saul» di Vittorio Alfieri.
In quanto regista, poi, Ortoleva confeziona uno spettacolo che a sua volta risulta, più che prevedibile, addirittura ovvio. A partire dalla sequenza iniziale, che ci mostra Saul mentre, stravaccato in poltrona, sbocconcella un trancio di pizza guardando pigramente in televisione uno dei classici «peplum», nella circostanza il film italo-spagnolo «Saul e David». E la ripetizione, spinta in qualche caso fino alla tautologia, sarà in effetti una delle costanti della messinscena: una ripetizione – di battute, di gesti e persino di didascalie – che costituisce un altro motivo della sostanziale «immobilità» di questo spettacolo.
Inoltre, sempre per fare un esempio, vanno collocati nell’ambito del già visto anche i momenti di buio, accompagnati da un clangore metallico, che in certi momenti separano una scena dall’altra. E scolastico, molto scolastico, appare lo straniamento messo in campo per il tramite di Gionata, il figlio di Saul che – uscito dalla rappresentazione e calatosi nei panni degli autori – legge il copione seduto al proscenio. Così come assai di maniera si rivelano, in omaggio a Gide, le esplicite scene di sesso fra Saul e David e fra David e Gionata.
Infine, a conferma dell’approssimazione e della ripetizione di cui sopra arrivano numerosi, davvero troppi sottofinali: che culminano nella sequenza – lunghissima, inutile e francamente noiosa – di David che, a sipario chiuso, nega il teatro in quanto spettacolo ripetendo all’infinito la prova microfono. E scontata, per chiudere, è pure la furia di Saul che distrugge la sua stanza dopo la fuga di David.
La recitazione, poi, offre il confronto impari fra l’esperienza che nel ruolo di Saul sfrutta Marco Cacciola, uno degli attori latelliani di lungo corso, e l’immaturità espressiva di Alessandro Bandini (David) e Federico Gariglio (Gionata), accreditabili soltanto della buona volontà. E insomma, pare proprio che ci siano giovani e giovani: questi di «Saul» sono esattamente l’opposto di quelli di «Cirano deve morire».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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