Cuba, quella rivoluzione che non è ancora finita

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll (la foto è di Ute Langkafel)

Christian Paneque Moreda in un momento di «Granma. Metales de Cuba» di Rimini Protokoll
(la foto è di Ute Langkafel)

BOLOGNA – «Miei cari, ancora una volta sento sotto i talloni le costole di Ronzinante; mi rimetto in cammino col mio scudo al braccio». E poi: «Ora una volontà che ho perfezionato con compiacimento di artista sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi».
Questo, fra l’altro, scrisse Che Guevara nell’ultima lettera ai genitori. Ed era addirittura obbligatorio che ancora una volta me ne ricordassi mentre assistevo allo spettacolo di Rimini Protokoll «Granma. Metales de Cuba», coprodotto con Emilia Romagna Teatro e dato (circostanza che appare altamente simbolica) in un teatro che si chiama Arena del Sole e in quella delle sue sale che s’intitola a Leo de Berardinis.
Era obbligatorio, ricordarsi di quelle parole del Che, perché – dettate, come sono, da una lettura del «Don Chisciotte» in chiave utopistica, e tali da portare alla luce, insieme, la spinta rivoluzionaria che in Guevara non si spense mai e i limiti politici (accoppiati con la coscienza degli stessi) che ebbe in concreto la sua azione – trovano un perfetto riscontro nello spettacolo in questione. A partire dalla battuta (la drammaturgia è di Aljoscha Begrich e Yohayna Hernández) che suona: «In mezzo a una situazione economica tesa, il paese deve combattere terribili ristrettezze. Ma anche i problemi sociali dovuti ad alcuni errori interni. La rivoluzione è stata, è e sarà sempre una lotta permanente contro le difficoltà».
È una battuta che traduce come meglio non si sarebbe potuto il pregio fondamentale di quello che, in maniera molto approssimativa e persino fuorviante, ho definito spettacolo. In realtà, parliamo di una fra le più eclatanti ed esaustive manifestazioni del «teatro documentario» che ha reso celebre Rimini Protokoll e ha fatto del collettivo tedesco formato da Stefan Kaegi, Helgard Kim Haug e Daniel Wetzel (Leone d’Argento alla Biennale 2011 e Premio Ubu 2018 per il migliore allestimento straniero) una delle punte di diamante della ricerca scenica nel mondo.
Sono sul palcoscenico Milagros Álvarez Leliebre, studentessa universitaria di storia; Daniel Cruces-Pérez, trentaseienne matematico e filmmaker il cui nonno, Faustino, si occupò dell’organizzazione del battello «Granma» che trasportò dal Messico a Cuba i rivoluzionari guidati da Fidel Castro; il programmatore informatico ventiquattrenne Christian Paneque Moreda, il cui nonno fu pilota in Angola durante la guerra civile; e Diana Sainz Mena, il cui nonno fu uno dei fondatori dell’Orquesta Maravillas de Florida che accompagnava i combattenti cubani all’estero.
Non sono attori, dunque. Sono il «testimone» della «staffetta» fra un passato mitico (o mitizzato) e un presente che guarda a quel passato con occhio analitico (se non disincantato o sinanche revisionistico). E animano non uno spettacolo, appunto, ma un’autentica assemblea civile. Che innanzitutto strappa gli spettatori al comodo limbo delle loro poltrone per chiamarli a una diretta assunzione di responsabilità: «Perché avete pagato il biglietto dello spettacolo? Per ricordare le vostre vacanze a Cuba? Il cibo delizioso e il calore cubano?».
Non ci si può distrarre, del resto. Piovono accuse circostanziate e brucianti: «La disuguaglianza! Ecco un vero problema in Italia»; «Fulgencio Batista ha organizzato un golpe contro il governo e ha instaurato un regime antidemocratico e repressivo. In Italia i vostri nonni l’hanno sostenuto»; «Il Ministero per il Recupero dei Beni Malversati. Esiste qualcosa del genere in Italia?»; «Abbiamo un libretto del razionamento per famiglia. Sarebbe come il “reddito di cittadinanza” che avete appena approvato»; e, per chiudere con gli esempi, «Voi e molti dei vostri progenitori avete supportato il Sudafrica. C’era l’apartheid, lì».

Da sinistra, Diana Sainz Mena e Milagros Álvarez Leliebre in un altro momento dello spettacolo, diretto da Stefan Kaegi (la foto è di Dorothea Tuch)

Da sinistra, Diana Sainz Mena e Milagros Álvarez Leliebre in un altro momento dello spettacolo
(la foto è di Dorothea Tuch)

