Vita, grazia e ambiguità dell’ossimoro chiamato Villon

Raffaele Esposito in un momento di «Villon», presentato al Teatro Due di Parma (le foto dello spettacolo sono di Francesco Bianchi)

Raffaele Esposito in un momento di «Villon», presentato al Teatro Due di Parma
(le foto dello spettacolo sono di Francesco Bianchi)

PARMA – Il guardiano: «Villon! La grazia! È arrivata la grazia!». E Villon: «C’è sempre stata, Roger. C’è sempre stata. Solo che non ce ne eravamo accorti».
Finisce così «Villon», il testo di Roberto Mussapi allestito dal Teatro Due per la regia di Gigi Dall’Aglio e presentato a Parma in «prima» nazionale. E credo che al termine «grazia», giusta la risposta di Villon al guardiano, vada attribuito il significato di partenza indicato dallo Zingarelli: «sensazione di piacere che destano le cose per la loro naturalezza, semplicità, delicatezza, armonia». Di modo che risulta chiarissimo quale Villon porti in scena Mussapi rispetto al dilemma che tra biografia e filologia costituisce l’autore de «Il Testamento».
A proposito del sortilegio della poesia, Italo Siciliano concluse il suo monumentale saggio «François Villon et les thèmes poétiques du Moyen-âge», pubblicato a Parigi nel 1934, con la seguente, perentoria dichiarazione: «In nessun poeta francese – nemmeno in Baudelaire – ho sentito questo sortilegio compiersi così perfettamente, questo fascino sprigionarsi così intensamente, il lirismo vibrare così potentemente come nella poesia di Villon».
Eppure, lo sappiamo, Villon – certamente il più grande poeta lirico del Medioevo francese, e uno dei più grandi della storia in assoluto – fu anche, riferendoci al mito creato da Verlaine, il «poète maudit» per eccellenza e colui che prefigurò, radicalizzandolo, il mito complementare, quello romantico, della compresenza di genio e sregolatezza. Tanto a partire dalla sera del 5 giugno 1455, in cui uccise il prete Philippe Sermoise, per finire alla condanna a morte, poi commutata nel bando da Parigi per dieci anni, che gli venne inflitta nel dicembre del 1462 per aver partecipato a una rissa conclusasi con un omicidio.

Ritratto immaginario di Villon

Ritratto immaginario di Villon

Insomma, Villon fu un ossimoro vivente. E il viluppo inestricabile delle mille ambiguità e ambivalenze incarnato dalla vita che visse corrisponde perfettamente all’altrettanto aggrovigliato rincorrersi e sovrapporsi, nei suoi vertiginosi componimenti, degli usi linguistici (dal francese all’«ancien françois», dal «poitevin», il dialetto di Poitiers, al latino) e degli stili (dalla maniera cortese all’«argot», dal frasario della scolastica alla conversazione quotidiana) che adottò.
Ne discende l’estrema difficoltà d’interpretare con sicurezza e chiarezza le creazioni poetiche di Villon: per esempio, ancora oggi risultano indecifrabili le sei ballate da lui composte in «jargon», il gergo adoperato da quei delinquenti, nel periodo in cui aderì alla «Coquille», la potente associazione malavitosa che imperversava nella Francia devastata dalla Guerra dei Cent’anni.
Del resto, un ossimoro è, di fatto, anche il suo capolavoro, appunto «Il Testamento»: poiché, sappiamo anche questo, consta di una prima parte (800 versi) in cui si dà luogo a un prologo, improntato a un lirismo di marcata severità, che affronta temi di alto profilo (come quelli dell’amore, della morte, del dolore, della vecchiaia e della povertà) e di una seconda (1200 versi) in cui, al contrario, dilagano sarcasmo, buffoneria e oscenità.
Ebbene, il centro «ideologico» e il pregio fondamentale del testo di Mussapi stanno nella riduzione all’unità di una così variegata molteplicità di temi e pulsioni. E l’unità è quella del Villon uomo fra gli uomini: di un uomo, in breve, che trova la propria ragione esistenziale nell’irrinunciabile e voracissimo e totalizzante abbandonarsi alla vita e al mondo, al di là di qualsiasi «prudenza» nell’avvicinare i compagni di viaggio occasionali via via incontrati nelle strade e nelle bettole.
Mussapi, che conosce assai bene Villon per averlo tradotto, ce lo presenta mentre attende d’essere condotto al patibolo in una cella sotterranea e parla con la voce di chi gli cala dall’alto i viveri, soprattutto il vino. E subito, già nelle sue prime battute, torna ad inverarsi l’ossimoro che nutrì e avvelenò l’anima e il cervello del poeta assassino. In rapida successione, rivolto al guardiano, Villon manifesta un’esaltazione in chiave mitica, per l’appunto, e addirittura mistica («Signori, Villon uscirà redento da questa tana, salirà alle zone alte e luminose del mondo e, come Giovanna d’Arco, non chiuderà gli occhi mucosi e marci di buio davanti alla morte, guarderà solennemente il cielo, le ali svolazzanti dei cornacchioni, e appena strangolato si tramuterà in un bianco cigno e volerà fluttuando tra le nubi!») e un avvilimento in chiave semplicemente personale («Nevica! Villon tra cinque ore finirà la sua vita nel gelo, nella stagione dei morti, spiato dai lupi che si avvicinano alla città e si nutrono di vento…»).

