Il Teatro Stabile di Napoli e i giornali

Il Mercadante, sede dello Stabile-Teatro Nazionale di Napoli

Il Mercadante, sede dello Stabile-Teatro Nazionale di Napoli

NAPOLI - Riporto il commento pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

Non è vero che i giornali non servono più a niente. Possono ancora servire a qualcosa. Sempre che, naturalmente, abbiano la voglia e la capacità di prendere posizione.
Ne è venuta una piccola dimostrazione dal dibattito circa la direzione del Teatro Stabile di Napoli. Perché possiamo fin troppo facilmente constatare che – in seno al consiglio d’amministrazione dello Stabile e nei commenti dedicati dai politici alla sostituzione o meno di De Fusco – sono via via emerse le stesse ipotesi e convinzioni anticipate dal «Corriere del Mezzogiorno». A cominciare dall’ipotesi di sdoppiare la carica di direttore in quelle di direttore artistico e di direttore organizzativo.
In epoca non sospetta, ossia il 27 febbraio scorso, pubblicai in queste pagine un commento in cui, come forse qualcuno ricorderà, sostenni la necessità d’indagare sulle capacità manageriali dei candidati, appunto, alla direzione dello Stabile nostrano. E aggiunsi che tale necessità scaturisce dai vincoli burocratici e, peggio, banalmente ragionieristici posti dalla cosiddetta «riforma» ministeriale della prosa all’attività dei Teatri Nazionali. Tanto è vero che i principali fra questi sono stati spinti a rinunciare al direttore artistico vero e proprio, optando per un semplice consulente che affianca il direttore organizzativo e amministrativo, colui che, in pratica, decide.
Così, precisai, è accaduto al Piccolo di Milano, con Stefano Massini affiancato a Sergio Escobar, e così è accaduto allo Stabile di Torino, con Valerio Binasco affiancato a Filippo Fonsatti.

Luca De Fusco

Luca De Fusco

Adesso, pare che anche il consiglio d’amministrazione dello Stabile di Napoli e i principali fra gli sponsor politici dello Stabile medesimo, la Regione e il Comune, si siano convinti dell’opportunità di optare per lo sdoppiamento della carica di direttore. Ma, ovviamente, tale sdoppiamento dovrebbe servire a far fronte ai vincoli burocratici di cui sopra. Se, invece, dovesse servire soltanto a superare l’«impasse» determinata dalla rivalità fra De Luca e De Magistris, se, in breve, dovesse servire soltanto ad assegnare il direttore artistico a De Luca e quello organizzativo a De Magistris, o viceversa, allora, si capisce, il rimedio sarebbe peggiore del male.
Andiamo avanti. E passiamo a quel componente del consiglio d’amministrazione dello Stabile (non ne ricordo il nome, né ricordo se sia targato Regione o Comune) che ha dichiarato che al nuovo direttore tocca innanzitutto il compito di portare a teatro i giovani. Si tratta, lo vedete bene, di una scoperta davvero straordinaria, roba che ad uguagliarla non basterebbero nemmeno quelle dell’acqua calda e dell’America messe insieme. Ma, al di là dell’omaggio caloroso da lui tributato al Signor de La Palice ossia Lapalisse e delle battute che quell’omaggio suggerisce, sta di fatto che il componente del consiglio d’amministrazione dello Stabile del quale parliamo è stato capace, con la sua dichiarazione, di elargire in un colpo solo un riconoscimento al «Corriere del Mezzogiorno» e una rampogna a De Fusco.
Nell’articolo citato sottolineai come domenica 24 febbraio, in occasione della seconda e ultima replica di «Romeo&Juliet, or the merciful land» di Luk Perceval, ci fossero al Mercadante solo anziani, in prevalenza donne, «deportati» in non pochi casi (lo lasciava capire il loro accento) dai più sperduti paesi dell’entroterra campano e che (lo lasciavano capire i loro commenti) si vedevano assolutamente smarriti di fronte alla drammaturgia complessa e del tutto fuori dai canoni che a loro veniva offerta. Come ha fatto, De Fusco, a dare in pasto a un pubblico del genere uno spettacolo tanto raffinato e, insieme, tanto complicato? E, di pari passo, come fa a vantarsi di aver considerevolmente aumentato, fra gli abbonati, la percentuale, per l’appunto, dei giovani?

Una scena di «Romeo&Juliet, or the merciful land» di Luk Perceval

Una scena di «Romeo&Juliet, or the merciful land» di Luk Perceval

Due considerazioni s’impongono al riguardo. La prima è che, certo, anche gli anziani (e anche gli anziani che abitano nei paesi sperduti dell’entroterra) hanno il diritto di andare a teatro, ma occorrerebbe fornirgli un minimo di preparazione o, come avviene al Bellini, raggrupparli in un turno di abbonamento da cui siano esclusi gli spettacoli troppo difficili, sperimentali o, in ogni caso, non rapportati al loro livello medio di conoscenza specifica; e la seconda è che, se i giovani dei quali parla De Fusco sono quelli delle scolaresche anch’esse «deportate» a teatro, si corre il rischio d’ingenerare un vero e proprio fenomeno di rigetto: quei giovani, per la gran parte, non sanno nemmeno che cosa vanno a vedere e, avendo visto cose che non hanno capito perché non erano stati attrezzati per vederle, prima s’annoiano, poi si disgustano e infine decidono che a teatro non ci andranno più.
Io li sento, i commenti di quei giovani mentre entrano in teatro e al termine dello spettacolo ne escono. E la risposta che generalmente mi son trovato ad avere – quando in più d’una circostanza ho chiesto loro perché fossero venuti a vedere la messinscena di un determinato testo e che cosa sapessero del testo medesimo e del suo autore – è stata di una raggelante laconicità: «Noi stasera siamo qui soltanto per obbedire ai professori». E infine, per tornare a «Romeo&Juliet, or the merciful land» di Luk Perceval, il paradosso è che – come ho rilevato nell’articolo pubblicato in queste pagine il 17 scorso – quello spettacolo (dato, ripeto, in pasto ad anziani del tutto inconsapevoli) fu invitato al Mercadante in cambio dell’invito al Bolshoi Drama Teatr-Georgy Tovstonogov di San Pietroburgo dell’allestimento di «Sei personaggi in cerca d’autore» diretto da De Fusco.
Ora, per concludere, immagino l’accusa di autocompiacimento che può essermi artatamente rivolta. E io replico riferendomi al silenzio assordante che circa le vicende relative alla direzione dello Stabile hanno osservato in certi giornali non solo taluni cronisti dei quali sappiamo da sempre che non possiedono quel che si dice un cuor di leone o gli onnipresenti specialisti istituzionalmente preposti a giudicare gli eventi teatrali, ma anche i monacali imbonitori tuttologi immancabilmente pronti a discettare sull’universo mondo.
Hanno delegato a scrivere dello Stabile, al posto loro, ascari di varia estrazione. Ed è stato un funambolico esercizio di prudenza. La prudenza è la virtù somma che occorre praticare se si vuol restare sempre in sella e continuare a farsi i propri affarucci. Non parlo: di modo che non m’inimico né De Fusco, se dovesse restare lui, né il suo eventuale successore, e non dispiaccio né a De Luca né a De Magistris.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

(«Corriere del Mezzogiorno», 30/3/2019)

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