Renzo e Lucia promessi al teatro. Nel segno di Testori

Filippo Lai e Nina Pons in un momento de «I promessi sposi alla prova», in scena al Teatro Franco Parenti (le foto che illustrano questo articolo sono di Noemi Ardesi)

Filippo Lai e Nina Pons in un momento de «I promessi sposi alla prova», in scena al Teatro Franco Parenti
(le foto che illustrano questo articolo sono di Noemi Ardesi)

MILANO – Non si farà mai abbastanza per ricordare Giovanni Testori e riaffermare l’importanza e la qualità dei suoi testi. E benissimo, quindi, ha fatto Andrée Ruth Shammah a riallestire nel Teatro Franco Parenti, in coproduzione con il Teatro della Toscana, «I promessi sposi alla prova» che nel 1984, l’anno in cui fu pubblicato, già aveva messo in scena – protagonisti per l’appunto Parenti e Lucilla Morlacchi – in quello che allora si chiamava Salone Pier Lombardo.
Testori fu uno dei protagonisti assoluti della cultura italiana del secondo Novecento. E lo fu non solo in quanto scrittore d’alto rango, ma anche in quanto uomo e intellettuale libero. Giuste le parole, indimenticabili, che disse poco prima di morire: «In questi anni è stato come se non ci fossi, ma l’importante però è che io non abbia mentito, mai, e che non mi sia mai piegato per non essere isolato». Una lezione per non pochi dei «chierici» di oggi. E ancora oggi, in effetti, ci parla «I promessi sposi alla prova».
Infatti, quel testo mette in scena un gruppo di giovani attori impegnati proprio nelle prove della tragedia ricavata dal capolavoro manzoniano; e subito, appena uno di loro azzarda il celeberrimo «Quel ramo del lago di Como…», il regista (ma è molto di più, tanto che da Testori vien chiamato «il Maestro») lo sommerge sotto una valanga d’improperi, commentando: «So bene che vi siete venduti, tutti e tutte, a quelle fandonie che han finito per togliervi ogni gusto, ogni senso e ogni regola di che sia il mestiere del recitante; il “mestè”, ecco, del farsi, dell’essere, qui, attore». Dove il «qui» traduce un’inequivocabile, e ferocissima, stoccata contro la televisione, il principale dei mezzi di comunicazione di massa e, in specie, il mezzo ch’è l’esatto contrario del recitare a contatto col pubblico.
In breve, «I promessi sposi» di Manzoni son solo un pretesto; o, meglio, costituiscono (l’«alla prova» va inteso, dunque, e nel senso letterale specificamente riferito al teatro e nel senso di una verifica rispetto a qualcosa) la cartina di tornasole per sottolineare la cancellazione che va operando la barbarie culturale contemporanea. E che cosa si vada cancellando Testori lo indicò immediatamente, nel primo giorno di prove dell’allestimento del testo in questione varato trentacinque anni fa da Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah: «[…] questa memoria che spero si alzi su, in qualche modo, da un testo come “I promessi sposi alla prova”, è quella tal memoria senza la quale il presente non è nominabile, è cecità, annaspamento, servitù a nuovi padroni che ripetono, ingranditi, i vecchi errori ed è soprattutto un presente che non ha, come dire, le spalle e il cuore per spingersi verso il futuro».

Laura Marinoni e Luca Lazzareschi in un altro momento dello spettacolo, diretto da Andrée Ruth Shammah

Laura Marinoni e Luca Lazzareschi in un altro momento dello spettacolo, diretto da Andrée Ruth Shammah

È la Parola, allora, che occorre riconquistare: quella che il Maestro definisce «la divina, umile, gloriosa, gutturale, sacra, mormorante, urlata, incasinata, calpestata, strozzata, assassinata, ma, poi, redenta parola»: quella, insomma, ch’è la metafora e il motore (certo, anche in senso biblico) della Vita. E per riconquistarla, quella Parola, non v’è nulla di meglio del rapporto di «fratellanza» con gli altri.
Infatti, la regia di Andrée Ruth Shammah punta con molta intelligenza – più che (come, per esempio, fece Tiezzi) sul tema del teatro nel teatro, scontato e qui dichiaratissimo – proprio su questo, sul rapporto con gli altri, sulla «fratellanza». In altri termini, la Shammah punta, più che sul teatro nel teatro, sul teatro che esce dal teatro per diventare incontro. E non parlo solo della sottolineatura dei momenti in cui il Maestro e gli altri personaggi si rivolgono direttamente agli spettatori, guardandoli negli occhi.
Ciò che distingue questo spettacolo, e gli dona un’aura preziosa e toccante, è il fatto d’essere stato pensato per i giovani. Voglio dire che si basa su un passaggio del testimone in progress: a un certo punto il Maestro aziona un registratore che rimanda il fatidico «Quel ramo del lago di Como…» recitato da Franco Parenti, mentre adesso, qui, ai navigati Luca Lazzareschi e Laura Marinoni nei ruoli del Maestro e di Gertrude s’affiancano, in quelli di Renzo e Lucia, i ventenni Filippo Lai e Nina Pons, che recitano fra le prime volte. E non a caso, davvero non a caso, nel suo appello per la Parola il Maestro ripete, e vi calca la voce, l’aggettivo «redenta».
Redimere la Parola significa non solo e non tanto riconquistarla, ma anche e soprattutto reinventarla. E chi può farlo, se non, per l’appunto, i giovani? Così, per concludere, la cronaca deve, certo, rilevare che in questo riallestimento de «I promessi sposi alla prova» la Shammah aumenta, insieme, il numero dei tagli al testo di Testori e quello delle citazioni dal romanzo di Manzoni; e deve, poi, segnalare la prova eccellente fornita da tutti gl’interpreti in campo: i vari Laura Pasetti (Perpetua), Sebastiano Spada (Don Rodrigo) e Carlina Torta (Agnese) accanto a Lai e alla Pons, che ci mettono un’irresistibile freschezza d’accenti, e a Lazzareschi e alla Marinoni, che ci mettono una straordinaria capacità di corrodere dall’interno la magniloquenza connessa ai propri personaggi. Ma, ben oltre la cronaca, un’altra cosa, la più importante, occorre inserire nel bilancio dello spettacolo di cui parlo.
Se ne «I promessi sposi alla prova» di Testori sembra che s’avverta l’eco della definizione («è lo stare dell’uomo con l’uomo») che del teatro mi diede una volta Strehler, in quest’allestimento de «I promessi sposi alla prova» della Shammah sembra che s’avverta l’eco del testamento che Testori ci lasciò in «Conversazione con la morte»: «Per me adesso è tardi; / per me la sera ormai è già qui. / Ma se da qui posso darvi una mano, / la mia, / questa vecchia, umiliata, sporca, / eppure ancor tremante mano: / se posso, da queste assi, ecco…aiutarvi… / il vagabondo se ne va, / se ne va il profeta della morte… / un giorno qualcuno sarà profeta di vita; / a me non è stato possibile. / A me è stato possibile solo dirvi questo: / riunite la morte alla vita. Riunitele… / così come sta accadendo a me / in un bacio, / nel bacio che vi do».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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