Paesaggio eroico con Rosa rossa

Da sinistra, Marcus Richter, Ondina Quadri, Kostas Tzimoulis, Alexia Sarantopoulou e  Vassilis Noulas in un momento di «Immagina un paesaggio eroico» della compagnia greca Nova Melancholia (le foto dello spettacolo sono di Angelo Maggio)

Da sinistra, Marcus Richter, Ondina Quadri, Kostas Tzimoulis, Alexia Sarantopoulou e Vassilis Noulas
in un momento di «Immagina un paesaggio eroico» della compagnia greca Nova Melancholia
(le foto dello spettacolo sono di Angelo Maggio)

CASTROVILLARI – In questo tempo di vigliaccheria, è possibile immaginare «un paesaggio eroico»? Evidentemente, in mancanza di dati forniti nel merito dal presente, è possibile farlo solo guardando al passato. E tanto suggerisce lo spettacolo, intitolato per l’appunto «Immagina un paesaggio eroico», che il collettivo greco Nova Melancholia, formato da Alexia Sarantopoulou, Kostas Tzimoulis e Vassilis Noulas, ha presentato, in «prima nazionale, nell’ambito della XX edizione del festival «Primavera dei Teatri».
Infatti, ci troviamo di fronte a un allestimento (vi partecipano anche i performer Marcus Richter e Ondina Quadri) che prende lo spunto dalle lettere che Rosa Luxemburg inviò dal carcere a Sonja Liebknecht fra il 1917 e il 1918. L’anno dopo, il 15 gennaio, Rosa venne uccisa a Berlino, con un colpo di pistola alla testa, dai soldati dei cosiddetti Freikorps, i gruppi paramilitari agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e del ministro della Difesa, Noske. E il suo corpo, gettato nel canale Landwehr, fu ritrovato solo cinque mesi dopo.

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg

Mi pare, adesso, che il senso profondo dell’esperienza umana e della militanza rivoluzionaria di quella donna straordinaria possano rintracciarsi in un passo della lettera spedita dalla Luxemburg alla fine di maggio del ’17. Rosa scrive di un temporale, con lampi, tuoni e pioggia. E poi aggiunge: «In mezzo a tutta questa atmosfera spettrale, all’improvviso, davanti alla mia finestra, sull’acero, un usignolo s’è messo a gorgheggiare! In mezzo a tutta quella pioggia, ai lampi, ai tuoni, squillava come una limpida campana, cantava come inebriato, come invasato, voleva superare il tuono, rischiarare il crepuscolo».
Implicitamente, ho detto, così, anche dell’importanza dello spettacolo di Nova Melancholia. Un’importanza che coincide con la riflessione a cui esso spinge: se non ci aiutano le condizioni sociali e politiche generali, bisogna essere capaci di trovare nei particolari della quotidianità l’impulso a proseguire nell’azione per cambiare quelle condizioni e, quindi, l’alimento nuovo per la fede e la speranza. Mi torna in mente, al riguardo, «Mir zenen do», il canto dei partigiani del ghetto di Varsavia: «Non dire mai che ho percorso l’ultimo cammino. / Anche se le nuvole nascondono l’orizzonte, / verrà ancora la nostra ora tanto attesa, / risuonerà ancora il nostro passo. / Noi siamo qui».
D’altronde non credo sia un caso che uno spettacolo del genere l’abbia pensato e realizzato una compagnia teatrale greca. Recita l’inno nazionale ellenico: «Io ti riconosco, / dal filo sfolgorante della spada. / Io ti riconosco, / dallo sguardo che misura la terra / fecondata dalle ossa sacre dei Greci. / E come un tempo, ardenti, / noi ti salutiamo, o Libertà…». E io, che ho affiancato personalmente la lotta contro la dittatura dei colonnelli, non posso non ricordare quanto successe – al termine della seconda guerra mondiale – dopo il patto fra le grandi potenze in base al quale a Stalin toccava la Bulgaria e a Churchill la Grecia, e di conseguenza dopo gli accordi di Varkiza, firmati da Partsalidis per conto del Partito Comunista greco e che sancirono il passaggio di quest’ultimo alla piena collaborazione con la borghesia nazionale.
Gli ultimi partigiani comunisti – poche migliaia, e molti erano giovani donne e ragazzi di quindici anni – si asserragliarono, al comando del colonnello Markos Vafiadis, sulla cima del monte Grammos e sulle alture circostanti. Avevano di fronte le forze straripanti dell’esercito governativo, per giunta appoggiate dagli inglesi e dagli americani: un calcolo approssimativo parla di 300.000 unità per quanto riguarda le truppe regolari e di 23.000 per ciò che si riferisce ai «ribelli». Il generale Van Fleet, capo della missione militare americana, dichiara al suo arrivo ad Atene: «La Grecia è il nostro esperimento di laboratorio». E infatti – mentre dall’Unione Sovietica non arriva per i partigiani nemmeno una pallottola, nemmeno un grammo di polvere da sparo – sul monte Pieiria viene sperimentato per la prima volta l’ultimo ritrovato in fatto di bombardamenti: il napalm. La Resistenza greca finì ridotta in cenere. Alla lettera.

