Quei nativi del Canada prigionieri dei quadri in un museo

Un momento di «Kanata - Episode I - La controverse» di Robert Lepage, presentato al Politeama (la foto è di Michèle Laurent)

Un momento di «Kanata – Episode I – La controverse» di Robert Lepage, presentato al Politeama
(la foto è di Michèle Laurent)

NAPOLI – «”Un cacciatore Huron-Wendat fa il richiamo dell’alce” di Cornelius Krieghoff. Il quadro è in buono stato. La cellulosa è stata leggermente danneggiata a causa della cattiva qualità della vernice. Ma approfitteremo dell’occasione per rimediare. E andrà tutto bene». E poi: «”Presentazione di un capo neoeletto al consiglio della tribù Huron” di Henry Daniel Thielcke. Ottimo stato».
È il prologo di «Kanata – Épisode I – La controverse», lo spettacolo di Robert Lepage che, su drammaturgia di Michel Nadeau, il Théâtre du Soleil ha presentato al Politeama nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Siamo in una delle sale dell’archivio sotterraneo del Museo delle Belle Arti del Canada, a Ottawa. La restauratrice del museo, Layla Farrokhzad (è un’indiana d’America, ma fu adottata da una famiglia d’origine iraniana), sta parlando con Jacques Pelletier, il direttore dei programmi di una grande fondazione privata incaricato di organizzare una mostra sulla raffigurazione degli autoctoni nella pittura canadese. E si tratta evidentemente di una metafora: cioè di una frecciata contro le certezze di comodo e i preconcetti logori che presiedono, per l’appunto, alle analisi circa la storia e le condizioni attuali dei nativi di lingua irochese.
Infatti, è una parola irochese (significa «villaggio») quella che dà il titolo allo spettacolo. E la metafora in questione viene ulteriormente chiarita e sottolineata nella scena che vede la Farrokhzad e Pelletier a cena in un ristorante. Quando lui la rimprovera perché per tutta la cena non gli ha detto che è un’indiana d’America e spiega: «Mi avrebbe risparmiato di rendermi ridicolo raccontandole la sua storia», lei osserva: «Non è la prima volta che degli specialisti ci raccontano la nostra storia».
Ma sappiamo che cosa è successo. I nativi canadesi hanno accusato Ariane Mnouchkine, anima del Théâtre du Soleil, e Lepage di indebita appropriazione culturale, giacché non li hanno coinvolti direttamente. E in conseguenza di quelle polemiche lo spettacolo di cui parliamo s’è ridotto ad essere, come dichiara il titolo, solo il primo capitolo della trilogia ch’era stata progettata in merito al tema sul tappeto.
Sarà anche per questo, voglio dire, che «La controverse» appare come qualcosa di rattrappito, o almeno come qualcosa di sospeso e di abbandonato a se stesso. O, ancora e più probabilmente, come qualcosa ch’è stato costretto a comprimere in sé non solo ciò che gli apparteneva, ma anche ciò che sarebbe appartenuto agli altri due capitoli della trilogia.
Cerco di spiegarmi. Qui s’intende mettere in campo uno «spaccato» del Canada di ieri e di oggi, ora spostandosi all’indietro di duecento anni ora descrivendo le attuali condizioni di discriminazione dei nativi. E mescolando, poniamo, la storia di Willy Pickton, allevatore di maiali e assassino seriale di donne, con il degrado di Hastings Street a Vancouver, in cui si confondono senzatetto, prostitute, spacciatori e tossici, i quali ultimi sono spesso gli autoctoni emarginati. Ma, ecco il punto, non risultano chiari, o non risultano sufficientemente chiariti, i nessi fra così diversi snodi narrativi e fra le altrettanto diverse realtà sociali che gli stessi evocano.

