Se il teatro di Erodiade ha come fondale il Cristogramma

Imma Villa in un momento di «Erodiade», il monologo di Testori presentato all'Elicantropo (le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

Imma Villa in un momento di «Erodiade», il monologo di Testori presentato all’Elicantropo
(le foto che illustrano questo articolo sono di Salvatore Pastore)

NAPOLI – A proposito di «Erodiade» – il lungo monologo di Giovanni Testori riproposto all’Elicantropo nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia – ripeto quanto già ho avuto modo di scrivere, aggiungendovi qualche altra considerazione che spiega e avvalora ulteriormente quelle precedenti.
Due sono le ricorrenti parole-chiave su cui si fonda quel monologo: «silenzio» e «corpo» (con il risvolto «sangue»). Per l’una occorre intendere l’Impronunciabilità (ovvero Dio, l’infinito, l’eterno) e per l’altra la Vita (ovvero l’uomo, il circoscritto, il transeunte). E vengono, insieme, a costituire l’alfa e l’omega di un testo che, a sua volta, si pone come una metafora e, di più, una verifica del Teatro tout court: voglio dire delle ragioni profonde e della stessa ragion d’essere dell’epifania teatrale.
Non a caso, la prima stesura di «Erodiade», collocabile fra il 1967 e il ’68, coincide con la redazione e la pubblicazione del saggio «Il ventre del teatro», autentico e decisivo manifesto della poetica e della drammaturgia testoriane. Infatti, il profluvio di parole messo in bocca alla regina infelice, che chiese la testa del Battista perché quel profeta irraggiungibile e incrollabile aveva rifiutato il suo amore, traduce perfettamente ciò che avviene, e non può non avvenire, sul palcoscenico. Come Dio si fece uomo, come l’infinito poté ridursi al circoscritto e l’eterno al transeunte, così la funzione del teatro consiste nel portare alla luce della ribalta un problema singolo estratto dall’oscurità generale, «come un corpo – scrive Testori nel saggio in questione – che sia inserito in un altro corpo; e nella sua meditazione di quel lacerto di carne sopra le assi del palcoscenico, come sopra quelle di un catafalco, esattamente come in una veglia funebre».
Appunto. Che cos’è, se non questo, una veglia funebre, il vaneggiante, blasfemo e pure tenerissimo sproloquio di Erodiade davanti alla testa di Jokanaan deposta in un bacile ai suoi piedi? Ma che cos’è, nello stesso tempo, se Erodiade di tanto in tanto ricorda che quella testa è fatta di cartapesta? Una recita, certo; ma anche, e soprattutto, la constatazione dell’impotenza della parola recitata, quella, giusto, che tenta disperatamente d’incarnare il mistero (per Erodiade e per tanti altri incomprensibile) di un Dio che sceglie di chiudere il suo insondabile universo nello spazio minimo e riconoscibile di un ventre di donna.
Nel merito, si rivela come non meno decisiva la parola «cenere», anch’essa ripetuta più volte e che, per giunta, è la penultima del testo. La cenere costituisce ciò che il fuoco lascia, ma, ovviamente, non può pretendere di riaccenderlo. E due battute di Erodiade – di nuovo non a caso collocate in posizione fortemente icastica, alla fine della prima parte del monologo – indicano oltre ogni dubbio qual è il bersaglio di Testori. L’una suona: «Qui, su queste scene, non è più possibile costruir niente che sia credibile e vero»; e l’altra, rivolta secondo la didascalia al siparista che sta oltre le quinte, va ancora oltre: «Sì, comincia, povero resto d’un teatro che, ormai, non ha più né senso, né ragioni. Di veramente vero, su queste assi, non ci sei restato che tu, a chiudere ed aprire, da là dietro, queste saracinesche sconsacrate».
Insomma, l’obiettivo di Testori è la denuncia dell’eterna illusione del teatro, quella che parola possa diventare carne. E per centrarlo mette in bocca a Erodiade persino una scarica d’insulti, davvero sanguinosi, contro se stesso: «indegno cane», «scrittore senza pietà», «scrittore maledetto», «bestia avida», «creatore di recite vergognose». Per lei, Erodiade, Jokanaan è invece un’«infinita interrogazione». E voglio dire, in conclusione, che il vero argomento su cui verte il monologo in questione è, contro la menzogna istituzionale del palcoscenico, la «porca, dolcissima, durissima, infingarda, ladra e divina vita» di cui Testori cantò, alla vigilia della morte, in un «pezzo» scritto per una mostra dell’adorato Morlotti.

