«Un nemico del popolo» che si schiera contro i Cinquestelle

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all'Argentina (le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

Massimo Popolizio in un momento di «Un nemico del popolo», in scena all’Argentina
(le foto che illustrano questo articolo sono di Giuseppe Distefano)

ROMA – Prima di passare ad analizzare l’allestimento di «Un nemico del popolo» di Ibsen che il Teatro di Roma propone all’Argentina nella traduzione di Luigi Squarzina e per la regia di Massimo Popolizio, ricordo ancora una volta, in estrema sintesi, il plot di quel dramma, datato 1882 e, dunque, non a caso (dirò poi perché) di appena un anno posteriore a «Spettri».
Thomas Stockmann, medico della stazione termale di una cittadina della Norvegia meridionale, scopre che le acque del centro di cura sono inquinate dagli scarichi di una conceria. Ma quando denuncia il fatto, convinto di ricevere il plauso e la gratitudine dei concittadini e delle autorità, si vede a poco a poco abbandonato da tutti, e osteggiato da quanti – in testa suo fratello Peter, sindaco e presidente dell’amministrazione delle terme, e Hovstad, redattore capo de «L’Araldo del Popolo» – antepongono alla salute pubblica il benessere economico e il potere che ne deriva. E a Stockmann, licenziato, non resta che fondare una scuola privata per insegnare ai monelli il valore della verità e della libertà. La sua famosa ultima battuta sarà: «L’uomo più forte del mondo è quello che è rimasto solo…».
Ebbene, credo che basterebbe da sola, una trama del genere, a dire come «Un nemico del popolo» sia il più debole dei testi di Ibsen. Scritto sull’onda dei giudizi negativi e delle polemiche che, per l’appunto, avevano accolto l’anno prima «Spettri», ci presenta, in effetti, un Brand in sedicesimo, il quale spara sentenze tali che indignarono non solo (ciò ch’era ovvio) gli aristocratici, per le frecciate satiriche che li investono, ma anche (ciò ch’era meno ovvio) i democratici, per il superbo individualismo che le connota. E per quanto riguarda, in particolare, lo spirito di vendetta che animava Ibsen, sarebbe sufficiente a fornirne una prova esaustiva la battuta messa in bocca a Hovstad: «Noi giornalisti non valiamo granché».
In breve, ebbe ragione, il grande critico danese Georg Brandes, a ritenere che Stockmann sia più una maschera che una persona reale. E d’altronde fu lo stesso Ibsen che, anni dopo, rinnegò quel personaggio, dichiarando di non essere affatto responsabile di tutte le sciocchezze che pronuncia.
Se, infatti, il sindaco parla in guisa del proverbiale libro stampato, affermando: «In complesso regna un lodevole spirito di tolleranza nella nostra città… un vero senso di civismo, così come dev’essere» o proclamando: «L’individuo deve sottomettersi in tutto alla collettività, o per dir meglio, alle autorità incaricate di provvedere al bene comune», il fratello lo batte di gran lunga. E valga, in proposito, l’esempio del finale del secondo atto.
Alla moglie Katrine, che lo implora di pensare all’avvenire dei figli, Stockmann (e la didascalia recita: «A un tratto si drizza fermo e risoluto») non esita a rispondere: «I ragazzi…! No, crolli il mondo, io non mi piegherò al giogo». E allorché Katrine gli chiede: «Thomas, che cosa vuoi fare?», replica: «Voglio avere il diritto di guardare i miei figli negli occhi quando saranno uomini e liberi».

