Roberto Andò, un «inglese» al Mercadante

Roberto Andò, nuovo direttore del Teatro Stabile di Napoli (la foto è di Lia Pasqualino)

Roberto Andò, nuovo direttore del Teatro Stabile di Napoli
(la foto è di Lia Pasqualino)

NAPOLI – Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», circa la nomina di Roberto Andò a direttore del Teatro Stabile di Napoli.

Lo dico subito, senza esitazioni e con la massima convinzione: la scelta di Roberto Andò come nuovo direttore del Teatro Stabile di Napoli è un’ottima scelta. Non solo per l’alto livello culturale e professionale della persona, ma anche e soprattutto perché segna il passaggio da un’idea di teatro vecchia (quella del teatro concepito essenzialmente come rappresentazione e intrattenimento) a un’idea di teatro in linea con i tempi (quella del teatro concepito come mezzo per stimolare l’esercizio di un pensiero critico nei confronti del mondo, della vita e della società).
Il direttore dello Stabile uscente, Luca De Fusco, dal 1978 ad oggi ha messo in scena, nell’ordine, Schnitzler, Gozzi, von Kleist , Molière, Pirandello, Marivaux, Shaw, Eduardo De Filippo, Stendhal, Goldoni, Shakespeare, Euripide, Sofocle, Brecht, Eschilo, Cechov e Wilde. Come si vede, sempre e solo classici, con tutto il rispetto per i classici. Non c’è nemmeno uno degli autori contemporanei che hanno fatto grande e accostato a noi il teatro europeo del Novecento: non c’è Ionesco, non c’è Beckett, non c’è Pinter.
Completamente diverso è, invece, l’orizzonte a cui Roberto Andò s’è riferito in quanto regista teatrale. Si tratta di un orizzonte dominato, e davvero non a caso, dalla presenza massiccia della nuova drammaturgia anglosassone: quella, per intenderci e riassumere, che mette al bando la narratività narcotizzante per puntare tutto sulla problematicità stimolante. E partirei, per scendere nei particolari concreti, proprio da Pinter: dall’allestimento allo Stabile di Catania, nel 2004, di «Vecchi tempi», uno dei capolavori del Premio Nobel inglese e certamente una delle più belle commedie sul tema della menzogna.
Apparentemente, abbiamo un marito, Deeley, che cerca di scavare nel passato della moglie Kate per mezzo di un’amica di gioventù di lei, Anne, giunta in visita da loro dopo vent’anni. Ma ben presto quanto si dicono i tre c’induce a sospettare che forse Deeley e Anne già si conoscevano e che forse tra Anne e Kate c’è stata una relazione omosessuale.
Non a caso, però, Anne è già presente in scena mentre Deeley e Kate parlano del suo prossimo arrivo. Dunque, il tempo stesso è una menzogna. E i tre personaggi in campo potrebbero essere, in fondo, un’unica persona, nel senso che due di essi potrebbero essere nient’altro che proiezioni nella mente del terzo (in particolare di Deeley). Ci verrà comunicato, infatti, che hanno visto tutti e tre, senza conoscersi, lo stesso film, «Il fuggiasco», e che Anne amava rubare e indossare le mutandine di Kate.
Ebbene, nel suo allestimento Roberto Andò teneva conto dell’unico tempo possibile, quello «anagrafico». Il solo allestimento italiano precedente di «Vecchi tempi» era stato firmato nel ’73 da Luchino Visconti (interpreti Umberto Orsini, Adriana Asti e Valentina Cortese) e bloccato da Pinter, che andò su tutte le furie per il nudo integrale della Asti voluto dal grande regista. E adesso, Andò proiettava contro le finestre dell’appartamento di Deeley e Kate dei video con fotografie degli interpreti di oggi da giovani. Sembravano apparizioni fantasmatiche. E poi, in quei video, apparivano anche dei cimiteri, e il mare (simbolo dell’infinito e dell’indeterminato), ora calmo ora infuriato. E infine, arrivava la pioggia, una fittissima cortina che cancellava tutto, volti, paesaggi e memorie.
Sostanziale, dunque, appare la differenza rispetto alle proiezioni ostinatamente cacciate nei propri allestimenti da Luca De Fusco: quelle che, al contrario, obbedivano solo a una funzione estetica o, nella migliore delle ipotesi, didascalica. E un’altra differenza radicale oppone Andò a De Fusco. Mentre quest’ultimo si è circondato sempre delle stesse persone, secondo una logica da «clan» e sul filo di una pratica utilitaristica da manager (per non dire da ragioniere), il regista palermitano non ha mai trascurato di guardarsi intorno, andando a scegliersi collaboratori fra i più diversi e ben oltre il proprio naso.
Così, per fare solo due esempi, avvenne nel 2007, quando (in veste di autore e di regista) realizzò insieme con Moni Ovadia uno spettacolo basato su «Le storie del signor Keuner» di Brecht, e nel 2009, quando (sempre in veste di autore e di regista) realizzò, stavolta insieme con Marco Baliani, lo spettacolo «La notte delle lucciole», in cui venivano accostati Sciascia e Pasolini: allo scopo, si capisce, di sottolineare l’esigenza della demistificazione e, perciò, di una libera tensione verso la ricerca della verità.
Ecco, è questo che ci attendiamo da Roberto Andò: uno Stabile di Napoli finalmente proiettato verso un teatro che faccia parte della nostra vita.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno, 4/7/2019»)

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