Napoli, Beckett e l’identità

Massimo Andrei in un momento di «E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in Purgatorio» (la foto è di Marco Ghidelli)

Massimo Andrei in un momento di «E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in Purgatorio»
(la foto è di Marco Ghidelli)

NAPOLI – Riporto qui di seguito il racconto di Manlio Santanelli «Napoli beckettiana» e il mio commento allo stesso, pubblicati dal «Corriere del Mezzogiorno».

Lungi da noi l’intenzione di scuotere le coscienze dei lettori con proposizioni che ne destabilizzino un equilibrio magari raggiunto a costo di faticosi sforzi. E tuttavia sentiamo il dovere di segnalare che l’assurdo, in qualità di corrente di pensiero in grado di influenzare a fondo la cultura europea del secondo Novecento, se proprio non è nato a Napoli, in questa città si è espresso in tutte le sue potenzialità.
Avanziamo un’ipotesi, beninteso con la discrezione che sempre va usata quando si tenta di definire fenomeni che non possono venire provati in laboratorio: l’assurdo napoletano nasce da un modo di adeguarsi della cittadinanza alle condizioni paradossali entro le quali è costretta a vivere; e viceversa, ossia della città rispetto ai suoi cittadini. Ma nel momento in cui avanziamo sentiamo di dover arretrare, avvertendo che le argomentazioni logiche sono sempre insufficienti a gettar luce su manifestazioni che affondano le radici nel mondo delle analogie, se non proprio in quello dell’illogicità.

Manlio Santanelli (foto di Cesare Abbate)

Manlio Santanelli
(foto di Cesare Abbate)

Assurdo, tanto per cominciare, è il tono di voce – due ottave più sopra del normale – che adoperano i napoletani, e io con loro, nel parlare anche in circostanze normali. Al bar come in spiaggia, usiamo tra di noi un tono di voce più adeguato a persone che comunicano da un balcone all’altro, quando non addirittura da una imbarcazione all’altra.
A questo proposito, ci rendiamo conto che l’assurdo napoletano si coniuga alla perfezione con il pensiero più sguinzagliato di autori europei, tra i quali ad esempio Ionesco, che in una sua opera fa girare casa per casa un uomo in assetto di pompiere, il quale bussa alle porte degli abitanti del quartiere e chiede: «Avete fuochi da spegnere?»; o magari con quello di Oscar Wilde, principe, se non imperatore di Paradossolandia, che sostiene: «Io non capisco perché la gente si ostina a parlare sottovoce, quando ci si intende benissimo urlando».
Assurdo, per andare avanti, è l’abitudine di toccare la persona con cui si parla, eccesso di familiarità che sconfina nella maleducazione. Ma il napoletano non lo fa per una sorta d’invadenza nei riguardi del suo interlocutore, che peraltro si comporta allo stesso modo. No, quel bisogno di tattilità, sempre a nostro avviso, nasce dalla paura che «l’altro da noi» sia soltanto una nostra invenzione, e forse per molti versi lo è. In quest’ultimo caso, dunque, siamo con tutt’e due i piedi nella dimensione assurda di parlare a noi stessi immaginando di parlare ad altre persone che non siamo noi. Se poi tutto questo si rapporta al tono di voce, tanto smisurato rispetto alla necessità di farsi sentire, non abbiamo che una risposta: il napoletano parla in tal modo a se stesso perché si sente di continuo lontano da se stesso. E se non è assurdo questo…
Ma lasciamo il terreno delle riflessioni astratte, per scendere sul piano inclinato delle nostre dirette esperienze.
Che vuole da noi questo tipo che da qualche mattina percorre la via in cui abitiamo, e con modi cortesi ferma tutti coloro che incontra, anche giovani e bambini, anche storpi che sono in tal modo costretti ad attardarsi vieppiù sulle strisce pedonali, per chiedere loro: «Credete nella Trinità?»? È un malato di mente, può obiettare qualcuno, e merita tutta la nostra comprensione. Ma noi non lo comprendiamo affatto se lo consideriamo un malato di mente. È più giusto, in nome dell’assurdo, soffermarci sulle ragioni che spingono costui ad elaborare la sua crisi mistica con il sistema del suffragio popolare.
Così pure, tenendo presente il concetto di assurdo, non ci dovremo stupire passando davanti al mendicante che, accosciato sui gradini di una chiesa, si guarda bene dall’importunare la gente querelando, ma affida la sua indigenza all’icasticità di un cartello su cui campeggia la scritta: «Ridotto in questo stato da mio cognato». E più sotto, a conforto di chi si chiedesse in quale stato di salute versa: «Antibioticoresistente».
Sul cammino dell’assurdo cittadino è impossibile non citare quel negozio di ferramenta del centro storico, che in vetrina espone chiavi inglesi, trapani elettrici, rubinetteria ultimo grido, bulloni e ferraglie varie, tutte esaustive onde individuare la specializzazione di quell’esercizio commerciale, e poi in un angolo di una delle vetrine, ma ben visibile, ha affisso il seguente cartello: «Qui non si vendono né mozzarelle, né altri derivati del latte». Se lo raccontiamo, qualcuno si spertica nella ricerca di una spiegazione logica, argomentando che forse il precedente proprietario di quel negozio era un salumiere.
Perdonatemi, ma io preferisco lasciare questo estratto dell’immaginario popolare in una dimensione beckettiana, che confermi la tesi di una Napoli in stretta familiarità con l’assurdo.
Meno assurdo, in quanto legato a un momento politico in cui dalle pareti di ogni palazzo della città e dai tabelloni mobili partivano messaggi a favore dell’uno o dell’altro partito, può suonare quello che figurava in via Cavour, pressappoco all’altezza della fermata della Metropolitana Vecchia, e che offendeva il comune senso del pudore: «Carlotta continua a fottere».

