Stabile del direttore o Stabile del teatro?

Da sinistra, Andrea De Rosa e Antonio Latella ai tempi della loro collaborazione a Napoli

Da sinistra, Andrea De Rosa e Antonio Latella ai tempi della loro collaborazione a Napoli

NAPOLI – Riporto il commento sulle vicende dello Stabile di Napoli pubblicato ieri dal «Corriere del Mezzogiorno».

È un dato di fatto addirittura impressionante, anche se a simili omissioni dovremmo ormai essere abituati come a una malattia cronica. Un mare di parole hanno speso nei giorni scorsi i giornali circa colui che, nel ruolo di direttore dello Stabile di Napoli, dovrebbe sostituire Luca De Fusco, il cui mandato scade a fine anno. Ma neppure una virgola è stata dedicata ai programmi dei candidati alla carica. È come se in un negozio accorsato comprassimo un bella scatola e ci preoccupassimo solo dell’etichetta appiccicata sul coperchio, senza verificare che cosa contiene la scatola.
Così, sono stati tirati in ballo una miriade di nomi, quelli dei soliti noti e pure di qualche «emergente», ma, beninteso, sponsorizzato da taluno dei soliti noti. Si gira in tondo. E certo, siamo perfettamente d’accordo sul livello artistico di molti di quei nomi, però la scelta del successore di De Fusco non può, per esempio, dipendere dai premi vinti dal candidato in questione. I premi lasciano il tempo che trovano, sono talmente numerosi che non significano più niente. E piuttosto, occorrerebbe indagare, poniamo, sulle capacità manageriali di quel candidato.
Infatti, i vincoli burocratici e, peggio, banalmente ragionieristici posti dalla cosiddetta «riforma» ministeriale della prosa all’attività dei direttori dei Teatri Nazionali hanno spinto i principali fra questi a rinunciare al direttore artistico vero e proprio, optando per un semplice consulente artistico che affianca il direttore organizzativo e amministrativo, colui che, in pratica, decide. È accaduto al Piccolo di Milano, con Stefano Massini affiancato a Sergio Escobar, ed è accaduto allo Stabile di Torino, con Valerio Binasco affiancato a Filippo Fonsatti. E allora, qualcuno può dirci, di grazia, che cosa farebbe nel ruolo di direttore dello Stabile di Napoli un Enzo Moscato, al quale ho dedicato anni e anni di studi e pubblicazioni e che, proprio per questo, conosco solo come poeta?

Luca De Fusco

Luca De Fusco

Al riguardo, qualcuno degli amministratori dello Stabile nostrano avrebbe, secondo i giornali, dichiarato che, se si tratta di cambiare tanto per cambiare, tanto vale tenersi De Fusco, che – sempre secondo le dichiarazioni attribuite dai giornali a quell’amministratore – ha aumentato considerevolmente il numero degli abbonati e dato prestigio allo Stabile medesimo portando all’estero le sue produzioni. Ma la dichiarazione, ammesso che sia veritiera, contiene due errori, uno più madornale dell’altro.
Qui non si tratta di cambiare tanto per cambiare, si tratta di cambiare per cambiare. E poi, ci si dovrebbe chiedere da chi è composto l’esercito di questi nuovi abbonati, che cosa sa del teatro, che cosa si aspetta dagli spettacoli compresi nell’abbonamento che ha acquistato. Domenica pomeriggio ho visto al Mercadante la seconda e ultima replica di «Romeo&Juliet, or the merciful land» di Luk Perceval, uno spettacolo tanto raffinato quanto complicato. E in teatro c’erano solo anziani, in prevalenza donne, «deportati» in non pochi casi (lo lasciava capire il loro accento) dai più sperduti paesi dell’entroterra campano e che (lo lasciavano capire i loro commenti) si son trovati assolutamente smarriti di fronte alla drammaturgia complessa e del tutto fuori dai canoni che a loro veniva offerta.
In proposito, penso a Emilia Romagna Teatro. Ha creato con l’editore Luca Sossella una collana, «Linea», che pubblica i testi (quelli nuovi, s’intende) degli spettacoli di sua produzione. Sono volumetti eleganti nella veste grafica e utilissimi per l’apparato critico e filologico con cui corredano il testo. Allo Stabile di Napoli, invece, danno agli spettatori uno striminzito foglietto fotocopiato, scritto (evidentemente a beneficio della vista potente degli anziani di cui sopra) in caratteri microscopici e che contiene appena qualche pallido cenno sulla trama, sull’autore e sul regista e nemmeno (quando si tratta di spettacoli ospiti) l’elenco personaggi/interpreti.
Insomma, per tornare alla sfilza dei nomi di candidati alla direzione dello Stabile pubblicata dai giornali, s’impone una semplicissima obiezione: parliamo dello Stabile del direttore o, come sarebbe necessario, dello stabile del teatro? E dunque, se si tratta di puntare sul pregresso, mi sento di proporre anch’io un «papabile»: Andrea De Rosa, che ha già diretto il nostro Stabile con pieno merito, che, per esempio, a San Pietroburgo fa regie liriche in serie avendo sul podio un certo Gergiev e che, soprattutto, di recente ha presentato uno spettacolo su Pulcinella prodotto proprio dallo Stabile di Napoli e che aveva il pregio incommensurabile di mettere sotto accusa la tradizione immobile e malintesa che imprigiona da sempre la cultura e, in particolare, il teatro nostrani.

