Sfratto di Stato nella Budapest sovranista

Roland Rába in un momento di «Imitation of life», presentato all'Arena del Sole di Bologna (le foto che illustrano questo articolo sono di Marcell Rév)

Roland Rába in un momento di «Imitation of life», presentato all’Arena del Sole di Bologna
(le foto che illustrano questo articolo sono di Marcell Rév)

BOLOGNA – «La sua data di nascita, per favore». «Potrebbe dirmi una data di nascita, così possiamo procedere?». «Se mi dice la sua data di nascita, posso identificarla». «Non posso darle informazioni finché lei non si fa identificare». «Non posso procedere se non si fa identificare». «Se è lei la signora Ruszó che cerchiamo, allora posso darle tutte le informazioni».
È lo stillicidio di richieste burocratiche che Mihály Sudár, un ufficiale giudiziario (ma lui dice di essere il rappresentante della società immobiliare Liquid Spa), rovescia sulla donna alla quale è venuto ad intimare lo sfratto dal suo appartamento a Budapest. E costituisce un esempio probante di ciò che distingue «Imitation of life», lo spettacolo che il Proton Theatre ha presentato all’Arena del Sole di Bologna, nell’ambito del Vie Festival di Emilia Romagna Teatro, per la regia di Kornél Mundruczó, l’ungherese che è oggi uno dei personaggi più noti e apprezzati nel panorama internazionale.
Il testo, scritto da Kata Wéber, parte da fatti concreti, e in parte realmente accaduti, per approdare a una dimensione simbolica, riferita, insieme, alla discriminazione sociale e a quella razziale. Infatti, le ossessive richieste di Sudár che ho citato sono la spia d’allarme dell’atmosfera plumbea che, politicamente parlando, i deliri sovranisti hanno determinato non solo in Ungheria, ma anche in altre parti d’Europa, non esclusa, s’intende, l’Italia.
Così, poniamo, salta fuori che il Servizio Case di Budapest, al momento di assegnare le nuove abitazioni, prende in considerazione chi e come ha vissuto negli appartamenti del Comune. La decisione viene presa sulla base delle registrazioni di video illegali realizzati dall’onorevole Péter Jakab, membro del partito Coscienza Nazionale. E il commento è: «Se il Comune apre un’inchiesta sulla base di registrazioni illegali fatte in una proprietà privata dal membro di un partito di estrema destra, allora è un programma di sfratto a livello statale!».
Non solo. La signora Ruszó dice a Mihály Sudár: «Ricevo 55000 fiorini di pensione d’invalidità, più 5000 fiorini per le spese dei medicinali. Sono cardiopatica». E quando Sudár le risponde cinicamente che lei avrebbe dovuto pensare che, non avendo esercitato nei primi cinque anni il diritto di prelazione, c’era il rischio dello sfratto, la signora replica: «È per la nostra origine. Siamo zingari, per questo siamo criminali, rubiamo i cavi di rame, imbrogliamo sull’elettricità…».
A questo punto, come in una dissolvenza incrociata, la drammaturgia di Soma Boronkay introduce il personaggio del figlio della donna, un ragazzo, István, che, per l’appunto sul piano simbolico, si dipinge la faccia di bianco per non sembrare uno zingaro. E allorché il suo compagno di classe Deszö Balogh gli chiede: «Hai una malattia della pelle?», risponde: «Sì, ce l’ho. Meglio una malattia della pelle che essere zingaro».

Annamária Láng in un altro momento dello spettacolo, diretto da Kornél Mundruczó

Annamária Láng in un altro momento dello spettacolo, diretto da Kornél Mundruczó

István arriva fino al punto di tentare di cospargersi di candeggina. E poi scompare. Ai genitori, tramite Balogh, arriva la notizia che si prostituisce in un albergo e si fa chiamare Silvestro. E il padre non sopporta la vergogna, si sente in colpa. E per consolare la moglie, compra un’anatra per cena. Il seguito lo racconta per l’appunto la moglie: «Il treno merci per Esztergom passa sotto la montagna, è arrivato alle 8:40. Stava in piedi vicino ai binari con la sua coperta. L’anatra si è avvicinata al treno… Voleva cacciarla via da lì con la coperta, ma la coperta è rimasta incastrata nei gradini della carrozza, e il treno lo ha trascinato, sbattuto, schiantato sui gradini. È morto sul colpo. Il treno merci lo ha trascinato via, gli ha strappato i vestiti, lo hanno trovato nudo. Nudo. Il cadavere nudo di Lörinc Ruszó».
Come si vede, è proprio come ho detto: il fatto concreto della morte di Lörinc Ruszó, descritto con una minuzia di dettagli da referto anatomico, sfocia – sul filo di una straziante pietà – nell’alveo di un epicedio simbolicamente riferito al destino di esclusione che tocca, troppo spesso, agli emarginati. Sicché quel cadavere nudo è a sua volta il simbolo dell’uomo spogliato della propria dignità prima ancora che dei propri diritti di cittadino.
È tutto questo che si ritrova nello spettacolo di Mundruczó, considerato il suo capolavoro: uno spettacolo gelido e inquietante, che, non a caso, comincia trasformando il colloquio fra la signora Ruszó e Mihály Sudár in un video, girato col cellulare, in cui si vede sempre e soltanto lei, in primo e primissimo piano. Perché lui è il Potere, spersonalizzato e quindi ancora più temibile, il Potere in sé. Non si deve vedere, si deve «sentire».
Poi, lo spettacolo prosegue dal vivo all’interno di una scatola incastrata a mezz’altezza nel buio totale dello spazio scenico, una sorta di gabbia per cavie. Scopriremo che è stato proprio Sudár a girare quel video. E siccome riceve sul cellulare messaggi che lo invitano a raggiungere un certo magazzino per unirsi a un gruppo che deve andare a «prendere» un barbone, ne concludiamo che forse è uno degli scagnozzi dell’onorevole Jakab.
Comunque, a un certo punto, usciti dall’appartamento lui e la signora Ruszó, che si è sentita male ed è stata portata in ospedale, la scatola comincia lentamente a ruotare su se stessa, rovesciando sul suo pavimento e all’esterno, sul proscenio, tutti gli oggetti che contiene, dai piatti ai soprammobili e al forno a microonde. E quando ritorna nella posizione di partenza, davanti a noi vediamo una vera e propria discarica: la discarica dei sentimenti, delle fedi e delle speranze.
È quella discarica che Mihály Sudár affitta come se fosse un appartamento «normale» a Veronika Fenyvesi. E sarà il ragazzino figlio di quest’ultima a scoprire che, in effetti, l’appartamento è già occupato da István, tornato lì dopo la morte della madre: István che su un tram (il fatto è realmente avvenuto a Budapest nel 2015) ferisce con una spada una giovane rom, come a voler suicidarsi, zingaro anche lui, per interposta persona.
Spettacolo potente, oltre che, come ho detto, gelido e inquietante. Gl’interpreti – Lili Monori, Roland Rába, Annamária Láng, Zsombor Jéger e Dáriusz Kozma – sono perfettamente all’altezza. Ma il miglior elogio che possa farsi a loro e a Mundruczó è constatare il coraggio che hanno avuto nel mettere in scena una simile materia sotto gli occhi di un certo signor Orbán.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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