Un altro momento dello spettacolo di Lepage, la scena del ristorante

Un altro momento dello spettacolo di Lepage, la scena del ristorante

Faccio un esempio. Non ci vengono forniti elementi che supportino la battuta: «Devi capire che quello che succede ad Hastings Street è la conseguenza diretta dei collegi indigeni». Né, peraltro, mi sembrano particolarmente efficaci l’affermazione: «Le donne indigene non è in quanto indigene che mi commuovono… ma in quanto essere umani!» o, per concludere con gli esempi, il dolente rap di Sarah: «Così mi siedo in questo vicolo squallido… a cercarmi la vena. Ero, meta o un po’ di cocaina… non importa il veleno, purché mi faccia sballare. Mia dolce menzogna chimica, dimmi solo che la vita è bella. La droga è l’unica cosa vera. La sola cosa che riesco ancora a sentire. Dicono che si vive una volta sola, ma sono cazzate! Perché muoio ogni notte ma poi mi ritrovo qui. Sono oggi, domani… ogni momento! Non c’è riposo per i dannati, sarò qui per sempre!».
Posso assicurare che la traduzione in italiano, quella riportata nei sovratitoli, è assolutamente fedele al testo originale. E dunque la responsabiltà di tanto banale e scontata mimesi verbale della discesa agl’inferi del tossicomane è tutta e soltanto di Nadeau.
Si sarà capito, allora, che un didascalismo tutto sommato superficiale (vedi la ricorrente messinscena dei gesti del tossicomane che si buca) presiede a questo spettacolo. Né va molto meglio sul piano dell’allestimento in sé: che offre, poniamo, il passaggio da un ambiente all’altro realizzato per mezzo della sostituzione a vista degli arredi; il pittore Légaré che dipinge il ritratto di Josephte Ourné, definita da Pelletier «La Gioconda amerindia», mentre dietro di lui emergono dal fumo i fantasmi dei nativi partoriti dalla sua mente; la canoa che sembra scivolare sull’acqua spinta dal remo ma, in realtà, è spostata da un operatore vestito di nero come avviene con quello che nel Bunraku giapponese manovra il burattino…
Son tutte cose viste e riviste, che al massimo possono essere apprezzate sul versante dell’estetica e della tecnica. E tanto conferma l’involuzione manieristica subìta da Lepage rispetto all’inventiva trascinante che caratterizzava i suoi primi spettacoli. In quest’ultimo, poi, c’è anche l’aggravante di un finale in cui, per intenderci, didascalismo fa rima con ecumenismo: la pittrice Miranda rinuncia alla mostra che voleva allestire e comincia a dipingere idealmente sulla famosa quarta parete, mentre a poco a poco entrano nel suo appartamento tutti i personaggi che popolano Hastings Street.
Infine, non bastano, a salvare un insieme del genere, gli spunti comici in funzione straniante: per fare nel merito un solo esempio, i reiterati tentativi del cameriere del ristorante di portare il conto a Pelletier e alla Farrokhzad, che sta illustrando i suoi progressi nello studio della lingua mohawk, a lungo andare perdono d’efficacia e diventano addirittura noiosi. E non più che precisa risulta, per concludere, la prova offerta dal folto gruppo d’interpreti in campo, per la maggior parte giovani.
Ma, in definitiva, parliamo di uno spettacolo costruito a tavolino: la Mnouchkine ha voluto impiegare per la prima volta un regista esterno al suo gruppo storico e Lepage l’ha accontentata, svolgendo una sorta di compitino in classe. Hanno ragione a protestare, i nativi canadesi. E faccio ancora una volta il paragone con Rimini Protokoll.
Il collettivo tedesco – che, ripeto, è una delle punte di diamante della ricerca teatrale – di recente ha portato all’Arena del Sole di Bologna uno spettacolo, «Granma. Metales de Cuba», in cui analizza la rivoluzione di Castro e Che Guevara mettendo sul palcoscenico i diretti discendenti di coloro che vi parteciparono, a cominciare da Daniel Cruces-Pérez, trentaseienne matematico e filmmaker il cui nonno, Faustino, si occupò, per l’appunto, dell’organizzazione del battello «Granma» che trasportò i rivoluzionari dal Messico a Cuba.

                                                                                                                                        Enrico Fiore

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