Il ragazzo di Koltès è in sala, è ciascuno degli spettatori

Pierfrancesco Favino in un momento de «La notte poco prima della foresta», in scena al Bellini (la foto è di Fabio Lovino)

Pierfrancesco Favino in un momento de «La notte poco prima delle foreste», in scena al Bellini
(la foto è di Fabio Lovino)

NAPOLI – «Il teatro non mi è mai piaciuto molto, perché è evidentemente il contrario della vita: eppure ci torno sempre, e mi attira proprio perché è il solo posto nel quale si ammette subito che la vita è altrove».
È sulla base di questa dichiarazione dell’autore, paradossale unicamente all’apparenza, che si deve interpretare il bellissimo monologo di Koltès «La notte poco prima delle foreste», ora presentato al Bellini dalla Compagnia Gli Ipocriti Melina Balsamo nell’interpretazione di Pierfrancesco Favino e per la regia di Lorenzo Gioielli.
Siamo in una città imprecisata. E vi si consuma, sotto una metaforica pioggia, il delirio di uno «straniero» (forse un immigrato, forse un omosessuale, forse un barbone, non importa) rivolto all’invisibile ragazzo – «un angelo in mezzo a questo casino» – da lui abbordato all’angolo della strada. Un delirio che mescola furibondo, e pure tenerissimo, vecchie, arabi, mendicanti, froci, poliziotti, teppisti, puttane, lo schifo di odori, lo schifo di rumori, le zone delle chiacchiere, le zone del dispiacere… e persino un fantasma di donna là su un ponte, uno dei tanti ponti su uno dei tanti canali.
Mi pare indubitabile, allora, che un simile testo, definito da qualcuno «una sola frase di quaranta pagine», trovi il suo leitmotiv – e sul filo di una poesia lacera, che tuttavia prorompe dal buio con l’impavida forza del sangue – nel correre correre correre spesso richiamato dallo «straniero»: giacché, se la vita è per l’appunto «altrove», non è possibile sostare in alcun luogo, ma sempre bisogna, invece, spostarsi il più velocemente possibile. Almeno nell’illusione di catturarla, la vita, nei minimi «interstizi» fra un passo e l’altro, prima che i «controllori» ce ne impongano una fittizia.
Ebbene, la regia di Gioielli si fonda sull’ottima idea di mettere il pubblico al posto del ragazzo di Koltès. Dall’inizio alla fine, il protagonista dello spettacolo scende ad intervalli più o meno regolari in platea, rivolgendo il delirio dello «straniero» a questo o quello degli spettatori. E così lo spettacolo si trasforma, da semplice rappresentazione, in un’assemblea civile e, meglio ancora, in un incontro fra uomini, attraversato, insieme, dal disincanto ironico e da una consolante fraternità.
Splendida, infine, la prova d’attore di Pierfrancesco Favino. Per lui non so trovare elogio migliore del dire che ancora una volta mi ha fatto tornare in mente l’affermazione di Cendrars («Solo un’anima piena di disperazione può raggiungere la serenità, e per essere disperati, bisogna aver molto amato il mondo e continuare ad amarlo») che sempre mi è parso di poter parafrasare osservando che nulla come il teatro si rivela, nello stesso tempo, assolutamente disperato e altrettanto amorevole, essendo per sua natura costretto a fingere la vita nel momento stesso in cui vive.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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