Cirano, Cristiano e Rossana, un rap nel cimitero del teatro

Alessandro Bay  Rossi e Paola Giannini in un momento di «Cirano deve morire», presentato alla Biennale Teatro

Alessandro Bay Rossi e Paola Giannini in un momento di «Cirano deve morire», presentato alla Biennale Teatro

VENEZIA – S’intitola «Cirano deve morire» il testo di Leonardo Manzan e Rocco Placidi presentato in «prima» assoluta, per la regia di Manzan, nell’ambito del 47° Festival Internazionale del Teatro promosso dalla Biennale e diretto da Antonio Latella. E dunque s’impone subito una domanda: qual è il Cirano che deve morire?
Infatti, la celeberrima commedia di Rostand, appunto «Cyrano de Bergerac», può essere intesa in due modi: come il trasferimento nella finzione teatrale del personaggio storico di Cyrano Savinien de Bergerac, un intellettuale isolato in perenne tensione con il potere, forse saccheggiato addirittura da Molière e nella cui vicenda pubblica il naso spropositato si pone in termini di emblema e metafora di una «diversità» insieme morale e (nel senso alto dell’aggettivo) politica; oppure come la proiezione sul palcoscenico di un problema assai più attuale e dilaniante.
Voglio dire – ed ecco l’approdo determinante di questa seconda lettura – che la vera utopia di Cyrano è quella della letteratura. Non a caso egli definisce «eroe da romanzo» la creatura «mostruosa» che nascerà dalla fusione della sua anima – anima di poeta, che vive unicamente nella «trasgressione» del verso – con il bel corpo di Cristiano, l’innamorato di Rossana al quale lui presta la capacità del discorso alato e fantastico.
In breve, siamo di fronte al dramma della condizione schizoide in cui si dibatte tanta parte dell’arte (e in specie, appunto, della letteratura) moderna: il dramma della scissione fra il segno, cioè il codice, e la realtà. Ciò che si traduce, quindi, nell’impossibilità, per l’intellettuale, di modificare quella realtà unicamente con lo strumento della comunicazione. Contro i suoi vecchi nemici (la Menzogna, il Compromesso, il Pregiudizio, la Viltà, la Stupidità) Cyrano, insomma, non ha che l’arma delle parole; e non può, di conseguenza, che abbandonarsi a un gioco disperato: proprio «l’insensato gioco di scrivere», per dirla ancora una volta con Blanchot.

Da sinistra, Giusto Cucchiarini e Alessandro Bay Rossi in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, Giusto Cucchiarini e Alessandro Bay Rossi in un altro momento dello spettacolo

Ebbene, l’acuta e pertinente idea di Placidi e Manzan, quest’ultimo vincitore l’anno scorso del bando Registi Under 30 della Biennale College, è quella d’indagare tale scissione proprio sul terreno dello specifico teatrale, a partire dal dichiaratissimo straniamento per cui al titolo del primo atto del testo di Rostand, «Una rappresentazione a Palazzo di Borgogna», si sostituisce qui un ammiccante «Una rappresentazione alla Biennale di Venezia».
Ma, naturalmente, è solo l’«antefatto». Perché addirittura «Il cimitero del teatro» s’intitola la terza scena. E infatti dice Cirano di Rossana: «Sembra un cimitero la sua testa / scava a mani nude nella terra / tira su i coperchi e cosa resta / carne maciullata come in guerra / lei nel cimitero del teatro / entra di soppiatto come un ladro / loculi e sepolcri li dissacra / se mi trova so che mi massacra». E ha ragione, Cirano, ad aver paura di questa Rossana: lei, nella circostanza, ha il compito di battere in breccia tutto il risaputo e il proverbiale della storia del teatro, in un suo rap – ad un tempo sfrenato e svagato – che, per esempio, suona: «Da Shakespeare a Pirandè / da Marlowe fino a Koltès / di tutte queste tragè / di tutte queste commè / scrivici un pezzo Molière. / Fanno le foto a Copì / ha-ha-ha-Harold Pinter / son tutti dentro la tè. / Ma rigirati al contrà / Grotowski o Stanislà / fanno le foto a Beckett / fanno le foto a Camus / fanno le foto a Racine / fammi una foto con Brecht / poi fa la foto a Rostand».
Si capisce fin troppo bene, insomma, che il bersaglio di Manzan e Placidi è, sacrosantamente, il teatro di e come rappresentazione. È in quanto archetipo consumistico di quel teatro che Cirano deve morire. E vale la pena, in proposito, di riportare per intero l’invettiva che Cirano rivolge agli spettatori: «Uscite! Andate via! Circolare! Qui non c’è niente da guardare! L’incidente non è stato mortale, il ferito respira ancora con lo sfollagente nel torace. Trovate pace altrove. Ridicola la vostra ostinazione. Vi offro l’occasione di uscire a prendere un po’ d’aria! Depuratevi dalla malattia dello spettacolo dal vivo. Io qui vi invito, anzi vi prescrivo, di liberarvi dalle convenzioni delle vostre convinzioni, sopravvivete senza sovvenzioni, fate sesso senza protezioni. C’è il mondo là fuori! Ma voi vi rifiutate, addirittura ogni sera anche se vi annoiate tornate. Perché? Analfabeti dei foyer, sommi poeti del nulla, esteti del cliché, questa vostra parte in una vita vissuta pourparler, uditorio d’ignoranti fatevi un regalo: uscite tutti quanti».

