Io, marinaio, sto con Carola

L'«Achille Lauro»

L’«Achille Lauro»

NAPOLI – Riporto la rievocazione, pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», che mi ha ispirato la vicenda della capitana della «Sea Watch».

Io, naturalmente, sto con Carola. E dico naturalmente perché mi legano a lei non solo «affinità elettive» sul piano ideologico o semplicemente umanitario, ma la circostanza, concreta e precisa, che anch’io ho fatto il marinaio e anch’io ho accompagnato gli ultimi che partivano alla ricerca di pane e dignità.
Alla fine degli anni Sessanta navigai come commissario di bordo sull’«Achille Lauro», che allora era l’ammiraglia della flotta mercantile italiana. Facevamo la rotta regolare per l’Australia e la Nuova Zelanda, e trasportavamo soprattutto emigranti: italiani, maltesi, slavi, macedoni, spagnoli, greci… E mi si riempirono gli occhi di lacrime quando seppi dal telegiornale che il 2 dicembre 1994 – alle 19,10 (ora locale), a 95 miglia dalla costa somala – l’«Achille Lauro», dopo un incendio, era affondata. Con essa precipitava a 4.982 metri di profondità una parte di me. Perché per me quella nave rappresentava il luogo straordinario e incomparabile in cui, lungo i mille anfratti dei suoi otto ponti, talvolta avevo incontrato qualcosa che, immagino, doveva essere la vita.
Ecco, per esempio, che rivedo sull’«Achille» i bambini degli emigranti slavi trascinati verso l’Australia dalla disperazione: abitava in quegli occhi infossati soltanto una fame di secoli, e sporchi e stracciati quei bambini s’aggiravano sempre nei pressi della sala da pranzo, perché non gli bastavano i pasti regolari. E le donne si vendevano per un panino.
L’«Achille Lauro» era, in origine, una nave olandese da crociera: tutta aperta, quindi, e capace di trasportare, al massimo, ottocento passeggeri. Il «Comandante», dopo averla acquistata, la fece portare nei cantieri di Palermo e la ristrutturò – è proprio il caso di dire – da cima a fondo: divenne una nave che, dati, per l’appunto, i suoi otto ponti, era troppo alta rispetto alla lunghezza (quando c’era il vento di traverso, s’inclinava fino a che i fumaioli quasi sfioravano l’acqua), e aveva cabine ricavate, nella parte più bassa dello scafo, persino a stretto contatto con l’albero dell’elica e nell’imbuto dell’estrema prora.
Lo scopo, ovviamente, era guadagnare il massimo trasportando quanta più gente possibile. L’«Achille Lauro» arrivava, così, a trasportare duemila passeggeri, oltre ai trecentocinquanta uomini dell’equipaggio. E s’intende che proprio nell’imbuto dell’estrema prora, quasi una tomba, finivano molti degli ultimi.
Ma non solo fame, l’emigrazione poteva essere anche una speranza tradita. Ho conosciuto Tom Giuffré, che da garzone di fruttivendolo era diventato presidente della Cope Allman, il più importante gruppo industriale australiano, ma ho conosciuto pure Michele Di Nuzzo, che tornava in Italia dopo otto anni passati come aiutante fornaio in una fonderia: «Meglio avere un lavoro qualsiasi, per quanto poco redditizio, e vivere nel proprio paese, piuttosto che venire in Australia… Mi ricordo della crisi del ’61, quando ero appena arrivato laggiù. Sembravamo, noi disoccupati, mandrie di pecore in balia del vento, vagavamo per le strade senza poter trovare nemmeno uno straccio d’impiego. E non potevamo certo campare con il sussidio di dieci dollari alla settimana, cinque sterline, che generosamente ci elargiva il governo. Così scoppiò la rivolta nel campo di Bonegilla, dove venivano concentrati i nuovi immigrati ancora senza lavoro». E ho conosciuto Paolo Mavilia, siciliano. Tecnico elettronico, in Australia non avevano voluto iscriverlo al sindacato con la sua qualifica, e per mangiare era stato costretto a lavorare nelle piantagioni di agavi dell’interno. Ma non aveva resistito, la fatica e il caldo erano atroci. Così cercò di rimpatriare e – siccome all’ambasciata italiana non vollero prestargli i soldi per il viaggio, sbattendogli in faccia l’insulto di lavativo – decise d’imbarcarsi clandestinamente. Scelse proprio l’«Achille Lauro» e salì a bordo, di nascosto, nel porto di Melbourne. Per qualche giorno sopravvisse comprando rari pacchetti di biscotti al bar e dormendo sui ponti esterni. Finì, stremato, per costituirsi al cappellano di bordo. Quando lo fece, possedeva solo i vestiti lisi che indossava. E aveva in tasca solo cento lire.

