De Giovanni, autobiografia con fantasmi, libri e silenzio

Il commissario Ricciardi, il celebre personaggio di Maurizio de Giovanni, in un disegno di Lucilla Stellato

Il commissario Ricciardi, il celebre personaggio di Maurizio de Giovanni, in un disegno di Lucilla Stellato

NAPOLI - Riporto il commento, pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», a «Il silenzio grande», il testo di Maurizio de Giovanni in programma al Napoli Teatro Festival Italia.

Non è un caso che, a proposito di «Ronda degli Ammoniti» di Enzo Moscato, io abbia fatto gli stessi riferimenti a Ibsen che feci, in queste pagine, a proposito dei romanzi di Maurizio de Giovanni centrati sul personaggio del commissario Ricciardi e che adesso riprendo a proposito de «Il silenzio grande», il testo di de Giovanni (la sua prima commedia) che sarà presentato il 9 e il 10 giugno, in «prima» nazionale, nell’ambito della dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia.
Certe cose sono nell’aria, vanno e vengono. E d’altronde – a prescindere dal fatto, in qualche modo simbolico, che il Napoli Teatro Festival Italia mette in cartellone Moscato e de Giovanni esattamente negli stessi giorni, appunto il 9 e il 10 giugno – i riferimenti a Ibsen risultano obbligati, sia nel caso di «Ronda degli Ammoniti» che in quello de «Il silenzio grande», perché, pur scritti da autori fra loro diversissimi, i due testi si somigliano molto, in misura sinanche impressionante.
Con tutta probabilità si tratta di una semplice coincidenza, ma segna, comunque, un non trascurabile punto a favore del Festival e del suo direttore, Ruggero Cappuccio. Tanto a partire dalle strette, e non poco intriganti, parentele riscontrabili fra i due plot: giacché, per cominciare, quello de «Il silenzio grande» verte sullo stesso tema su cui verte quello di «Ronda degli Ammoniti», il mescolarsi dei vivi con i fantasmi dei morti.
C’imbattiamo, ne «Il silenzio grande», in Valerio Primic, un cinquantenne scrittore di successo che ha trascorso tutta la vita chiuso nel suo studio tappezzato di libri, sordo ai problemi della moglie Rose e dei figli Massimiliano e Adele e, soprattutto, incapace di dar loro affetto e comprensione. E adesso, adesso che la famiglia si trova in difficoltà finanziarie tali da imporre la vendita della casa, Rose, Massimiliano e Adele si presentano in quello studio – l’uno dopo l’altro, in processione – a rovesciargli addosso un coacervo di accuse l’una più impietosa dell’altra.
Naturalmente, tali accuse scaturiscono dalle vicende interpersonali rievocate dagli accusatori. Ed ecco come torna in ballo Ibsen: il drammaturgo norvegese, lo ripeto ancora una volta, riempie il vuoto del presente con il richiamo del passato; e dal momento che il teatro conosce, giusto, solo l’opzione del presente, adotta lo stratagemma di portare in palcoscenico il passato nell’unico modo possibile, per l’appunto sottoponendolo a un processo.
Ma, ed ecco come il plot de «Il silenzio grande» si collega a quello di «Ronda degli Ammoniti», alla fine si scopre che Rose, Massimiliano e Adele hanno parlato solo con i fantasmi di Valerio e della cameriera Bettina, l’altro personaggio-chiave. Sono entrambi morti da tempo, Valerio e Bettina. E dunque, la vendita della casa e il conseguente trasloco alludono alla differenza venutasi a creare fra chi appartiene ancora alla realtà sensibile e chi, invece, si trova in una dimensione «altra».

Maurizio de Giovanni

Maurizio de Giovanni

Tuttavia, ben più decisivi appaiono i contenuti che serpeggiano sotto la superficie della trama. Il testo di de Giovanni è sicuramente e ironicamente autobiografico, come dimostrano, poniamo, un’osservazione di Valerio mentre mette un suo ordine negli scaffali («Niente di peggio che inciampare nella commozione, così all’improvviso sembri un vecchio rincoglionito. Meglio metterli fuori dalla vista, i libri che commuovono») e l’attacco che gli rivolge la moglie («Ci sono stati sempre e solo i libri, per te. Quelli scritti, quelli da scrivere. I tuoi, quelli degli altri. Solo quelli, sempre quelli. Quest’odore di carta vecchia, questa polvere, questo senso di chiuso, di separato dal mondo. Questo sei tu»).
Però, ovviamente, i libri vanno considerati come contenitori di parole. E queste, le parole, vengono trascinate alla sbarra nella veste degli accusati principali. Sia che non vengano pronunciate, sia che, al contrario, dilaghino. E al riguardo proprio Bettina (si capisce, dunque, perché ritengo che sia l’altro personaggio-chiave insieme con Valerio Primic) emette le sentenze definitive. Quando Valerio le chiede: «In che cosa sarei stato carente, si può sapere?», lei risponde: «Nel silenzio, professo’. Nel silenzio. Il silenzio è una brutta malattia, e voi l’avete presa senza accorgervene. Comincia piano piano, il silenzio, e cresce sempre. Invade. Come una specie di tumore». E a proposito della processione dei congiunti nel suo studio, fa notare allo scrittore: «Ci avete fatto caso che tutti sono venuti a comunicarvi qualcosa? Che in realtà non ascoltavano, che non volevano sentire proprio quello che voi tenevate da dire? Hanno parlato loro. Hanno parlato da soli, e sapete perché? Perché tenevano bisogno di sentire il suono di una voce qualsiasi, anche la loro stessa. Così si fa, quando c’è troppo silenzio».
Insomma, e stabilite le debite proporzioni, nel merito il testo di de Giovanni mi fa tornare in mente, oltre che gli espedienti drammaturgici propri di Ibsen, due testi di Hofmannsthal: la «Lettera di Lord Chandos», in cui s’immagina che il Lord del titolo comunichi a Francesco Bacone «la propria totale e definitiva rinuncia all’attività letteraria», e la lettera indirizzata il 18 giugno del 1895 al guardiamarina E.K., in cui si afferma fra l’altro: «Le parole non sono di questo mondo, sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni».
Dal canto suo – e mi limito a quest’ultimo esempio per dire delle molte suggestioni esercitate da «Il silenzio grande» – Bettina costituisce davvero un «valet de chambre», il punto di vista dal basso che svolge in letteratura, almeno a partire da Federico De Roberto, un ruolo dialettico determinante. Ma penso specialmente al fatto che Bettina, quando esce dalla porta di servizio, lascia sempre uno spiraglio aperto. Penso, cioè, a un passo de «I turbamenti del giovane Törless» di Musil: «(…) tra la vita che si vive e la vita che si sente, che s’intuisce, che si vede di lontano, è una frontiera invisibile; la porta stretta in cui le immagini degli avvenimenti debbono infilarsi, per passare nell’uomo». E penso, infine, alla frattura tra la parola e la realtà su cui ruota l’intera opera di Kafka: una frattura in conseguenza della quale le cose – private del Nome – acquistano per l’uomo un’oggettualità anonima, per l’appunto, e nello stesso tempo ostile e spietata.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 4/6/2019)

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