Pina Cipriani, il teatro come vita

Pina Cipriani

Pina Cipriani

NAPOLI – Riporto il ricordo di Pina Cipriani pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

In morte di Pina Cipriani si son dette e scritte le solite cose. Giuste, per carità. Ma parlo di «solite cose» per intendere che non si è rilevato, o non si è sottolineato come sarebbe stato necessario, il particolare decisivo: che Pina Cipriani rappresentava uno degli ultimi simboli di un’epoca ormai lontanissima, di un teatro che oggi non esiste più.
Del resto, simbolico è apparso al riguardo anche il fatto che domenica mattina, per i funerali di Pina, nella chiesa di San Francesco di Paola il mondo dello spettacolo fosse assente nella quasi totalità: c’erano solo Salvatore Palomba, Enzo Moscato, Tommaso Bianco, Tullio Del Matto e Gino Curcione. E simbolica, in specie, era soprattutto la presenza di Moscato. Perché lui realizzò insieme con Pina uno spettacolo splendido e assolutamente rappresentativo, «Tiempe sciupate», che non a caso, dopo le recite al Sancarluccio, non è stato più ripreso.
Di quale teatro parliamo, allora? Possiamo rispondere citando «La forza del dialetto», un recital di Pina del 2002 basato su versi del Belli, appunto di Palomba, di Agostino Astrominica e di Giuseppe Liuccio. Subito mi ricordai, mentre vi assistevo, di un’osservazione di Andrea Zanzotto: «Ho capito che il dialetto serviva a conservare e a conservarmi». E altrettanto immediatamente la collegai alla fondamentale analisi di Lévi-Strauss: «La maggior parte delle culture che noi chiamiamo “primitive” si serve del linguaggio con parsimonia; in esse non si parla in qualunque momento e a proposito di qualunque cosa. Le manifestazioni verbali sono spesso limitate a circostanze prescritte, al di fuori delle quali le parole si risparmiano».
Infatti, quello spettacolo aveva innanzitutto il merito (e merito davvero non trascurabile) di accostarci, nel tempo delle chiacchiere dilaganti e inutili, a una comunicazione essenziale e necessaria: giusto il tipo di comunicazione incarnato dal dialetto, ultimo baluardo della nostra identità nell’epoca della famigerata globalizzazione. E ancora non era un caso che il confronto fra i quattro dialetti messi in campo nella circostanza (il romanesco, il napoletano, l’irpino e il cilentano) venisse introdotto, per ciascuno di essi, da un brano affidato alla sola voce: «Com’è bello fa l’amore quann’è sera» nella versione della Magnani, «Canto delle lavandaie del Vomero», «La prova» e «’Nu passero p’amico».
Si ribadiva, così, la capacità del dialetto di farsi puro e nudo segno, direttamente e indissolubilmente legato al pulsare della vita nella sua più immediata e profonda urgenza. Perché proprio questo era il dato costitutivo del teatro di cui Pina Cipriani fu uno degli ultimi simboli: la strenua e irrinunciabile spinta verso la vita. D’altronde, basterebbe a dimostrarlo il fatto che nel Sancarluccio, il loro teatro, Pina e l’indimenticabile Franco Nico collocarono anche la loro casa. Entrando nel piccolo foyer si sentiva spesso odor di cucina.
Oggi, invece, il teatro si regge solo sui calcoli commerciali, essendo per di più soggetto all’arbitrio dei politici che dispensano le sovvenzioni pubbliche, senza le quali le sale, tutte, chiuderebbero nel giro di una settimana. Ma io penso, per esempio, a Roberto Benigni. Fu proprio al Sancarluccio che i napoletani poterono vedere per intero lo straordinario monologo del Cioni Mario di cui la televisione aveva accolto appena qualche pallido reperto. Del resto fu il Sancarluccio che offrì a Benigni l’opportunità di riprendere il monologo in questione a teatro. E in breve, ci volle del coraggio ad ospitare, dopo i fasti consumistici del Roberto televaccheggiante, quell’aspro soliloquio, assurdo ma scavato nella quotidianità.