Samuel Beckett

Samuel Beckett

«Che c’è di politico in una dichiarazione di tal genere, in questo indice puntato contro i costumi di Carlotta, accusa peraltro passibile di querela a carico della parte offesa?», potrebbe obiettare qualche lettore. Niente, ci affrettiamo a parare il colpo noi che ci siamo fatti carico di scrivere. Ma solo al primo impatto. Perché, anche se le nostre simpatie vanno tutte a questa donna che, vivaddio, prende dalla vita quello che la vita può offrirle per così dire a piene mani, a un’analisi più accurata scopriamo che non si trattava dello sfogo di un uomo geloso, tagliato fuori dal carosello dei costumi della nostra libertina, ma rientrava in uno dei provati modi per neutralizzare un messaggio elettorale. E passiamo a chiarire l’arcano.
All’origine su quel muro c’era scritto «Lotta Continua». Gli oppositori, ritenendo inutile procedere alla cancellazione, vi avevano aggiunto in testa «Car» e in coda «a fottere». Ed ecco che il passante finiva per leggere «CarLOTTA CONTINUA a fottere».
Ingegnoso, non c’è che dire; ma solo di traverso, e con una decisa spinta, questo caso può rientrare nell’assurdo. E comunque ha poco da spartire con l’autenticità creativa dei casi prima riportati.
Tornando al nostro assunto, l’elenco di fenomeni inspiegabili se non con il ricorso alla dimensione dell’assurdo sarebbe decisamente avviato verso l’infinito, e noi di buon grado proseguiremmo su questa via se non temessimo di aver già abusato fin troppo della pazienza di chi legge; e dunque ci avviamo alla fine, una fine in crescendo per la sua inspiegabile logicità, che per essere tale diventa automaticamente illogica.
Sulla parete esterna del ponte della Sanità, una mattina di un giugno che aveva stentato a lasciarsi dietro le piogge primaverili, ma ora sembrava intenzionato a dare il via ad una serie di belle giornate, scritto in vernice rosso fiammante comparve il messaggio che si commenta da sé: «Me so’ levato ‘a maglia! (Mi sono levato la maglia!)». Come intendere questa esternazione urbi et orbi, se non come il grido liberatorio di chi per tutto l’inverno aveva sopportato il fastidio della maglia di lana, e ora era venuto il felice momento di metterla via?
Giusta riflessione, se non fosse che l’assurdo – e Napoli ne sa qualcosa – respinge in partenza le riflessioni di qualunque genere, esigendo di venire accettato per come è, al di qua o al di là (fate voi) di ogni categoria mentale che lo chiuda in uno steccato razionale, in uno stabbio destinato a concetti d’allevamento come animali domestici. L’assurdo nasce libero, e libero vuole restare. E Napoli ne sa qualcosa.

