Un Napoli Teatro Festival tra misteri e paradossi

È durata 37 giorni, la dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. E ha proposto nientemeno che 110 spettacoli

È durata 37 giorni, l’edizione 2019 del Napoli Teatro Festival Italia. E ha proposto nientemeno che 110 spettacoli

NAPOLI – Riporto il bilancio della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Tento una lettura riassuntiva della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, appena conclusasi, sulla base di alcuni fatti che mi sembrano assolutamente significativi e oltremodo emblematici. E comincio proprio da Ruggero Cappuccio, direttore del Festival, e dalla sua riscrittura dell’«Edipo a Colono» di Sofocle.

Ruggero Cappuccio

Ruggero Cappuccio

È andata in scena nel Teatro Grande di Pompei, nell’ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi», perché quest’anno il Napoli Teatro Festival Italia ha costituito il caso, più unico che raro, di un festival che coproduceva tutti gli spettacoli compresi nel cartellone di un altro festival. In pratica, «Pompeii Theatrum Mundi» era una sezione distaccata del Napoli Teatro Festival Italia, una sezione, diretta da Luca De Fusco, che immediatamente ha dato spazio, oltre che a uno spettacolo diretto dallo stesso De Fusco, «La tempesta», per l’appunto a un testo scritto dal direttore del coproduttore Napoli Teatro Festival Italia. Faccio notare, in proposito, che Antonio Latella, al terzo anno di mandato come direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, non ha mai messo in cartellone un proprio spettacolo. I suoi spettacoli, come ho documentato in queste pagine, se li va a fare altrove: per esempio a Torino o addirittura all’estero, a Basilea e a Monaco.
Ma veniamo al dunque. L’«Edipo a Colono» di Cappuccio, lo sappiamo, doveva essere diretto dal lituano Nekrosius. E morto Nekrosius, è stato affidato a Rimas Tuminas. Credo, però, che – ove mai l’ingenuità di qualcuno si spinga fino al punto di pensare che sia stato scelto quest’ultimo solo perché pure lui è lituano e pure lui è un grande regista – quel qualcuno annaspi nella cecità peggio di Edipo. A me, che ho la vista lunga del malpensante, è invece saltato subito agli occhi che Rimas Tuminas è il direttore del Teatro Vachtàngov di Mosca, in cui, a gennaio, è andato in scena un allestimento di «Sabato, domenica e lunedì» interpretato da attori russi e affidato alla regia… sì, di Luca De Fusco, ideatore e direttore di «Pompeii Theatrum Mundi».

Rimas Tuminas

Rimas Tuminas

È la politica dello scambio, bellezza, vien fatto spontaneamente di osservare parafrasando la famosa battuta di Humphrey Bogart ne «L’ultima minaccia». E comunque, il risultato è stato che – del complesso e a tratti acutissimo testo di Cappuccio, forse il suo migliore – Tuminas ha capito solo quel che poteva o ha voluto capire. Tanto che, poniamo, ha trasformato il coro degli «ospiti-sofferenti» del «reclusorio» immaginato da Cappuccio in una compagnia di guitti e musicanti che – uniti i loro letti a formare un palchetto – si esibivano in uno spettacolo d’arte varia che culminava nella «Carmela» di Sergio Bruni e Salvatore Palomba. E qui, lo capite bene, s’accampava il paradosso di un Napoli Teatro Festival Italia che, mentre si vantava di una sua carica innovativa sul piano culturale, coproduceva l’allestimento di un testo del proprio direttore connotato dallo stereotipo (Napoli=canzoni) che da sempre marchia la nostra (come la chiama Moscato) «Contea sfrondata-pallida».