Né meno coraggiosi si dimostrarono Pina e Franco – gestori di una sala frequentata in prevalenza da un pubblico borghese e, per giunta, situata in una «zona bene» della città – quando, per fare un altro esempio, accolsero il lamento funebre per la borghesia del Leopoldo Mastelloni di «… le compagnie». Le ricordo ancora, le facce inorridite di certe signore impellicciate venute al Sancarluccio per ridere del «femmeniello» e trovatesi, invece, ad essere investite dalla violenza sacrale di uno strepitoso teatrante che, se pure vestito da donna, esibiva con allucinato orgoglio un torace villoso da facchino.
Mai più Mastelloni riuscì a ripetere, in altre sale, l’effetto sconvolgente di quello spettacolo: perché lì, su quel minuscolo palcoscenico, in quell’ambiente raccolto e ovattato, il suo inesausto accumulo di miti e detriti culturali diventava smisurato come l’aria e come l’aria riempiva ogni anfratto fisico e psicologico, ridestando fantasmi che credevamo dimenticati e riportandoci alla coscienza di un’ambiguità ch’è il segno stesso del nostro destino animale.
Non era vita, del resto, l’arrivo al Sancarluccio dello spettacolo di Prudentia Molero, la bellissima esule argentina che portava in giro per il mondo il dolore e la fierezza delle «pazze» della Piazza di Maggio? E non è stato perché in quella saletta il teatro si mischiava con la vita che io abbia lasciato lì, sulle sedie del Sancarluccio, un poco di me?
Spesso, scrivendo di teatro, m’è tornata alla mente la frase di Cendrars: «Solo un’anima piena di disperazione può raggiungere la serenità, e per essere disperati, bisogna aver molto amato il mondo e continuare ad amarlo». E niente, ho diverse volte volte commentato, è meno sereno e rasserenante del teatro, costretto a fingere la vita nel momento stesso in cui vive. Ebbe dunque ragione Bianca Mastrominico, la figlia di Pina e di Franco, a mettere in epigrafe al volume celebrativo dei venticinque anni del Sancarluccio le parole di Soledad Cruz: «La soledad de este teatro, el Sancarluccio, es un pecado mayor que el de Pompeya».
Ma fu proprio al Sancarluccio che – mentre Raffaella De Vita, reduce da qualche tentativo di suicidio, cantava «La folla» che cantò Edith Piaf – capii perché al «passerotto» diedero il cuore, con i poeti e gli chansonniers, anche i marinai. Come marinai si comportavano, d’altronde, gli «scavalcamontagne» di un tempo. E come gli «scavalcamontagne» di un tempo si comportarono Pina e Franco quando andarono a Grenoble per presentarvi il loro spettacolo «RoNa». Li accompagnai. E più volte, durante il viaggio, si spezzò la cinghia di trasmissione del pullman. E a Pina venne in mente di sostituirla alla meglio con le calze elastiche della ballerina Margherita Veneruso. Non duravano a lungo, le consumammo tutte. Ma riuscimmo ad arrivare a una stazione di servizio per le necessarie riparazioni.
Domenica mattina l’assenza del mondo dello spettacolo nella chiesa di San Francesco di Paola mi ha confermato che a Napoli la prova insuperabile del valore autentico di una persona, e specialmente di un artista, sta nel fatto che tutti sanno che quella persona esiste (ed opera) e, di pari passo, tutti fanno finta che non esista. E così posso salutare Pina ripetendomi i versi di Alfonso Gatto che Franco Nico rivestì di una musica da ballata popolare, e tenerissima e ardimentosa insieme: «(…) ascolta venire dal fondo / degli anni la voce perduta. (…) per qualche sera la vita / si scalda con le sue mani / a quegli accordi lontani / del tempo che fu».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 2/7/2019)

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