Nino Taranto, l’ultimo signore

Nino Taranto

Nino Taranto

NAPOLI – Riporto la rievocazione di Nino Taranto a 33 anni dalla morte, pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

«Dovevo andare in America, ma la “Michelangelo” e la “Raffaello” non navigano più: e siccome ho paura dell’aereo, non mi rimane che aspettare che passi di qui la “Queen Elizabeth”. Però, anche quella è in disarmo… E allora mi sono giocata l’America! Intanto, vorrei rivedere una bella Piedigrotta di quelle che si facevano una volta, quando uno se ne poteva andare in Villa con il bastone in spalla e la “mappatella” appesa al bastone e il “ruoto” di melanzane e peperoni. Ma oggi nemmeno questo si può fare più: se cammini a piedi finisci sotto una macchina, le melanzane e i peperoni non hanno sapore e nelle strade passano solo i carri funebri».
Era un tardo pomeriggio di luglio del ’77, e Nino Taranto mi parlava guardando il mare dalla sua casa del Parco Grifeo. A «Paese Sera», scarseggiando d’estate gli spunti di cronaca per riempire le pagine, m’ero inventata una rubrica, «Scusi, che cosa fa stasera?», in cui chiedevo di rispondere a personaggi fra i più vari. Un gioco, certo; ma oggi mi pare che quelle interviste d’occasione costituiscano una mia personale «Antologia di Spoon River». Vittorio Russo, che accoppiava la rapinosa fuga nei regni danteschi con la lucida coscienza dell’avanzante sfacelo morale e politico, mi rispose: «Che cosa faccio stasera? Quello che faccio tutte le sere: coltivo rabbia».
Nino Taranto, un altro degli intervistati, coltivava, come s’è visto, il rimpianto per la Napoli che se ne andava. Ed era, si capisce, un rimpianto che traduceva un amore ostinatamente vivo. Ci teneva a precisarlo, Nino: «La prima cosa che metto nei contratti è che a Natale e a Pasqua devo stare a Napoli». Ed ecco, l’ho chiamato Nino. Quel tardo pomeriggio di luglio del ’77, entrando nella sua casa del Parco Grifeo, l’avevo chiamato commendatore. E lui: «Famme ‘o piacere, leva ‘a miezo ‘stu cummendatore. Chiammame Nino». Così, se nella serata d’omaggio svoltasi di recente al Trianon s’è parlato soprattutto dell’artista, qui io voglio parlare soprattutto della persona, del Nino Taranto ch’è stato l’ultimo signore della scena napoletana.
«Comme so’ gghiuto?». Era la domanda, immancabile e trepida, che mi rivolgeva dopo ogni «prima», appena m’affacciavo sulla soglia del camerino per salutarlo. E a Natale, per l’appunto, dopo lo spettacolo di turno andavo nel suo camerino non solo per i saluti, ma, data la circostanza, anche per gli auguri.
Ma ci fu un Natale, quello del ’78, in cui Nino Taranto presentò al Politeama una commedia di Gaetano Di Maio, «Un napoletano al di sopra di ogni sospetto», che era davvero brutta. E non meno brutto era l’allestimento. Per cui non ebbi il coraggio di compiere la mia solita visita e, dopo aver scritto e pubblicato una debita stroncatura dello spettacolo, gli auguri glieli feci per posta. E il carissimo Nino mi rispose con un biglietto nel quale, fra l’altro, diceva: «Ti aspettavo al Politeama, ma capisco anche perché non sei venuto e ti ringrazio. Spero incontrarti in una più bella occasione (“più bella occasione” era sottolineato, n.d.r.) e nella speranza ti prego di gradire i segni della mia amicizia, della mia stima e della mia ammirazione».