                                                                                                                                  Manlio Santanelli

«Corriere del Mezzogiorno», 9/4/2019)

Leggendo il «raccontino» che mi ha mandato Manlio Santanelli e che è stato pubblicato ieri in queste pagine, «Napoli beckettiana», mi son subito ricordato del dialogo sul tema dell’ironia che, moderato da Enzo d’Errico, s’è svolto di recente nella Sala Assoli tra il filosofo Aldo Masullo e il regista Andrea De Rosa.
A un certo punto d’Errico – prendendo le mosse dal «trash», dilagato fra piazza Plebiscito, Castelnuovo e Secondigliano, del matrimonio del cantante neomelodico Tony Colombo e di Tina Rispoli, vedova di un camorrista – ha posto la questione del perché Napoli, a differenza delle altre città, non smetta mai di parlare della propria identità. E si tratta di una domanda cruciale, che infila il dito nella proverbiale piaga. Tanto è vero che, avendola d’Errico inquadrata nel fatto che da svariati anni Napoli risulta ingovernata o mal governata, talune signore, evidentemente spinte dalla cattiva coscienza, hanno protestato, accusandolo di deviare dal tema del dialogo in corso.
Ora, è proprio a quella domanda che si riferisce il «raccontino» di Santanelli. Il quale – riflettendo sul tono di voce insolitamente e incongruamente alto che i napoletani adoperano anche in circostanze del tutto normali e sull’abitudine di toccare la persona con cui si parla – li spiega nel modo seguente: nascendo «quel bisogno di tattilità dalla paura che “l’altro da noi” sia soltanto una nostra invenzione», ci troviamo «con tutt’e due i piedi nella dimensione assurda di parlare a noi stessi immaginando di parlare ad altre persone che non siamo noi»; e dunque, se ci chiediamo il perché del nostro tono di voce «tanto smisurato rispetto alla necessità di farsi sentire, non abbiamo che una risposta: il napoletano parla in tal modo a se stesso perché si sente di continuo lontano da se stesso».
Ma ecco il punto, su cui Santanelli non si sofferma: perché il napoletano «si sente di continuo lontano da se stesso»? A mia volta dico che non abbiamo che una risposta: il napoletano si sente di continuo lontano da se stesso perché non si riconosce; e non si riconosce perché – torno, così, alla domanda cruciale posta da d’Errico durante il dibattito svoltosi nella Sala Assoli – non ha un’identità. È per questo che ne parla continuamente, tralasciando quasi completamente ogni altro esercizio del pensiero.

