Quando terrore fa rima con dolore e orrore

Maria Rosaria Ponzetta e Michele Cipriani in un momento de «La ragione del terrore» (la foto è di Angelo Maggio)

Maria Rosaria Ponzetta e Michele Cipriani in un momento de «La ragione del terrore»
(la foto è di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – I temi de «La ragione del terrore» – l’atto unico di Michele Santeramo che il Teatro Koreja ha presentato in «prima» nazionale nell’ambito della XX edizione del festival «Primavera dei Teatri» – stanno tutti, quasi un’epigrafe al testo, nelle battute che nel prologo il personaggio protagonista rivolge direttamente al pubblico. E ne riporto qui di seguito le principali.
Quel personaggio comincia con la premessa: «Voi siete qui per giudicare». Poi aggiunge che va nei teatri a raccontare la sua storia («Sempre la stessa, la mia. Che vale come quella di tutti, come la vostra») perché «A questo serve il teatro: a rifare il passato, a capirlo meglio, e a scegliersi le giornate che devono venire». E infine specifica: «Io ho una casa. L’ho fatta io. Io e lei ci viviamo dentro».
In seguito quest’ultima battuta verrà ripetuta, e chiuderà lo spettacolo così modificata: «Io ho una casa. L’ho fatta io. Io e lei ci viviamo dentro. Tutto il resto, prendetelo voi». La casa in questione finisce, dunque, a rivelarsi come la metafora di un destino, subìto dal personaggio che parla sino al punto di diventare per lui un’autentica prigione esistenziale. E si capisce, allora, che il terrore del titolo è proprio la coscienza di far parte di una storia che non si può cambiare. Si può solo, per l’appunto, indagarne la ragione.
Siamo di fronte a un uomo che, giusto, parla, parla ininterrottamente, e a una donna che, invece, rimane muta dall’inizio alla fine. E la storia porta alla luce il ricordo atroce di una vita di fame e degradazione trascinata in certe grotte (si allude, probabilmente, ai «sassi» di Matera o alle «gravine» di Laterza) e che offriva a Natale la festa di poter mangiare carne di topo. Ecco, infatti, che cosa il narratore fa osservare al pubblico: «Voi pensate che Natale nella grotta è bello, e magari chissà che vi immaginate, anche il bue e l’asinello. Quelli non ci potevano stare nella grotta, perché con la fame che avevamo il bue e l’asinello ce li mangiavamo prima delle vigilia».
Già, anche la battutaccia comica interviene talvolta, con funzione straniante, nel testo di Santeramo. Che, però, ottiene i risultati migliori quando arriva al paradosso surreale. Come nel caso dell’incontro fra il protagonista e il dottore: avendogli un comunista detto che solo la condizione di menomato fisico gli potrà far trovare un lavoro, il primo chiede al secondo, che resta debitamente frastornato, di guarirlo facendogli una gamba più corta e una più lunga. E al diniego di quello, commenta: «Niente, non volevano spezzarmi la gamba. Stavo troppo bene per lavorare. Stavo troppo bene e mi meritavo ancora di morire di fame».
Poi, il comico e il surreale si sciolgono nel tragico. Gli zombi delle grotte si ribellano e scendono in piazza. E contro di loro parte un colpo di fucile sparato dal palazzo in cui abitano tre sorelle (le Parche?) che indossano abiti neri abbottonati fino al collo. Sicché, entrato nel palazzo, il protagonista ne afferra una e l’ammazza a pugni, calci e bastonate sulla testa. Per rivolgersi, quindi, ancora una volta agli spettatori: «Dopo le grotte, la carne di topo, la violenza, la fame, ho fatto bene, no? Mi sono scelto un nemico e avevo ragione. Se siete onesti, dovete dirlo anche voi. Ho fatto la cosa giusta».
Ma, rivolto adesso alla donna muta, è costretto a constatare: «A quelli come noi hanno fatto il vuoto dentro». Ed è per questo che non può non raccontare la sua storia, «sempre la stessa». Quella storia, per lui, ha preso il posto del mondo. È quella, in definitiva, la casa di cui parla, che ha fatto e in cui vive con la donna muta. Tutto il resto lo lascia agli altri, identificandosi, ormai, con il destino di esclusione che gli è toccato.
Insomma, un testo denso e intrigante, questo di Santeramo. E dal canto suo, la regia di Salvatore Tramacere non poteva essere più illuminante. Basta, a renderne conto, l’invenzione strepitosa per cui la donna muta della grotta diventa la donna uccisa nel palazzo dei ricchi, in modo da delineare la mappa di un male ontologico. Aggiungo solo che ad interpretare le due donne è Maria Rosaria Ponzetta, che qui fornisce una delle più belle prove d’attrice degli ultimi anni. L’affianca, con efficacia non minore, un Michele Cipriani confuso e iroso come doveva essere.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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2 risposte a Quando terrore fa rima con dolore e orrore

  1. Luigi Mangia scrive:

    La metafora “Io ho una casa. L’ho fatta io. Io e lei ci viviamo dentro” declina mirabilmente la geografia della condizione delle classi sociali dell’Italia meridionale: sicuramente sono le “gravine” di Laterza o i “sassi” di Matera.
    Qui la casa ha la forza del simbolo attraverso il quale l’uomo entra nella storia e acquisisce la condizione di persona adulta; si apre, a tal fine, quella strada della relazione che porta al rapporto con la donna.
    “Io ho una casa. L’ho fatta io. Io e lei ci viviamo dentro” vuol dire “ho una storia da raccontare” ed il teatro è il luogo dove il racconto si materializza nell’esercizio della narrazione drammatica e incandescente rispetto all’appartenenza alla terra e al disagio sociale.
    La figura femminile diventa lo specchio della crisi d’identità dell’uomo rispetto alla sua forza di figura patriarcale che si afferma come potere sulla donna.
    La scelta di Tramacere di contrapporre al fiume di parole del maschio, Michele Cipriani, il silenzio della figura femminile, Maria Rosaria Ponzetta, serve per smontare il patriarcato e metterlo in crisi davanti alla forza del corpo femminile, il cui linguaggio manifesta tutta la sua grandezza, perché il silenzio è la forma più alta e più profonda del raccontare il dolore subìto. In questa esperienza, la figura femminile ha dimostrato la sua grande capacità di uscire fuori dal conflitto e trovare la strada della propria liberazione.
    Salvatore Tramacere, nella sua direzione dello spettacolo e nel suo lavoro di ricercatore di teatro, più volte si è confrontato con questo tema, trovando ed ottenendo spesso risultati straordinari. Non è la prima volta che Tramacere cerca non vie d’uscita, ma vie alternative per superare il modello classico di rapporto di forza superiore dell’uomo sulla donna, messo in crisi perchè è un rapporto innaturale, ma consolidatosi nella storia attraverso le ideologie maschili.
    Per capire la grandezza, la poesia del corpo della donna e del suo ruolo nella storia sarebbe sufficiente ricordare il canto d’amore nell’antico “Cantico dei Canti”.
    Luigi Mangia

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile signor Mangia,
    la ringrazio del suo intervento e dell’attenzione prestata alla mia recensione di uno spettacolo che, come si evince dalle parole che mi scrive, ha apprezzato quanto me.
    Voglia gradire i miei più cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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