Di Latella l’avventura ritrovò Bonaventura

Francesco Manetti in un momento de «L'isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi» (le foto che illustrano questo articolo sono di Brunella Giolivo)

Francesco Manetti in un momento de «L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Brunella Giolivo)

TORINO – Riporto, con qualche aggiunta, il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», sull’allestimento de «L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi» di Sergio Tofano diretto da Antonio Latella.

Del celebre personaggio protagonista dice: «È appesantito dagli anni / e non gli stanno più i vecchi panni», mentre si chiede: «Ha perso la fantasia / o è solo una breve malattia / che si chiama nostalgia?». E a proposito di se stesso constata: «Salpo, naufrago, approdo / e il mare sembra un brodo».
Sono passi delle note di regia di Antonio Latella relative al suo allestimento de «L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi», la commedia di Sergio Tofano musicata da Nino Rota che lo Stabile di Torino ha presentato in «prima» nazionale al Carignano. E come si vede, non ci fu mai un simile identificarsi di un regista con l’oggetto della propria messinscena: giacché (se lo ricorda, forse, qualche superstite spettatore «d’antan») il testo di Tofano è scritto per l’appunto in versi a rima baciata. Ma, poi, dietro questa identificazione di tipo formale se ne nasconde un’altra di peso sostanziale, che attiene direttamente all’autobiografia di Latella.
«L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi» debuttò il 18 gennaio 1936 al Teatro Alfieri, sempre a Torino, in un allestimento della compagnia Tofano-Maltagliati-Cervi, con l’autore nel ruolo di Bonaventura, Evi Maltagliati in quello di Rosolia e Gino Cervi in quello del capitano della «Teresina». E sull’ordine del giorno Tofano scrisse, ovviamente a nome di Bonaventura: «Gli attori, bianchi e neri, / ringrazio volentieri! / Le attrici, brave e belle, / ringrazio a crepapelle!! / I tecnici, commosso, / ringrazio a più non posso!!!».

Da sinistra, Isacco Venturini, Alessio Maria Romano, Francesco Manetti e Barbara Mattavelli in un altro momento dello spettacolo, prodotto dallo stabile di Torino e diretto da Antonio Latella

Da sinistra, Isacco Venturini, Alessio Maria Romano, Francesco Manetti e Barbara Mattavelli
in un altro momento dello spettacolo, prodotto dallo Stabile di Torino e diretto da Antonio Latella

In seguito, esattamente cinquant’anni dopo, il 18 gennaio 1986, lo Stabile di Torino presentò al Carignano, per la regia di Franco Passatore, un nuovo allestimento de «L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi». E giusto in quello spettacolo il regista di Castellammare fece il suo debutto come attore, nei ruoli del Cliente che ha sonno e dell’Aiutante del re negro. Latella aveva appena diciotto anni. E oggi, per la prima volta prodotto dallo Stabile torinese, è tornato nello stesso teatro in veste di regista di un allestimento della stessa commedia che lo tenne a battesimo. Attenzione, però: Latella non sarebbe Latella se, con ciò, avesse dato luogo a un semplice «amarcord».
Infatti, passando alla prosa (e dunque alla forma più consona a quanto si rivela, insieme, come una dichiarazione di poetica e un bilancio esistenziale), così conclude le note di regia: «Questo testo di Sto è in qualche modo già naufrago di se stesso, è uno dei pochi dove Bonaventura, eroe di grandi e piccini, alla fine delle sue avventure-disavventure non riceverà un milione. Quasi a dire che è finita l’epoca del viaggio con un premio di consolazione. Si parte, ci si perde, forse ci si ritrova, e alla fine si torna al luogo dove tutto è iniziato, dove il primo bacio era una rima baciata, e purtroppo da noi tutti dimenticata».
Ecco come si spiega il verso «Salpo, naufrago, approdo»: il teatro, per Latella, dev’essere, irrinunciabilmente, un abbandonare la terra in cui si è arrivati, uno smarrirsi nei mari ignoti in cui ci si è messi e un rintracciare, proprio a partire da quello smarrimento, una nuova terra da cui subito dopo ripartire. Del resto, forse che la compagnia di Latella non si chiama Stabile/Mobile?
S’intende, poi, che il mare che «sembra un brodo» è il nostro presente moralmente astenico e culturalmente piatto. Infatti, qui, nell’intelligente adattamento del testo originale firmato da Linda Dalisi, al pigro ossequio al plot (l’arrivo di Bonaventura nell’isola di cui nel titolo, a caccia di un tesoro nascosto) s’oppone – voluta personalmente da Latella – una sortita dello stesso Bonaventura tanto imprevedibile quanto significante: «Voi non siete i miei antropofagi! / Per favore una carineria, / una monetina di fantasia, / una lira di gioia / per la mia memoria. / Quest’isola è stata casa mia».
È un’invenzione che conferisce una non comune forza d’urto a tutto lo spettacolo. E il finale ne chiarisce il senso come meglio non si sarebbe potuto. Nel testo di Tofano a Bonaventura viene consegnato un milione in perle, e lui – dichiarando: «(…) di questo milione vo’ fare a metà / con voi che ascoltaste con tanta bontà» – le lancia a piene mani in platea, mentre cala il sipario. È il rituale del teatro come intrattenimento, sia pur evocato dall’autore con elegante ironia. Nell’adattamento della Dalisi, invece, Bonaventura, quando si vede consegnare quelle perle, chiede: «Ma… il milione?». E il capitano e Rosolia rispondono: «Bonaventura a tutti, senza il milione». È il rifiuto del lieto fine codificato dal rituale del teatro come consumo.