Maria Paiato e Massimo Popolizio in un altro momento dello spettacolo

Maria Paiato e Massimo Popolizio in un altro momento dello spettacolo

In concreto, poi, ecco il proclama tonitruante che espone a Hovstad: «Tutti i giorni, non uno escluso, prenderò il mio posto di combattimento, per così dire, nell'”Araldo del Popolo” e li bombarderò con articoli esplosivi, li butterò a terra, li schiaccerò, spazzerò via le loro trincee sotto gli occhi di tutta la gente onesta». E non a caso, del resto, aggiunge, rivolto al tipografo che dovrà mettere in pagina il suo articolo di denuncia: «Abbia cura del manoscritto, signor Aslaksen… e per carità non sopprima neanche un punto d’esclamazione! Piuttosto ne aggiunga un paio».
A proposito dell’individualismo di cui sopra, infine, vale la pena di citare per intero i due passi salienti del discorso, una vera e propria arringa, che Stockmann pronuncia nel quarto atto, durante l’assemblea cittadina che si svolge in casa del capitano Horster. Prima dichiara: «La maggioranza non ha mai il diritto dalla sua. Mai, vi dico! Questa è una delle menzogne sociali contro cui un uomo libero e pensante deve rivoltarsi. Com’è composta la maggioranza degli abitanti di un paese? Di persone intelligenti o d’imbecilli? Siamo tutti d’accordo, io credo, nel rispondere che gli imbecilli costituiscono una maggioranza schiacciante, in tutto il vasto mondo. Ma allora, che diavolo, non può essere giusto che gli imbecilli dominino sugli intelligenti, mai e poi mai!»; e a scanso di equivoci – di fronte al «rumore» e alle «grida» che, sempre secondo la didascalia, si levano nella sala – precisa: «La maggioranza ha il potere (il corsivo è nel testo, n.d.r.), purtroppo, ma non ha il diritto (anche questo corsivo è nel testo, n.d.r.), non ha la ragione. La ragione ce l’ho io, e due o tre altri. La minoranza ha sempre ragione».
La conclusione, rivolta ancora a Hovstad, consiste in un attacco furente contro la dottrina «secondo la quale le classi inferiori, la folla, la massa sarebbero il nocciolo del popolo… anzi il popolo stesso… e l’uomo comune, gli ignoranti e gli incompetenti nella società avrebbero lo stesso diritto di approvare e di condannare, di risolvere e di governare, come il piccolo numero di individui eccezionali che emergono spiritualmente».
Insomma, a voler fare uno sforzo, l’attualità che i teatranti s’arrabattano a trovare in ogni testo che portano in scena la potremmo trovare, nella circostanza, non certo nella denuncia ormai scontata della corruzione dei politici e della collusione dei giornalisti, ma in una polemica ante litteram contro l’«uno vale uno» degli odierni Cinquestelle. E a tanto pare riferirsi Popolizio quando, nelle sue note di regia, dice: «Le regole della vita di una democrazia, con i suoi paradossi, mi sembrano di grande interesse per questi tempi». Mentre, a proposito di quello fra Stockmann e il sindaco, osserva: «Non si tratta di un confronto di due posizioni, quanto piuttosto dello scontro tra due punti di vista»; per concludere, nella scia di Brandes: «”Un nemico del popolo” è un testo che, rispetto ad altri della produzione di Ibsen, non possiede personaggi dalla psicologia articolata. Sono piuttosto dei caratteri e come tali vanno trattati».

Da sinistra, Michele Nani, Paolo Musio e ancora Popolizio, che è anche il regista dell'allestimento

Da sinistra, Michele Nani, Paolo Musio e ancora Popolizio, che è anche il regista dell’allestimento

Ne deriva un allestimento che – risolto fondamentalmente in chiave di pantomima grottesca, e tale da conferire ai personaggi una fissità da marionetta – si preoccupa innanzitutto di neutralizzare la retorica (in qualche modo obbligata, giusta la voglia di ripicca a cui ho accennato) che ammanta il testo di Ibsen. E di qui i tagli apportati allo stesso, abbondanti e, in quanto assolutamente mirati, praticati con precisione davvero chirurgica. A partire dall’eliminazione dei due figli piccoli di Stockmann e Katrine, il tredicenne Ejlif e il decenne Morten, e delle citate battute che li riguardano.
Lo straniamento, poi, è assicurato, per cominciare, dall’invenzione di una sorta di barbone sporco e alticcio che, dopo aver dato inizio allo spettacolo con un prologo dalle tinte addirittura bucoliche, interviene di tanto in tanto con eclatanti «spezzature», come quando, poniamo, elenca puntigliosamente i nomi scientifici dei batteri visti al microscopio che intanto compaiono in un video proiettato sullo schermo che sovrasta la scena; e si tratta di uno straniamento già annunciato, del resto, dalla scelta di affidare il personaggio del sindaco a un’attrice. Senza contare la fiaschetta di liquore che Stockmann tira continuamente fuori dalla tasca e un abbassamento di tono che, sempre a titolo d’esempio, va dal fatto che qui «L’Araldo del Popolo» si chiama più prosaicamente «La Voce del Popolo» alla sequenza in cui Hovstad afferra la mano di Petra, la figlia maggiore degli Stockmann, e se la porta sui genitali.
Perfettamente adeguata a un quadro del genere risulta, infine, la prova degl’interpreti: fra i quali – accanto ai due ottimi protagonisti, lo stesso Massimo Popolizio (Stockmann) e Maria Paiato (il sindaco) – citerei almeno Paolo Musio (Hovstad), Michele Nani (Aslaksen) e Maria Laila Fernandez (Petra). Ma, se in conclusione volessimo chiederci perché mai Popolizio ha voluto rimettere in scena «Un nemico del popolo», un testo che, per essere datato e, ripeto, debolissimo, lo ha poi obbligato ai tagli e alla dissacrazione descritti, la risposta ci viene dalla forma del tipico talk-show televisivo che a tratti assume l’assemblea cittadina prevista da Ibsen, con Stockmann e il sindaco che parlano insieme, cercando di sopraffarsi a vicenda con la voce, senza che, così, l’ascoltatore riesca a capire che cosa stiano dicendo.
Credo che Popolizio intenda alludere, simbolicamente, alla marginalizzazione che oggi subiscono certi valori e le parole che li esprimono. E il taglio della sequenza relativa alla scuola per i monelli vagheggiata da Stockmann, con il conseguente insistere sulla solitudine e sull’isolamento che gli toccano, porta dunque lo spettacolo ben al di là di Ibsen e di «Un nemico del popolo»: lo porta alla solitudine e all’isolamento che toccano, nel nostro tempo infame, a qualsiasi intellettuale degno del nome. A qualsiasi intellettuale, cioè, che voglia attribuire un connotato morale al proprio pensiero e alla propria azione.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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