Un Enrico IV che balla tra le lucciole e cita Compare Turiddu

Carlo Cecchi in un momento di «Enrico IV», in scena al Mercadante (la foto è di Matteo Delbò)

Carlo Cecchi in un momento di «Enrico IV», in scena al Mercadante
(la foto è di Matteo Delbò)

NAPOLI – Prima di parlare dell’allestimento dell’«Enrico IV» di Pirandello che Marche Teatro presenta al Mercadante nell’adattamento e per la regia di Carlo Cecchi, ripeto pari pari (e sono perfettamente autorizzato a farlo, visto che i teatranti l’«Enrico IV» di Pirandello ce l’hanno proposto chissà quante volte) ciò che già ho avuto modo di scrivere circa quel testo in innumerevoli occasioni precedenti.
Il vero tema di «Enrico IV» non è la follia, giacché la follia, quella reale, s’è consumata tutta nei vent’anni anteriori: qui siamo, insieme, alla metafollia (alla rappresentazione della follia e/o alla follia come rappresentazione) e all’«epoché», alla sospensione della vita. Poiché l’argomento decisivo del testo in questione – ricorrente nell’intera opera del drammaturgo di Girgenti, ma nella circostanza esibito con il rigore di un teorema – è il tentativo disperato di fissare la vita, ch’è un susseguirsi di momenti di disgregazione (per giunta slegati l’uno dall’altro), in una forma unica, data per sempre e per sempre riconoscibile.
Basta a dimostrarlo la battuta che Enrico IV rivolge a Genoni, fingendo di scambiarlo per l’abate Ugo di Cluny: «Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v’accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese quando ve la vedete d’improvviso consistere davanti, così sfuggita da voi…».
Ecco il punto: per il personaggio chiamatosi Enrico IV la forma di cui sopra è, appunto, l’immutabile ruolo dell’imperatore medievale; e la sua personale «sorpresa» la vita gliela infliggerà quando lo spingerà ad uccidere – veramente, non più come Enrico IV – il barone Belcredi. Allora non gli resterà che tornare a chiudersi (o, meglio, a murarsi, proprio come in un avello) nella forma prescelta. E di qui la non meno decisiva e inequivocabile battuta finale rivolta ai finti Consiglieri Segreti: «Ora sì… per forza… qua insieme, qua insieme… e per sempre!».
Ma niente di tutto questo è dato riscontrare nello spettacolo in scena al Mercadante. Carlo Cecchi infligge al testo tagli che più drastici non si sarebbe potuto immaginare, a partire proprio dall’eliminazione delle citate battute di Enrico IV rivolte a Genoni e ai finti Consiglieri Segreti. E va bene che, nelle sue note di regia, Cecchi dichiari che qui «si recita con Pirandello e anche contro Pirandello», intendendo dire, giustamente, che non si può non prendere posizione contro il famigerato «pirandellismo». E va bene pure che dichiari che il tema del suo spettacolo «è il teatro, quello di oggi: specchio frantumato che riflette la vita della nostra epoca che è (citando Baudelaire) “un deserto di noia” con “oasi d’orrore” che crescono e sempre più si moltiplicano nel mondo». Ma in nessun caso è ammesso che si butti via, insieme con la proverbiale acqua sporca, anche il famoso bambino.
Qui, per esempio, vediamo un Bertoldo/Fino che recita anche la parola «pausa» scritta nelle didascalie e lancia battutine di circostanza contro la produzione, un Carlo Di Nolli che ripete come un mantra «mammà», un Enrico IV che dice «scopa» invece di «se la intende», «segaioli» invece di «buffoni», «cangi-ato», «gi-u-o-co», si mette a ballare sull’onda di «Lucciole vagabonde», cita l’«Hanno ammazzato compare Turiddu» di «Cavalleria rusticana», si rivolge all’attore che giace a terra nel ruolo di Belcredi morto dicendogli: «Alzati, su, ché domani abbiamo un’altra replica»… e così via giocherellando e inanellando amenità.
Ben altro aveva fatto Cecchi come adattatore del testo e regista in occasione dell’allestimento di «Sei personaggi in cerca d’autore» che lo Stabile delle Marche presentò proprio al Mercadante nell’ottobre del 2003: muovendosi sul filo di un’azione di quelle che una volta si sarebbero chiamate situazioniste o comportamentali, paradossalmente (ma solo fino a un certo punto) mise in scena il fatidico capolavoro pirandelliano proprio non mettendolo in scena.
«Vago, ondeggio, oltrepasso il confine e torno indietro». Così Cecchi si espresse a proposito del suo accostarsi ai «Sei personaggi». E questo, in effetti, faceva, letteralmente, sul palcoscenico: nei panni del personaggio/regista, caracollava alla propria maniera – in bombetta, il mezzo toscano fra le labbra e il bastone nella destra – sul limite fra la vita e la rappresentazione, un passo al di là e un passo al di qua.
Ora c’imbattiamo, invece, in un Carlo Cecchi che ha oltrepassato il confine solo per andarsene in vacanza. E tra i suoi compagni di escursione si possono menzionare, sul piano del mero «turismo» attorale, appena Angelica Ippolito (la marchesa Matilde Spina) e Gigio Morra (il dottor Dionisio Genoni).

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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