Andrea De Rosa

Andrea De Rosa

Si parla di una cosa, infatti, quando non la si possiede e, perciò, non la si frequenta e non la si utilizza, ma soltanto la si desidera e, per illudersi di possederla, si ricorre ad ogni tipo di espediente consolatorio: nel nostro caso, per esempio, mettendo al posto di un’identità costituita dalla carne e dal sangue del presente i simulacri freddi e corrosi di una tradizione – lo ripeto ancora una volta – troppo spesso malintesa e, per giunta, colpevolmente tradita. È un po’ quel che succede con il sesso, se ne parla tanto e così tanto viene celebrato incessantemente sugli altari delle immagini e dei sondaggi, dai «media» e in rete, perché lo si pratica assai poco. Perché, lo sappiamo, il nostro è il tempo della sconfitta del corpo.
Benissimo, allora, ha fatto Andrea De Rosa, sollecitato dalla domanda di d’Errico, a ricordare – sempre nel corso del dibattito svoltosi nella Sala Assoli – il passaggio del suo spettacolo «E pecché? E pecché? E pecché?» in cui il testo di Linda Dalisi mette in campo un Pulcinella il quale, dopo aver constatato che «Non funziona… Non funziona più» e che, in ogni caso, «Non basta più», commenta: «Aggio pigliato ‘a penna ‘nmano, e aggio scritto pagine e pagine pe’ tenta’ ‘e celebra’ almeno in minima parte ‘a grandezza toja, Teatro. Ma si tu si’ grande, io so’ piccerillo. E tengo ‘a guerra ‘n capo e ‘o scuro ‘n pietto si cerco ‘e fa ‘ncuntra’ ‘o secolo passato cu chillo ‘e primma e cu chillo ‘e doppo. Niente. Nun se parlano. E si se parlano s’azzuffano come cane e gatta»; e conclude, rifacendosi a una frase di Gustav Mahler: «’A tradizione serve pe’ cuntrulla’ ca ‘o ffuoco nun se stuta, e no pe’ s’addenucchia’ in adorazione annanz’a cennere. Chesta è cennere…è cennere!».
Alla luce di tutto questo, poi, non mi sembra di poter essere d’accordo con Santanelli quando, fin dal titolo, nel suo «raccontino» riferisce a Beckett la dimensione dell’assurdo in cui annaspa Napoli. Ha ragione solo se la riferisce a Ionesco, che pure cita. E tanto a partire da un’osservazione che già m’è capitato di fare.
La battuta capitale del teatro di Beckett non è di Beckett: l’ha pronunciata Maurice Blanchot parlando dello scrivere come di un «gioco insensato». E infatti, sulla scena dell’Irlandese le parole s’inscrivono caparbiamente nel silenzio, giusta l’affermazione che lui coniò nel saggio del ’31 su Proust: «Il tentativo di comunicare, laddove nessuna comunicazione è possibile, è soltanto una volgarità scimmiesca, o qualcosa di orrendamente comico, come la follia che fa parlare con i mobili».
È proprio il caso delle mille e mille disquisizioni sciorinate, a Napoli, nel tentativo di far emergere il miraggio di un «rinascimento» purchessia dalla sabbia del deserto in cui via via sono rimaste sepolte le ideologie, le speranze e le azioni di quanti si sono spesi – contro la cecità di una borghesia parassitaria e di un ceto politico nella migliore delle ipotesi autoreferenziale – perché almeno s’intraprendesse il cammino verso una realtà nuova e diversa, finalmente lontana dagli stereotipi.
In proposito, dovremmo ricordarci, anche questo l’ho già scritto, di quanto disse un sociologo troppo sottostimato, Gilberto Marselli: a Napoli la parola «intellettuale» non deriva, come in ogni altra parte d’Italia, dal verbo latino «intellegere», che significa «comprendere, pensare, formarsi un’idea, essere competente, valutare», ma dalla locuzione dialettale «’int’ ‘o lietto», riferita ai tanti – filosofi, narratori, critici – che passano la vita a poltrire fra i due guanciali della loro professione e delle loro prebende, ma puntualissimamente si precipitano a mettere il becco in tutto e il contrario di tutto.
Dovremmo, in altri termini, accogliere per l’appunto la lezione di Beckett. Il silenzio in cui s’inscrivono le sue parole è tale soltanto sul piano dei significati, perché, poi, lo invadono – caparbiamente – le infinite voci dei significanti che, malgrado i turiferari di Santa Teoria, continua a distillare il mondo. La Winnie di «Giorni felici», confitta nella terra, dichiara che le parole rappresentano appena «il vecchio stile», dal momento che solo «le cose hanno una loro vita».

                                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 10/4/2019)

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