A bordo dell'«Achille Lauro», durante il mio primo imbarco

A bordo dell’«Achille Lauro», durante il mio primo imbarco

Gli occhi dei bambini slavi, dicevo. È stato sulla «Nave Blu» (così era nota l’«Achille» nei porti del mondo) che ho imparato a capire la gente dagli occhi. In quelli di Maria Goschiniak, diciassettenne tedesca pallida e dolce, non abitava più niente, nemmeno la disperazione: venne a prendere un libro nella biblioteca di classe turistica, e non riusciva a ricordare i dati anagrafici da trascrivere sulla scheda di consegna. Ho capito, poi, che aveva le vene e l’anima bruciate dall’eroina. Chissà dove la nascondeva, quella sua morte bianca, e come se la procurava. E chissà dove andava e com’è finita, Maria Goschiniak: tedesca, diciassette anni, pallida e dolce.
Ma sull’«Achille Lauro» vidi anche l’amore: poniamo, quello contrastato dalla banalità delle circostanze. I due giovani avevano avuto appena il tempo di sposarsi in chiesa e subito s’erano imbarcati per andare a cercar lavoro nel Nuovissimo Continente. Senonché li avevano sistemati lui in una cabina con altri cinque uomini e lei in una cabina con altre cinque donne. E adesso vagavano per la nave, «quali colombe dal disio chiamate», con una muta implorazione sulle labbra. Li incontravo sempre, ogni volta che stavo di sorveglianza negli spazi comuni della classe turistica. E feci per loro l’unica cosa che potevo fare: li chiusi a chiave nell’ufficio del commissario, montando la guardia davanti alla porta finché non mi avvertirono che avevano, almeno per il momento, raggiunto la pace dei sensi.
Io, poi, questo, e molto altro, lo raccontai in una performance, «Ma dove vanno i marinai», che diedi il 16 dicembre del ’79 al Teatro Biondo di Forcella. Cominciai leggendo il bollettino di notizie nautiche diffuso a bordo dell’«Achille Lauro» venerdì 10 gennaio 1969: «La navigazione prosegue nell’Oceano Indiano con rotta Ovest leggermente deviata verso Sud ed in mattinata avremo superato il 33° parallelo Sud. A mezzogiorno restano da percorrere per Cape Town poco più di 4000 miglia; l’arrivo è quindi previsto per sabato 18 gennaio in mattinata. La traversata sarà caratterizzata da venti predominanti dai quadranti Ovest e da correnti di direzione Est. La pressione atmosferica registrata alle latitudini che percorreremo è, in questo mese, intorno ai 1020 millibars. La profondità del mare supera i 4000 metri». E finii con un omaggio all’assistente d’ufficio Giovanniello, una persona mite che sui mari del mondo fuggiva perché indifesa.
Quella performance ebbe recensioni assai positive. Però in «Ma dove vanno i marinai» io non recitavo, prendevo per la gola la vita. Ecco perché sto con Carola. E le dedico la preghiera che vidi scritta sul muro di una taverna di Noumèa, nella Nuova Caledonia: «Mio Dio, / dammi la salute a lungo, / dell’amore di tanto in tanto, / del lavoro non troppo spesso, / ma del beaujolais sempre». E un’altra mano aveva aggiunto, sotto, il proverbio: «Un giorno senza vino è un giorno senza sole». Mi dissero che quella preghiera e quel proverbio bisogna recitarli la mattina presto, in pratica appena alzati.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 11/7/2019)

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4 risposte a Io, marinaio, sto con Carola

  1. Eduardo Tartaglia scrive:

    Enrico caro,
    I tuoi ricordi asciutti e che pure sanno di mare emozionano. Grazie per averli condivisi.
    Eduardo Tartaglia

  2. Lorenza Magliano scrive:

    Grazie, è toccante.
    Lorenza Magliano

  3. Enrico Fiore scrive:

    Cara amica,
    grazie a Lei per l’attenzione che mi ha dedicato. La considero un omaggio alla memoria dei miei compagni di viaggio che non ci sono più.
    Enrico Fiore

  4. Enrico Fiore scrive:

    Caro Eduardo,
    la tua emozione è la prova che quanto ho ricordato rientra nel patrimonio di idee e sentimenti comuni che a tutti i costi dobbiamo cercare di non disperdere.
    Enrico Fiore

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