Da sinistra, Vassilis Noulas, Alexia Sarantopoulou, Marcus Richter, Ondina Quadri e Kostas Tzimoulis in un altro momento dello spettacolo, presentato nell'ambito del festival «Primavera dei Teatri»

Da sinistra, Vassilis Noulas, Alexia Sarantopoulou, Marcus Richter, Ondina Quadri e Kostas Tzimoulis
in un altro momento dello spettacolo, presentato nell’ambito del festival «Primavera dei Teatri»

Ma, è inutile che lo sottolinei, la lotta disperata e pure irrinunciabile di quegli ultimi partigiani comunisti greci fu l’esatto equivalente del gorgheggio dell’usignolo in mezzo alla tempesta che si scatena davanti alla finestra della cella in cui è rinchiusa la comunista Rosa Luxemburg.
Ecco, allora, che nello spettacolo di Nova Melancholia le lettere dal carcere della Luxemburg vengono «commentate» da azioni coreografiche ad altissima densità simbolica che – lucidamente collegate fra loro, secondo una strategia inscritta, ad un tempo, nell’ideologia e nella passione – tendono per l’appunto a richiamare la metafora di quel gorgheggio. E ne deriva una fitta trama di segni l’uno più significante dell’altro. Ne elenco, qui di seguito, solo i principali.
Quando gl’interpreti si denudano, vediamo che hanno sul petto o sulle spalle una macchia rossa. È, ovviamente, il rimando al colpo di pistola che uccise la Luxemburg. Ma, poi, le due ragazze del cast si dipingono a vicenda sulle braccia e sulle cosce altre macchie, stavolta di colore azzurro, verde e marrone. Ed è, non meno ovviamente, il rimando allo sguardo verso l’alto (l’azzurro del cielo) e alla speranza (il verde) che sempre debbono sostenere il rivoluzionario durante i temporali delle sconfitte (il marrone delle foglie morte).
Quindi arrivano, portati su vassoi, tubi di carta a fare da cannocchiali per guardare lontano. E – con impagabile effetto straniante – l’usignolo della Luxemburg viene richiamato dai becchi, sempre fatti di carta, indossati dagli interpreti. Finché le aste di due bandiere vengono legate alle braccia di una delle ragazze, che, così, può suggerire l’idea delle ali che battono nel volo.
Basta. Questo spettacolo ha l’icastica semplicità dell’«Epitaffio 1919» di Bertolt Brecht: «Ora è sparita anche la Rosa rossa, / non si sa dov’è sepolta. / Siccome ai poveri ha detto la verità / i ricchi l’hanno spedita nell’al di là»; e insieme invera ciò che della Luxemburg scrisse Lenin: «Ella fu – e resta per noi – un’aquila». Già. La Rivoluzione nasce, sempre, da un canto melodioso dello spirito e dal colpo d’artiglio necessario per trasformare il mondo.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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