Un altro momento dello spettacolo, su testo di Roberto Mussapi e per la regia di Gigi Dall'Aglio

Un altro momento dello spettacolo, su testo di Roberto Mussapi e per la regia di Gigi Dall’Aglio

La composizione di quel dissidio interiore – stante il buio, reale e metaforico, che adesso circonda il «poeta maledetto» – può albergare solo nella rievocazione dolcissima della madre («Aveva un amore infinito nei suoi occhi… Non ne ho mai più visto uno simile») o nel rimpianto per le disciolte «neiges d’antan» («Sì, la morte, soprattutto delle donne, soprattutto delle donne giovani, ha un eco che perdura lunghi istanti, una memoria più forte della memoria dei superstiti: una breve prosecuzione del respiro vitale oltre la vita, un ricordo ancora palpitante della bellezza passata»).
Questo rimpianto, a sua volta, ha l’eco della «Ballata delle dame del tempo che fu». E con ciò dico di un altro pregio del testo di Mussapi, quello rappresentato dalla disseminazione di citazioni non esplicite dall’opera poetica di Villon. L’avventura umana del quale, poi, viene riassunta nella dichiarazione paradigmatica: «Io non ho mai respinto nessuno! Magari per derubarlo, o per fotterla, se era una nessuna… Ma è la vita…». Possiamo, dunque, riandare – sempre nel solco dell’ossimoro, dell’ambiguità e dell’ambivalenza – anche al secondo dei significati che al termine «grazia» attribuisce lo Zingarelli: «amabilità, gentilezza nei rapporti con gli altri».
Per quanto riguarda, infine, lo spettacolo in sé, constato che pure la regia di Dall’Aglio è un ossimoro: ma nel senso della compresenza d’invenzioni pregnanti e di scelte che, al contrario, appaiono francamente inammissibili.
Intelligenti e fondate, poniamo, sono le sequenze di quella neve che cade all’interno della cella sotterranea di Villon e di quei viveri (una pagnotta, un pezzo di salame e la boccia del vino) che calano dall’alto stretti nel cappio a cui Villon è destinato. Si sottolinea così, sul piano simbolico, l’interscambio inesausto fra l’«interno» e l’«esterno», fra l’anima di Villon e la Storia nella quale si trova immersa, fra la purezza della vocazione poetica e il turbinìo malato dei giorni che al poeta toccavano. Ma, nello stesso tempo, Dall’Aglio taglia la citata battuta sulla madre e, soprattutto, quella conclusiva e, ripeto, determinante, sostituendola con un ingombrante pistolotto didascalico circa le ipotesi sulla scomparsa di Villon dopo il bando da Parigi e facendolo ricomparire alla ribalta, sullo sfondo di una platea vuota, nelle vesti di una sorta di clown che, munito di un naso lungo alla Pinocchio, leva in alto il suo cuore pulsante.
Che significa questa trovata? Dall’Aglio ce lo spiega nelle sue note di regia, quando parla dell’occasione offerta all’attore che interpreta Villon di «dare corpo ad un’energia visionaria rivolta alle inquietudini, alle contraddizioni, ai sensi di colpa e di impotenza cui ancorare il travagliato lavoro di palcoscenico».
Insomma, siamo ancora una volta di fronte alla stantia (e, oggi, del tutto improponibile) mistica del teatro. E meno male che l’attore che interpreta Villon in questione, Raffaele Esposito, supera d’un balzo tanti cavilli e ci offre un persuasivo mélange di gioia e malinconia, delirio e smarrimento, sberleffo e carezza opportunamente divisi, sul versante formale, tra il grottesco e l’espressionistico.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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