Nino Taranto con Luisa Conte

Nino Taranto con Luisa Conte

Non si riuscirebbe nemmeno a immaginarlo, oggi, un teatrante capace di scrivere un biglietto del genere dopo aver ricevuto una stroncatura. E un altro episodio voglio ricordare. Quando, nell’aprile dell’83, venne annunciata la chiusura di «Paese Sera», da Roma mi chiesero di organizzare uno spettacolo di solidarietà nel tentativo di salvare il giornale. Vi parteciparono tutti, dai più illustri rappresentanti della tradizione come Sergio Bruni ai più agguerriti esponenti della sperimentazione come Vittorio Lucariello, Mario Martone e Toni Servillo. Luisa Conte – spontaneamente, senza che nessuno glielo avesse chiesto – mise a disposizione il Sannazaro. E io invitai pure Nino Taranto, con qualche timore per le sue precarie condizioni di salute.
Accettò subito. E allorché Luisa Conte gli fece chiedere a che ora voleva che gli mandassero la macchina per portarlo in teatro, rispose pronto: «Non vi preoccupate, vengo per conto mio». Arrivò per primo – lui, il più anziano degli artisti intervenuti – alle undici di mattina in punto. Giungendo al Sannazaro, lo trovai ch’era già lì, davanti alla porta del teatro ancora chiusa. Mi domandò, con la sua solita tensione malinconica e scettica: «Servirà a qualcosa?». Risposi che non serviva a niente, ma bisognava farlo. E Nino lo fece, con la perizia insuperabile di sempre, ulteriormente e con struggente impegno affinata nella circostanza. Invece del «pezzo» solo che avevo osato chiedergli, ce ne regalò ben quattro, più di tutti gli altri colleghi. E, naturalmente, concluse con «Fravecature», l’alto canto per il lavoro di quel Viviani amatissimo ch’era stato il primo a riportare in scena dopo la morte.
A Viviani, del resto, Nino volle dedicare anche l’estrema sua fatica, le due splendide parti – quelle di Gennarino «’o crapettaro» e del professore di contrabbasso don Gregorio – sostenute intorno alla metà di marzo dell’85 ne «Lo sposalizio», proprio al Sannazaro e al fianco di Luisa Conte. Era già irrimediabilmente minato dal male. Ma seppe ugualmente offrire un’autentica lezione di teatro: non solo per l’essenzialità del gesto, scarnito fino ai limiti del surreale e del metafisico, bensì per la fitta serie di «appoggi» che fornì, ad un tempo con ritmo perfetto e dedizione generosa, tutte le volte che l’emozione tradì i più giovani e rischiò di determinare cali di tensione. Fu il suo modo di ringraziare. Perché gli avevano messo alle spalle uno di quei giovani che con tenerissima sollecitudine gli suggeriva, discretamente, le battute che la sofferenza fisica gli strappava dalla memoria. Per qualche sera, lì nel Sannazaro, rivisse l’antica fraternità dei comici dell’Arte.
Basta, adesso. Nino Taranto appartenne alla specie rara degli artisti nello stesso tempo, e in egual misura, ammirati e amati. E ne avemmo l’ennesima prova in occasione dei suoi funerali. Molti, lungo il Rettifilo, s’affrettavano ansiosi verso il centro, in quella mattina di sole malato del 24 febbraio dell’86. E dolore c’era nell’aria, come il senso di una perdita irreparabile. Stava sulle facce degli artisti, nelle lacrime di Mario Merola che sulla soglia della chiesa di San Ferdinando di Palazzo intonò la canzone di Taranto «Lusingame». Ma stava soprattutto sulle facce – più cupe, oltre gli stanchi rancori e il tormento d’infinite quotidiane sconfitte – del popolo venuto da Forcella e da San Liborio, dalla Duchesca e dalla Pignasecca e dai mille altri quartieri e angiporti di Napoli. Se ne andava l’ultimo artista che aveva saputo coniugare la raffinatezza dello stile con un sentimento, per l’appunto, veracemente e strenuamente popolare.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a Nino Taranto, l’ultimo signore

  1. Rosa Startari scrive:

    Grazie, Enrico.
    Rosa Startari

  2. Enrico Fiore scrive:

    Cara Rosa,
    grazie a lei per l’attenzione che continua a dedicarmi. E grazie a persone come Nino Taranto.
    Enrico Fiore

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