Enzo Moscato

Enzo Moscato

Non solo. C’è da considerare che il testo di quello spettacolo l’ha scritto Linda Dalisi, che firma le drammaturgie delle messinscene di Antonio Latella alternandosi con Federico Bellini. E nel testo in questione, «E pecché? E pecché? E pecché? Pulcinella in Purgatorio», ricorre la stessa citazione da Dante («Sette P ne la fronte mi descrisse / col punton de la spada, e “Fa che lavi, / quando se’ dentro, queste piaghe” disse») che compare anche nel testo di Federico Bellini su cui si baserà «Una Divina Commedia Dante Pasolini», lo spettacolo di Latella che, come anticipai su queste pagine, debutterà il 22 marzo al Residenztheater di Monaco.
Questo significa la creazione, in concreto, di quella che si chiama «factory». E significa rintracciare delle affinità elettive e, sulla base di quelle, stabilire delle alleanze creative. Significa, in definitiva, avere in testa una strategia che va oltre il teatro di puro intrattenimento e consumo per indirizzarsi verso un’autentica crescita culturale e civile del pubblico.
Ma il rimando al Residenztheater di Monaco mi suggerisce di concludere quest’intervento con una considerazione circa la compagnia stabile. Frequento da anni alcuni dei maggiori teatri di lingua tedesca, in Germania, in Austria e in Svizzera. E là quella della compagnia stabile è un’istituzione in vigore, praticamente, da sempre. Solo che gli attori che ne fanno parte non recitano in tutte indistintamente le produzioni di questo o quel teatro. Vengono utilizzati a rotazione, secondo le caratteristiche espressive di ciascuno che il regista di turno ritiene particolarmente adatte al personaggio di volta in volta portato in scena.
Sappiamo che cosa, invece, capita allo Stabile di Napoli. Capita che determinate attrici e determinati attori interpretino l’uno dopo l’altro, senza soluzione di continuità, tutti i personaggi capitali della storia del teatro che i loro illustri colleghi di un tempo interpretarono nell’arco di un’intera carriera. E i risultati si vedono, purtroppo. S’alternano prove (talvolta) di rilievo e cadute rovinose. Con tanti saluti alla politica (nel senso nobile del termine) che uno Stabile, per giunta Nazionale, dovrebbe perseguire.

                                                                                                                                         Enrico Fiore

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2 risposte a Stabile del direttore o Stabile del teatro?

  1. Raffaele Mastroianni scrive:

    Si parla di numeri citando l’aumento dei biglietti venduti con la gestione De Fusco, sarebbe interessante conoscere la somma effettivamente incassata. Vendere tessere di 5 spettacoli a 20 euro ai giovani ha certo fatto numero ma non so quanto ha aiutato.
    Spettacoli del Mercadante in giro all’estero? Sarebbe il caso di elencarli e indicare quali hanno comportato scambi con la programmazione dello Stabile e del Festival.
    De Rosa ha firmato gran belle regie prima e dopo la sua direzione, anche se forse come direttore ha deluso un poco.
    Sarebbe importante varare un programma che individui quale ruolo debba avere lo Stabile di Napoli e quale progetto debba perseguire in quanto Teatro Nazionale. Altresì, sarebbe opportuno una riflessione su una eventuale altra scuola, magari ragionando sui risultati ottenuti da Emma Dante a Palermo.
    Sul San Ferdinando neppure mi esprimo, serve solo a far numero di poltrone per rientrare nei limiti previsti dal Ministero. Si entra nella sala del Mercadante e non c’è rischio d’incontrare informazioni o promozioni su quanto in scena al San Ferdinando.
    Infine, su numeri, incassi, qualità e gradimento sarebbe utile un confronto tra lo Stabile e il Bellini.
    Raffaele Mastroianni

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Raffaele,
    non posso che dichiararmi perfettamente d’accordo.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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