Carlo Cerciello

Carlo Cerciello

Anche in altre circostanze, del resto, ci siamo imbattuti nel paradosso lungo l’infinito percorso dei 110 (centodieci) spettacoli proposti dall’elefantiaca edizione del Napoli Teatro Festival Italia di quest’anno. Per esempio, Carlo Cerciello ha presentato un allestimento dell’«Erodiade» di Testori in cui – ponendo sul famoso vassoio d’argento la testa di Erodiade al posto di quella di Iokanaan – suggeriva un identificarsi della regina con il Battista che ricalcava pari pari quello di Salomé con il Profeta proposto l’anno scorso, nell’allestimento dell’atto unico di Wilde, dal Luca De Fusco che un tempo costituiva il principale bersaglio dei proclami infuocati che Cerciello scagliava, un giorno sì e l’altro pure, contro l’«establishment» teatrale cittadino.
Aggiungo, ora, che con il paradosso s’accoppiava il mistero, nella dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Sempre per fare un esempio, del testo di «Zinc (Zn)», lo spettacolo di Nekrosius, all’ultimo momento, a due giorni dal debutto, mi sono giunte, in rapida successione, due traduzioni dal lituano nell’inglese e nell’italiano. E la seconda conteneva modifiche alla prima. La più eclatante era la seguente: nella prima versione, la madre diceva d’aver guardato «con orrore» il figlio che aveva ucciso un uomo dopo essere tornato dalla guerra in Afghanistan, mentre nella seconda – quella presentata agli spettatori mediante i sovratitoli in italiano – la precisazione «con orrore» veniva sostituita dalla frase «cuore di madre…». E, naturalmente, c’è da chiedersi: chi ha apportato queste modifiche, visto che nel frattempo Nekrosius era morto? e insomma, che cosa ci ha fatto vedere, il Napoli Teatro Festival Italia, lo «Zinc (Zn)» di Nekrosius o lo «Zinc (Zn)» di Nekrosius rifatto (almeno in parte) da qualche altro?
In ogni caso, non mi pare che la traduzione dei testi stranieri all’ultimo momento, e quindi in fretta e furia, possa produrre, in genere, risultati a favore degli spettatori. E faccio, nel merito, il paragone con il piccolo ma prezioso festival «Primavera dei Teatri», che, dotato di quattro soldi, si svolge nel deserto di Castrovillari. Quest’anno avevo scelto di vedere nove dei suoi spettacoli, e di tutti e nove mi sono stati mandati a casa i testi, italiani e stranieri, con oltre un mese d’anticipo rispetto all’inizio della rassegna.
A proposito di ricalchi, poi, non si può non citare il «Reneixer» presentato da Enrique Vargas e dalla sua compagnia, il Teatro de Los Sentidos. Salvo minime variazioni, appariva come una copia dell’allestimento, «Fermentación», che Vargas presentò nel settembre del 2011 a Benevento, nell’ambito della rassegna «Città Spettacolo»: in particolare per quanto riguardava la sequenza, centrale, del chicco d’uva disseppellito dal terriccio e degli spettatori che si ritrovavano nel buio totale, ricoperti da un telo per parecchi minuti, e quindi diventavano essi stessi il chicco d’uva sepolto perché potesse riemergere in una vita diversa.

Robert Lepage

Robert Lepage

Manieristico era, del resto, pure un altro degli spettacoli di punta, il «Kanata» di Robert Lepage centrato sull’emarginazione degli amerindi. Si trattava, evidentemente, di un allestimento costruito a tavolino. Ariane Mnouchkine, l’anima di quel Théâtre du Soleil che lo produceva, aveva voluto impiegare per la prima volta un regista esterno al suo gruppo storico e Lepage l’aveva accontentata, svolgendo una sorta di compitino in classe. Hanno avuto ragione a protestare, i nativi canadesi che, non essendo stati coinvolti direttamente, hanno accusato la Mnouchkine e Lepage di indebita appropriazione culturale. E al riguardo faccio ancora una volta il paragone con Rimini Protokoll.
Il collettivo tedesco – che, ripeto, è una delle punte di diamante della ricerca teatrale – di recente ha portato all’Arena del Sole di Bologna uno spettacolo, «Granma. Metales de Cuba», in cui analizza la rivoluzione di Castro e Che Guevara mettendo sul palcoscenico i diretti discendenti di coloro che vi parteciparono, a cominciare da Daniel Cruces-Pérez, trentaseienne matematico e filmmaker il cui nonno, Faustino, si occupò, per l’appunto, dell’organizzazione del battello «Granma» che trasportò i rivoluzionari dal Messico a Cuba.
Tralascio, infine, la questione dei biglietti a prezzo stracciato: è pura demagogia, che serve solo a spaccare il mercato e a far percepire come esoso, durante la stagione, qualsiasi gestore di teatro che si azzardi a mettere il biglietto anche solo a dieci euro. E chiudo (via, ci sia permessa una risata) constatando che il gigantismo della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia s’è esteso persino alla visione della storia. Il solito annuncio, quello che prima dell’inizio degli spettacoli invita a spegnere i cellulari, era preceduto dal seguente pistolotto: «Attenzione. Chi non va a teatro avrà vissuto una sola vita, la propria. Chi invece va a teatro avrà vissuto cinquemila anni». Ma i conti non tornano. Anche a voler risalire al più antico manifestarsi del teatro, per esempio al cosiddetto Dramma Memfitico, che raccontava la morte e la resurrezione di Osiride e l’incoronazione di Horus, parliamo del 2500 avanti Cristo. Ci sono cinquecento anni in meno rispetto ai cinquemila sbandierati dal citato pistolotto ammannito dal Napoli Teatro Festival Italia.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 16/7/2019)

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