Ancora Alessandro Bay Rossi in «Cirano deve morire», dato per la regia di Leonardo Manzan

Ancora Alessandro Bay Rossi in «Cirano deve morire», dato per la regia di Leonardo Manzan

Sì, direi che davvero non è male, un simile attacco frontale alle platee sonnolente che oggi predominano nei teatri con la pigra acquiescenza dei gestori pubblici o privati che siano. Ma mi affretto ad aggiungere che un altro pregio (e non è certo il minore) connota il testo di Manzan e Placidi: la capacità di neutralizzare il rischio della retorica e dell’ideologismo insito nella volontà di denuncia per mezzo di una ricorrente, e calcolatissima, fuga nel nonsense, nel gioco o, all’opposto, nella cattiveria pura.
Certo, ci son pure i momenti di stanca, coincidenti con talune trovatine facili facili: tipo quella, sempre per fare un esempio, del Cristiano che ripete con Celentano «io non so parlar d’amore, / l’emozione non ha voce / e mi manca un po’ il respiro, / se ci sei c’è troppa luce». Ma nel complesso l’operazione è di sicuro fondata ed efficace. E la regia di Manzan ne cava uno spettacolo ad un tempo intrigante e divertente.
Basterebbe, a dimostrarlo, la sequenza iniziale. Entrando in sala, il pubblico trova Cirano e Cristiano impegnati in una partita di tennis, con Rossana che li osserva dal balcone in veste di arbitro. E la partita ha termine quando la serafica Rossana scende dal balcone e, inopinatamente, tira fuori un bastone e stende a legnate sia l’uno che l’altro dei due «tennisti». Si poteva attaccare in maniera più drastica e insieme comica la magniloquenza che, in virtù della loro interpretazione e frequentazione acritiche, acquistano il teatro in genere e il «Cyrano de Bergerac» in specie?
Dico, con ciò, del coraggio ammirevole dimostrato da Manzan nell’affrontare con un simile piglio, e intendo in chiave pop, la materia complessa (filosofica, letteraria e psicanalitica) sul tappeto. Un coraggio che, per fare ancora un esempio, trova conferma nel modo in cui viene sottolineato l’affondo di Cirano contro le platee sonnolente di oggi: lui non si vede, perché il pubblico è accecato dalle batterie di fari che gli vengono accesi negli occhi; e di conseguenza la sua voce risuona come qualcosa di «ancestrale» e, dunque, acquista una maggiore capacità di penetrazione e persuasione.
A questo punto, si sarà capito che la dimensione complessiva dello spettacolo è quella di una serata in discoteca, con luci pulsanti e roteanti, lampada stroboscopica e un dj polistrumentista (il bravissimo Alessandro Levrero) che sostiene adeguatamente, dall’inizio alla fine, l’azione dei non meno eccellenti interpreti in campo: Alessandro Bay Rossi (Cirano), Giusto Cucchiarini (Cristiano) e Paola Giannini (Rossana). E alla fine è proprio Rossana che appiccica a Cirano un enorme naso posticcio, ultima e suprema denuncia dell’artificio e della convenzione teatrali. Ma prima Cirano e Cristiano, partendo dall’equivoco finzione/minzione, le avevano reso la pariglia orinandole addosso dall’alto della postazione del dj.
Vivaddio, insomma: è un grande conforto constatare che ci sono dei giovani teatranti che si rifiutano di praticare il teatro con lo spirito degli impiegati al catasto, quando non (ciò che, purtroppo, oggi capita spesso) dei servi sciocchi; e che, invece, analizzano il teatro in rapporto ai nostri tempi e ne mettono in discussione lo statuto corrente. È questo l’unico modo per garantire al teatro un significato e, quel che più conta, un futuro possibile, al di là, intendo, della semplice attività commerciale.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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2 risposte a Cirano, Cristiano e Rossana, un rap nel cimitero del teatro

  1. Susanna Placidi scrive:

    Ottimo e chiaro commento, grazie.
    Susanna Placidi

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a lei per l’attenzione.
    Enrico Fiore

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