Ancora un momento de «L'isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi»: sono in scena, da sinistra, Marta Pizzigallo, Isacco Venturini, Leonardo Lidi e Michele Andrei

Ancora un momento de «L’isola dei pappagalli, con Bonaventura prigioniero degli antropofagi»:
sono in scena, da sinistra, Marta Pizzigallo, Isacco Venturini, Leonardo Lidi e Michele Andrei

Non a caso, insomma, Bonaventura è – nello spettacolo in questione – tanto il personaggio protagonista quanto il narratore, che dice anche le didascalie. Dunque è, in quanto narratore, il creatore di se stesso in quanto personaggio: ciò che, in altri termini, implica l’uscire da sé in quanto personaggio per entrare nel mondo e nella storia in quanto narratore. E questo, mentre attiene all’autobiografia di Latella, da quella fa scaturire – sul piano morale e intellettuale – un’indicazione di rotta che vale per tutti noi.
Oggi, mi pare voglia dire Latella, ci tocca la rotta che si configura ne «Il marinaio» di Pessoa: ne sono protagoniste tre fanciulle che, chiuse in una stanza a vegliare durante la notte un’amica morta, costituiscono proiezioni dell’anima dell’autore; e insomma sono, nel loro determinarsi, nient’altro che sogni: tanto è vero che, pur parlando continuamente, rifiutano (vedi la battuta: «È tanto triste parlare!») l’ipotesi che le parole possano consolare. Contro il dolore di esistere (dice la seconda Vegliatrice che «vivere fa male») possono consolare, giusto, soltanto i sogni. E ne «Il marinaio», infatti, i sogni s’incastrano l’uno nell’altro, come in un gioco di scatole cinesi: le tre fanciulle sono sogni che sognano, per esempio, un marinaio che, naufragato su un’isola deserta, si mette a sognare un passato e una patria che non ha mai avuti.
Latella spinge un tale impianto concettuale sino alla radicalizzazione estrema: il suo Bonaventura è immobilizzato su una sedia a rotelle; e una variante della paralisi che lo attanaglia viene rappresentata dal capitano, attestato sul ponte di comando della «Teresina», che poi è una semplice e stretta pedana, ad esibirsi in pose da culturista e in assoli di tip tap con tanto di claquettes sotto la punta e il tacco delle scarpe.
Quest’ultimo particolare dice, inoltre, della perizia tecnica e della felicità espressiva che lo spettacolo dispiega sul piano coreografico. E francamente irresistibili risultano, in proposito, i «numeri» dell’ingresso degli antropofagi sull’onda di una marcia nuziale di Mendelssohn irta di frastuoni di batteria e di mugolii di chitarra elettrica e del loro dimenarsi al ritmo de «I Watussi» di Edoardo Vianello. Senza contare l’impagabile Re nero che, inguainato in una calzamaglia rossa, leva in alto il pugno chiuso e grida lo slogan: «Negri mai!».
Ma nel finale non si scherza più. Ci si muove al rallentatore su una spiaggia popolata di bagnanti ridotti a manichini neri, quasi i corpi carbonizzati da un’esplosione nucleare. E sì, Bonaventura si alza dalla sedia a rotelle, e si mette finanche a ballare con un Bassotto divenuto uomo la celebre milonga di Canaro «Reliquias porteñas». Poi, però, deve cancellare il nero dalla faccia dell’attrice che fa Giuiuk. Perché è uscito dalla sospensione della vita che sono i sogni.
Inutile, infine, sprecare parole sulla bravura degl’interpreti: Michele Andrei (Scarlattina e il Re nero), Caterina Carpio (la governante e la Regina nera), Leonardo Lidi (Cecè), Francesco Manetti (Bonaventura), Barbara Mattavelli (Giuiuk), Marta Pizzigallo (Rosolia), Alessio Maria Romano (il Bassotto) e Isacco Venturini (il capitano). Sono l’autentico motore di uno spettacolo coloratissimo come di prammatica sono le favole e allegrissimo come di prammatica sono i sogni dell’infanzia.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 1/6/2019)

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