Una «solitudine sociale» che rimanda a Pirandello

Silvio Orlando in un momento di «Si nota all'imbrunire», in scena al Bellini

Silvio Orlando in un momento di «Si nota all’imbrunire», in scena al Bellini

NAPOLI – «Ci vogliono gli altri per farti sentire davvero male o proprio tanto bene. Gli altri sono il rischio, l’incidente, la possibilità. Da solo è un po’ triste, ma non si soffre».
Finisce così il soliloquio iniziale del personaggio protagonista di «Si nota all’imbrunire» (sottotitolo: «Solitudine da paese spopolato»), la commedia in due atti di Lucia Calamaro che la Cardellino presenta al Bellini per la regia dell’autrice. E mi sembra che si tratti del passo-chiave del testo. Di un testo che va molto al di là delle intenzioni dichiarate dalla Calamaro quando, in una sua nota, dice che «Si nota all’imbrunire» è ispirato dal fenomeno chiamato dalla socio-psicologia «solitudine sociale»: un fenomeno ormai tanto diffuso che ha spinto la Francia a creare la «Giornata della Solitudine» e l’Inghilterra a istituire, addirittura, il Ministero della Solitudine.
Infatti, il plot verte sulla visita che il fratello maggiore Roberto e i figli Alice, Riccardo e Maria fanno per la messa dei dieci anni dalla morte della moglie a Silvio, che da tre anni vive da solo nella sua casa di campagna, in prevalenza seduto. Ma Silvio non è un solitario e un sedentario qualsiasi, non è affetto dalla «solitudine sociale» di cui sopra e dalla semplice pigrizia. Si rivela piuttosto, e giusta la considerazione che ho citato in apertura, come un diretto discendente dell’Enrico IV pirandelliano.
Anche l’Enrico IV di Pirandello s’è ritirato da anni in campagna («in una villa solitaria della campagna umbra»). E anche lui, come il Silvio della Calamaro, riceve una visita parentale (nella fattispecie quella del nipote Carlo Di Nolli) tendente a riportarlo nell’alveo della «normalità», ovvero in seno al cosiddetto consorzio umano. Sicché ben a ragione il Silvio della Calamaro potrebbe rivolgere al fratello e ai figli la celeberrima battuta che l’Enrico IV di Pirandello rivolge a Genoni, fingendo di scambiarlo per l’abate Ugo di Cluny: «Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese quando ve la vedete d’improvviso consistere davanti, così sfuggita da voi…».
Ci torno continuamente, su questa battuta, perché è una delle battute principali (se non la principale in assoluto) del teatro moderno. E dico che potrebbe benissimo adottarla il Silvio di Lucia Calamaro perché anche lui, al pari dell’Enrico IV di Luigi Pirandello, persegue il tentativo disperato di fissare la vita, ch’è un susseguirsi di momenti di disgregazione (per giunta slegati l’uno dall’altro), in una forma unica, data per sempre e per sempre riconoscibile: la forma che, nel suo caso, s’identifica per l’appunto con la scelta di murarsi nella solitudine, per difendersi dal «rischio» e dall’«incidente» rappresentati, come afferma, dagli «altri».

Da sinistra, Riccardo Goretti, Maria Laura Rondanini, Roberto Nobile, Silvio Orlando e Alice Redini in un altro momento dello spettacolo, sritto e diretto da Lucia Lalamaro

Da sinistra, Riccardo Goretti, Maria Laura Rondanini, Roberto Nobile, Silvio Orlando e Alice Redini
in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Lucia  Calamaro

Del resto, i rimandi alla forma sono numerosi, nel testo della Calamaro: si va, poniamo, dal richiamo di Maria al padre («Per carità, non usare il congiuntivo imperfetto… […] È un tempo verbale ottocentesco, educato, cedevole, blando, rassegnato, da suggeritore direi, che non usa più nessuno…») alla delucidazione chiesta da Roberto al nipote («Riccardo, scusami, ma ci sta una domanda che mi assilla da anni… il rosario si comincia da destra o da sinistra?»). Senza contare – perché, s’intende, forniscono esse stesse forme per sempre date e per sempre riconoscibili – le citazioni in serie, a partire da quella del Caproni con i cui versi «Vuoto delle parole / che scavano nel vuoto vuoti / monumenti di vuoto» Silvio potrebbe altrettanto legittimamente definire il chiacchiericcio dei suoi interlocutori.
C’è persino – sia detto ad ulteriore dimostrazione dello spessore del testo della Calamaro – un aggancio (se cosciente o meno non importa, comunque fondatissimo) con Carmelo Bene, quando Silvio si scaglia contro la «dittatura della salute»: perché, dovremmo ricordarcene, il gran Demiurgo dell’Assenza propendeva strenuamente per la «malattia», intesa, per l’appunto, come rottura della forma.
Certo, non tutto si tiene, e «Si nota all’imbrunire» non riesce ad evitare qualche lungaggine, talune battute scontate (tipo la seguente, ancora di Silvio: «[…] non c’entriamo niente col mondo, nessuno ci sa stare, e ci torturiamo cercando di capire perché ci stiamo, come se la cosa avesse importanza, come se sapendola tutto si calmerebbe») e, specialmente, l’emergere a tratti di un intellettualismo alquanto compiaciuto. Ma, in ogni caso, a stendere un velo su inciampi del genere provvede il colpo d’ala conclusivo. Scopriamo che la visita del fratello e dei figli è stato solo un sogno di Silvio: il quale, nella realtà, si ritrova a parlare unicamente con la moglie morta e dunque – per tornare a Pirandello – potrebbe far sua anche l’ultima battuta di Enrico IV, rivolta ai finti Consiglieri Segreti: «Ora sì… per forza… qua insieme, qua insieme… e per sempre!».
Chiudo sottolineando che siamo di fronte a un testo letteralmente cucito addosso agli attori scelti per interpretarlo, tanto è vero che Lucia Calamaro ha dato ai personaggi lo stesso nome di battesimo di questi ultimi. I quali, dal canto loro, rispondono in maniera più che adeguata: straripa, ovviamente, Silvio Orlando, che mette in campo, con sapienza e leggerezza insieme, un ammirevole mélange di smarrimento, ironia e tenerezza; ma si dimostrano all’altezza del compito anche Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini e Riccardo Goretti. Insomma, un ottimo esempio di teatro di parola, come ormai in giro non se ne vede più molto.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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