Ma, beninteso, ce n’è anche per Cuba. Milagros racconta: «Mia nonna mi ha educata perché diventassi una donna forte, indipendente e rivoluzionaria. Mi diceva: “Chiudi le gambe e apri le braccia. Devi studiare – perché tu sei nera!”». E aggiunge: «Credo nell’educazione gratuita, come quella che ho ricevuto io grazie alla rivoluzione. In Cile o negli Stati Uniti non avrei mai potuto studiare». Però non esita a concludere: «Nonna, da quando sei morta il quadro che avevo del mio paese e del mio governo è cambiato. Vedo ancora razzismo e disuguaglianze, vedo il paese coi miei propri occhi. La rivoluzione non è ancora finita. Deve essere liberata». E come se non bastasse, si stabiliscono paragoni del genere: «Nel 1968, gli hippies fanno festa a Parigi e a Woodstock! Dopo l’invasione di Praga, comincia il “quinquennio grigio” a Cuba. La musica inglese, come i Beatles e i Rolling Stones, viene proibita. Gli omosessuali sono deportati in campi di rieducazione». Mentre Faustino Pérez, diventato ministro per il «recupero della proprietà», ossia per l’esproprio ai ricchi, è costretto a dimettersi perché «molti degli oggetti confiscati» finiscono «nelle mani dei capi della rivoluzione».
Insomma, «Granma. Metales de Cuba» – non a caso salutato da un successo strepitoso al suo debutto del mese scorso nel berlinese Maxim Gorki Theater – è un vero e proprio evento. Perché sottolinea una verità tanto semplice quanto trascurata: la rivoluzione è cosa giusta e necessaria, ma, per essere una rivoluzione vera, occorre che sia, sempre, una rivoluzione in atto, cioè una rivoluzione che non si chiuda nel cerchio magico dei traguardi che ha raggiunto (o che crede di aver raggiunto) e, invece, si apra costantemente – come le braccia di Milagros – a traguardi nuovi, proprio a partire dagli errori commessi e dalle colpe accumulate.
A questo rimanda il passo, bellissimo, in cui, dopo aver rilevato che il leader comunista Lazaro Peña «è morto da tanto tempo», si precisa che «suo figlio si chiama Lazaro Peña, suo nipote si chiama Lazaro Peña e il suo bis-nipote si chiama Lazaro Peña»; e all’obiezione «Perché sempre lo stesso nome?» si risponde: «Un nome mica si consuma».
Già. A me è tornato in mente Marcelo Quiroga Santa Cruz, uno scrittore raffinatissimo e, insieme, un socialista incrollabile e integerrimo, il più importante intellettuale boliviano del Novecento. Parlamentare e ministro, si batté per la nazionalizzazione del petrolio ed ottenne il processo contro l’ex dittatore Banzer. Ma intervenne, a bloccare quel processo, il colpo di stato di García Mesa, che per prima cosa, nel 1980, assassinò Marcelo. Il suo corpo non fu mai trovato, eppure la moglie Cristina, sebbene vecchia, sebbene costretta dall’artrite al deambulatore, continuò a cercarlo. E così fu come se Marcelo non fosse mai morto, allo stesso modo che è come se non sia mai morto il Che, se in Bolivia, nel giorno dei morti, ancora gl’indigeni ne chiamano l’anima per brindare insieme.

Da sinistra, Diana Sainz Mena, Christian Paneque Moreda, Daniel Cruces-Pérez e Milagros Álvarez Leliebre (la foto è di Dorothea Tuch)

Da sinistra, Diana Sainz Mena, Christian Paneque Moreda, Daniel Cruces-Pérez e Milagros Álvarez Leliebre
(la foto è di Dorothea Tuch)

Per proprio conto, poi, Stefan Kaegi (sue l’ideazione e la regia) trasferisce tutto questo in un allestimento che, come doveva, è leggero – di più, allegro e giocoso – senza negarsi al compito d’indurre il pubblico alla riflessione. Di modo che i veri protagonisti diventano i tromboni a coulisse (i «metalli» del titolo), che sono, sì, uno strumento fondamentale della musica cubana ma qui vengono utilizzati anche in maniera da alludere, di volta in volta, sia ai fioretti (la scherma, lo sappiamo, è uno sport in cui i cubani eccellono) che ai fucili.
In breve, è sul versante simbolico che «Granma. Metales de Cuba» sviluppa in gran parte il suo potenziale. I quattro «testimoni» hanno imparato a suonare quei tromboni, strumento che prima non conoscevano affatto, in un anno appena. E anche questo finisce per assumere un aspetto simbolico. Così come risultano simbolici i due soli arredi presenti sul palcoscenico: una tribuna da conferenziere (per straniare ironicamente i tanti discorsi che si fanno circa la rivoluzione cubana) e una macchina per cucire da cui si srotola una lunghissima striscia di stoffa che reca impressi gli anni che hanno scandito la vicenda in questione (per ribadire la necessità di considerare e valutare quella vicenda nel suo insieme, come un tutto unico).
Completano il quadro i filmati d’epoca, i video in cui compaiono una nonna e un nonno tuttora vivi e con i quali i nipoti interagiscono dal palcoscenico, le foto appese in alto al proscenio (dall’eroe nazionale e poeta José Martí a, naturalmente, Che Guevara), i protagonisti della vicenda narrata ridotti a sagome di cartone in miniatura come (ancora lo straniamento ironico) pastori in un presepe della rivoluzione e, per concludere, gli happening con gli spettatori, invitati, per esempio, a lanciare palle (dato che il baseball è lo sport nazionale cubano) contro Batista.
Finisce come non poteva non finire. I quattro «testimoni», dopo aver esibito la forza trascinante del loro vissuto, abbandonano ad uno ad uno il palcoscenico per andare a confondersi tra gli spettatori e, così, sottolineare ancora una volta il carattere di assemblea civile dell’allestimento. Ed io non so fare a «Granma. Metales de Cuba» elogio migliore del dire che vi ho sentito l’eco dei versi di Wolf Biermann, lo scomodo poeta e cantautore di Berlino Est che frequentava, insieme, Heine, Brecht e Villon: «Abbiamo tradito noi stessi, / ci siamo venduti e in tutto ingannati. / Ma fra tutti i miei sogni, quelli rossi / non sono morti e sepolti assieme ai nostri morti. / Per facile o difficile che sia o che sarà, / proseguo la nostra strada, / con rabbia e nostalgia / – può darsi che un giorno / sarà tutto raggiunto. / E non avrò raggiunto / che un nuovo inizio daccapo».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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