Imma Villa in un altro momento dello spettacolo, diretto da Carlo Cerciello nell'ambito del Napoli Teatro Festival Italia

Imma Villa in un altro momento dello spettacolo, diretto da Carlo Cerciello nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia

Ma Carlo Cerciello, regista dell’allestimento di «Erodiade» presentato all’Elicantropo, punta soprattutto sul tema del rapporto fra l’umano e il divino. Mentre la didascalia iniziale di Testori prevede per la regina un trono «che s’erige, come un relitto barbarico» al centro di una scena «per il resto completamente vuota», qui, nell’impianto scenografico di Roberto Crea, scompare il trono e dietro Erodiade campeggia un grande tondo in cui è inscritto il «nomen sacrum» JHS con l’aggiunta della croce sopra il trattino trasversale della H. Si tratta, come sappiamo, del Cristogramma larghissimamente utilizzato dalla Chiesa cattolica fin dal Medioevo. E ad esso – imposto all’attenzione dello spettatore anche per mezzo dello svariare (dal bianco al viola e al rosso) della luce che lo investe al di là del velatino che chiude il boccascena – Erodiade appare, per un lungo tempo, addirittura crocifissa.
S’impone subito un’obiezione sostanziale. L’adozione del Cristogramma sostituisce le dimensioni ontologiche a cui guarda Testori, quelle della Religiosità e della Divinità, con le dimensioni narrative della religione e del monoteismo. Semmai, per tradurre l’Impronunciabilità messa in campo da Testori, sarebbe stato più opportuno ricorrere al tetragramma, JHWH, con cui l’ebraismo sostituisce Jahweh, il nome, per l’appunto impronunciabile, di un Dio che, nella quotidianità, viene chiamato, con un’irriducibile tautologia, semplicemente Ha-Shem, ossia «Il Nome».
Ma la verità è che l’adozione del Cristogramma da parte di Cerciello si giustifica col fatto ch’è propedeutica all’invenzione della testa di Erodiade che – a suggerire un identificarsi della regina con il Battista – compare sul famoso vassoio d’argento al posto della testa di Iokanaan. Questa, però, non è propriamente un’invenzione di Cerciello. Discende dalle ben note teorie di René Girard circa il «desiderio mimetico». E il paradosso è che sulle stesse teorie di Girard si fondava, dando luogo all’invenzione di una Salomé che «si specchiava» nel Profeta, anche la messinscena dell’atto unico di Wilde da parte di quel Luca De Fusco che in un’altra epoca costituiva il principale bersaglio dei proclami infuocati che Cerciello scagliava, un giorno sì e l’altro pure, contro l’establishment teatrale cittadino.
Al di là delle battute (ma sono tali solo fino a un certo punto), qui, in definitiva, rimane la prova – senz’alcun dubbio notevole – fornita da Imma Villa, affiancata ad intervalli più o meno regolari dalla voce di Cerciello che dice la poesia di Testori «Nel tuo sangue». La Villa si conferma anche in questa circostanza come una delle migliori attrici oggi in circolazione. E tuttavia, il fatto che alla sua prova manchi il contesto di un complesso di segni fondante e persuasivo la sposta nel dominio del teatro di rappresentazione che, lo ripeto ancora una volta, incarna l’idea vecchia del teatro che vige a Napoli e, dunque, anche nel Napoli Teatro Festival Italia.
Non a caso il discorso impietoso e sacrosanto che Testori sviluppò contro quel tipo di teatro qui risulta messo in ombra. La battuta rivolta da Erodiade al siparista («Sì, comincia, povero resto d’un teatro che, ormai, non ha più né senso, né ragioni. Di veramente vero, su queste assi, non ci sei restato che tu, a chiudere ed aprire, da là dietro, queste saracinesche sconsacrate») ora, quasi completamente tagliata, viene rivolta da Erodiade a Iokanaan. Diventa un fatto privato fra due personaggi. Rientra, per l’appunto, nella rappresentazione. E non bastano, a strappare l’insieme da quest’ultima, gli espedienti, largamente prevedibili, del crollo del velatino e del precipitare di due proiettori.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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