«Carmela» è nel mito. La cantano finanche a Colono

Claudio Di Palma in un momento di «Edipo a Colono» di Ruggero Cappuccio, ancora stasera al Teatro Grande di Pompei (le foto che illustrano questo articolo sono di Ivan Nocera)

Claudio Di Palma in un momento di «Edipo a Colono» di Ruggero Cappuccio, ancora stasera a Pompei
(le foto che illustrano questo articolo sono di Ivan Nocera)

POMPEI – Di quest’«Edipo a Colono» – la riscrittura della tragedia di Sofocle da parte di Ruggero Cappuccio, ora riproposta nel Teatro Grande nell’ambito della rassegna «Pompeii Theatrum Mundi» – avevo un bel ricordo, e per quanto riguarda il testo e per ciò che attiene al suo allestimento, diretto dallo stesso Cappuccio, che (protagonista uno strepitoso Roberto Herlitzka) vidi nell’Hortus Conclusus di Benevento nel settembre del 2006, nell’ambito della rassegna «Città Spettacolo» anch’essa diretta da Cappuccio.
In quanto autore, Cappuccio riprende, giustamente, la considerazione di Edipo come campione di quel dubbio ch’è la radice stessa dell’uomo. Di conseguenza punta, non meno giustamente, sulla solitudine, addirittura ontologica, di quel mitico personaggio, però spostando il mito verso la quotidianità, con scarti nei dialetti siciliano e napoletano e persino con la citazione di due delle più emblematiche canzoni per l’appunto napoletane, «Simmo ‘e Napule paisa’» e «Chiove».
Si tratta, ovviamente, di una citazione messa sul tappeto anche in chiave polemica. Ed è sufficiente notare, al riguardo, che il celeberrimo ritornello di «Simmo ‘e Napule paisa’» («Basta ca ce sta ‘o sole, / ca c’è rimasto ‘o mare, / na nenna a core a core, / na canzone pe’ cantà») risulta nella circostanza modificato dalla sostituzione del «basta» con «lassa», ciò che suona come una frecciata contro il persistere nel fatalismo e nella pigrizia mentale e culturale che paralizzano Napoli. E intenti non dissimili presiedono al fatto che il testo di «Chiove», firmato da un poeta altrettanto emblematico quale Libero Bovio, compare qui sia nella versione originale («comme chiove») sia nella traduzione in italiano («che piove piove piove»).
In quanto regista, poi, nell’allestimento beneventano Cappuccio riduceva tutti gli altri personaggi che circondano l’infelicissimo protagonista (Antigone, Ismene, Teseo, Polinice, Creonte) a semplici pupazzi che lui si portava dietro in un’enorme valigia.
Quei personaggi, insomma, diventavano – quasi articoli del campionario di un commesso viaggiatore dell’anima – semplici «escrescenze» del corpo storico di Edipo, l’unico centro del mondo. Ed è inutile sprecare parole circa la fondatezza e la pregnanza di una simile invenzione: come spesso ho avuto modo di osservare, la morte di Edipo, che non a caso avviene nel buio insondabile del bosco sacro alle Eumenidi, è un vero e proprio rituale iniziatico, giacché l’eroe sofocleo s’acceca non perché non vuole più vedere, ma perché vuole vedere oltre il limite dei significati dati.
Cappuccio lo sottolinea in un passaggio del testo che non esito a ritenere connotato da un’acutezza e da una precisione straordinarie. A Edipo, che ha manifestato il desiderio di parlare con Teseo, perché, dice, «io ci faccio vedere ‘u bene», il capocoro replica: «E quale bene ci fai vedere / se non vedi / né bene / né il bene?». E Edipo replica a sua volta con un’ammissione intinta, sì, nell’avvilimento («Gli occhi miei / sono pozzi deformi») ma seguita da una precisazione che, scolpita nell’orgoglio, si traduce in un monito salvifico («Chi si saprà affacciare / agli orli dei miei pozzi / ci trova luce / e specchio tutto il cielo»).

Da sinistra, Fulvio Cauteruccio e Claudio Di Palma in un altro momento dello spettacolo, diretto da Rimas Tuminas

Da sinistra, Fulvio Cauteruccio e Claudio Di Palma in un altro momento dello spettacolo, diretto da Rimas Tuminas

Tanto perché, aggiungo io, la morte di Edipo («misteriosa», la definisce Antigone) conferma che – come osservò Jean-Pierre Vernant – la «vera grandezza» di quel personaggio «consiste proprio in ciò che esprime la sua natura d’enigma: l’interrogazione».
Ma non mi pare, per la verità, che di tutto questo traspaia molto nell’allestimento dell’«Edipo a Colono» di Cappuccio in scena ancora stasera a Pompei. Come sappiamo, doveva essere realizzato da Nekrosius. E morto lui, è stato affidato a Rimas Tuminas. Credo, però, che – ove mai l’ingenuità di qualcuno si spinga fino al punto di pensare che sia stato scelto quest’ultimo solo perché pure Tuminas è lituano e pure Tuminas è un grande regista – quel qualcuno annaspi nella cecità peggio di Edipo. A me, che ho la vista lunga del malpensante, salta invece subito agli occhi che Rimas Tuminas è il direttore del Teatro Vachtàngov di Mosca, in cui, a gennaio, è andato in scena un allestimento di «Sabato, domenica e lunedì» interpretato da attori russi e affidato alla regia di Luca De Fusco, ideatore e direttore di «Pompeii Theatrum Mundi».
È la politica dello scambio, bellezza, vien fatto spontaneamente di dire parafrasando la famosa battuta di Humphrey Bogart ne «L’ultima minaccia». E io sarei curioso di sapere chi e come ha tradotto a Tuminas la complessa e baroccheggiante scrittura dietro cui Cappuccio nasconde i significati rapinosi ai quali ho accennato. Evidentemente, Tuminas ha capito quel che poteva capire. E infatti il testo lo lascia lì, pressoché intatto, mentre gli tesse intorno una ragnatela d’invenzioni che, sostanzialmente estranee al testo medesimo, oscillano dall’inizio alla fine tra l’incomprensibile e l’ovvio.
La bellissima e irrinunciabile didascalia iniziale di Cappuccio recita: «Ammantato di livida penombra, il salone desolato di un reclusorio dove si esalta e custodisce la follia, dove l’intelligenza dei corpi e dei sensi sovverte l’ordine comune della vita». Invece, qui l’azione si svolge al centro dello spazio scenico, in cui compare solo un’alta torre fatta di assi di legno annerite e lungo la quale gl’interpreti si producono, sempre dall’inizio alla fine, in arrampicate di cui è assai difficile cogliere il costrutto. E gli «ospiti-sofferenti» del «reclusorio» diventano una compagnia di guitti e musicanti che – uniti i loro letti a formare un palchetto – si esibiscono in «numeri» d’arte varia che mescolano, fra l’altro, una canzone di Rosa Balistreri («Cu ti lu dissi»), «Ninna nanna» di Modugno, un assolo (in inglese…) della Lady Macbeth di Shakespeare, un brano del «Caligola» di Camus, la tarantella «Oi mamma ca mò vene» da «La Gatta Cenerentola» di Roberto De Simone e, soprattutto, la «Carmela» di Sergio Bruni e Palomba, che – ripresa anche al termine, sia pure rallentata e distorta – assume quindi il ruolo (per l’appunto incomprensibile) di «leitmotiv» dello spettacolo.
Il tutto con l’aggiunta, alla rinfusa, dell’aria «Mon coeur s’ouvre à ta voix» dalla «Sansone e Dalila» di Saint-Saëns, del «Libera me» dalla Messa da Requiem di Fauré, di una corona d’oro messa sulla testa di Edipo in vista della morte e, una volta morto, della copertura del suo corpo con un mare di scarponi e stivali, forse per alludere, insieme, al significato («dai piedi gonfi») del nome e al tormentoso vagare del personaggio. Mentre, in funzione di uno straniamento non meno appiccicato, ci tocca verso la fine un Polinice alle prese con la per lui molto difficoltosa operazione di slacciarsi le scarpe.
Insomma, non resta che sottolineare la prova maiuscola, forse la migliore della sua carriera, fornita da Claudio Di Palma nel ruolo di Edipo. E non demeritano, al suo fianco, Marina Sorrenti (Antigone) e Fulvio Cauteruccio (Creonte). Degli altri, al contrario, è meglio tacere. Al termine compare in cima alla torre un ritratto di Nekrosius e un giovane attore comunica che a lui è dedicato lo spettacolo.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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2 risposte a «Carmela» è nel mito. La cantano finanche a Colono

  1. Davide Pascarella scrive:

    Da spettatore, ho pensato che Nekrosius non sarebbe stato affatto felice di trovarsi sbandierato alla fine di questo spettacolo. Questa cosa mi è dispiaciuta molto. Mi dispiace anche per Di Palma, che a tratti mi è sembrato davvero lasciato solo. Per il resto è stata una generale delusione, speravo davvero di vedere di più. Un saluto, Enrico.
    Davide Pascarella

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Davide,
    io, invece, non sono affatto deluso. L’allestimento è esattamente quello che mi aspettavo che fosse. Tuminas, non riuscendo a interpretare il complesso testo di Cappuccio, se n’è tenuto a debita distanza, per il resto dando luogo a un allestimento che oscilla, ripeto, fra l’incomprensibile e l’ovvio.
    Ti ricambio il saluto.
    Enrico Fiore

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