Se Romeo ritrova Giulietta da vecchio. In una casa di riposo

Dmitry Vorobyov in un momento di «Romeo&Juliet, or the merciful land» (le foto che illustrano questo articolo sono di Stas Levshin)

Dmitry Vorobyov in un momento di «Romeo&Juliet, or the merciful land»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Stas Levshin)

NAPOLI – «Rosa». E poi: «Rosa pimpinellifolia», «Rosa majalis», «Rosa rubiginosa» e «Rosa tomentella». Sono le prime parole che pronuncia il personaggio protagonista di «Romeo&Juliet, or the merciful land (Romeo e Giulietta, o la terra misericordiosa)», il testo di Luk Perceval – ispirato, insieme, alla celeberrima tragedia di Shakespeare e al romanzo di Verhlust «The librarian» – che il Bolshoi Drama Teatr – Georgy Tovstonogov di San Pietroburgo ha presentato al Mercadante in un allestimento diretto dall’autore.
Dunque, quel personaggio accoppia il nome della donna che, come apprenderemo, è colei che ridesta un amore perdutosi nel tempo e i nomi di alcune delle varie specie del fiore chiamato per l’appunto rosa. E basterebbe questo a dire che, qui, bisogna andare oltre la trama in sé per capire quali sono i temi profondi messi sul tappeto. Del resto, l’ha dichiarato esplicitamente lo stesso Perceval: «Questo è un gioco sul nostro atteggiamento verso la morte, sul desiderio, sulla malinconia e sull’invecchiamento».
In breve, «Romeo&Juliet, or the merciful land» narra di un ex bibliotecario che, superati i settant’anni, trova il modo di evadere dal tormento di una vita ormai soltanto subita nella finzione di una demenza senile che obbliga la famiglia a rinchiuderlo in una casa di riposo. E in questo luogo, che assume per lui la dimensione simbolica della pace e della libertà, scopre – sul filo dei versi dell’amato Shakespeare – che fra gli altri ricoverati c’è anche quella Rosa Rosendals che fu la sua Giulietta, colei che incontrò fugacemente su un balcone quand’erano entrambi diciassettenni e poi smarrì per colpa della propria timidezza. Ma ecco il punto: questo racconto si svolge solo nella mente dell’ex bibliotecario.
Davvero non a caso, infatti, il personaggio in questione viene chiamato Desiderio Cordier. Per lui non esiste l’amore, esiste appena il desiderio dell’amore. E quindi, ritorna nella circostanza il tema che già era al centro di «The Year of Cancer», il primo spettacolo del regista fiammingo presentato in Italia e che vidi nell’aprile scorso al Piccolo Teatro Strehler: il tema dello scontro inesausto fra le parole e il corpo. La situazione è capovolta, perché adesso abbiamo un uomo e una donna che vogliono ritrovarsi mentre allora avevamo un uomo e una donna che volevano lasciarsi. Ma s’insiste ad aggrapparsi alle parole, alle parole che, ora, hanno il compito di esorcizzare i cedimenti di un corpo sempre più debole e stanco.
Quando viene invitato a ballare in occasione del compimento dei suoi settantaquattro anni, l’ex bibliotecario «travestito» da Romeo ribatte: «Ballate pure, se volete scaldarvi; io reggo il moccolo e sto a guardare». E per questo, ovviamente, Desiderio s’affretta – già in apertura, e dunque in posizione fortemente icastica – ad affiancare al nome della donna che amò quelli delle specie del fiore che ha lo stesso nome. È la spinta insopprimibile a trasferire nel dominio della realtà fisica, ossia per l’appunto nella verità del corpo, quello che è solo un fantasma partorito, per l’appunto, dalla volontà che anche nel mondo accada ciò che accade nell’anima e nel dominio del sentimento.

Da sinistra, Irute Vengalite, ancora Vorobyov e Varvara Pavlova in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Luk Perceval

Da sinistra, Irute Vengalite, ancora Vorobyov e Varvara Pavlova
in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Luk Perceval

D’altronde, è sempre in apertura (e sempre, perciò, in posizione fortemente icastica, a titolo di annuncio e sottolineatura preventiva di quanto ci verrà detto dopo) che lo scontro fra le parole e il corpo tocca l’acme della violenza: quando all’elenco dei nomi eleganti e gentili delle varie specie di rosa fa immediatamente seguito la dichiarazione: «Mi rendo conto che questa situazione è frutto di una mia decisione totalmente consapevole. Ma non riesco ancora ad accettare di dover cagare a letto, ogni notte».
Penso, allora, di poter definire «Romeo&Juliet, or the merciful land» prendendo in prestito da Deleuze la stessa affermazione che utilizzai a proposito di «The Year of Cancer» e della situazione della coppia che ne era protagonista: «In amore l’essenza s’incarna anzitutto nelle leggi della menzogna». E magari Rosa e Desiderio potrebbero, adesso, ripetere il dialogo decisivo che si svolge, appunto, fra la donna e l’uomo di «The Year of Cancer». A lei che dice: «Forse, quando s’incontra il grande amore della propria vita, bisogna prima guardarsi intorno e vivere altre esperienze. E poi tornare indietro, dopo aver considerato bene tutto» lui replica: «Sì, ma a quel punto è troppo tardi».
Qui, infatti, a prevalere è, in fondo, la coscienza dell’ineluttabilità della morte. Dice Rosa: «Mi voglio tuffare nel pieno della vita come se, nella vita, non ci fosse mai stato nulla di vivo». E nell’ultima scena arriva, dopo l’annuncio che l’ex bibliotecario è morto, la precisazione che «non è semplicemente morto», ma «si è buttato dalla finestra». Già, a sua volta Desiderio Cordier potrebbe prendere in prestito i versi di Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. / Sarà come smettere un vizio, / come vedere nello specchio / riemergere un viso morto, / come ascoltare un labbro chiuso. / Scenderemo nel gorgo muti».
Ebbene, Luk Perceval, in quanto regista, illumina tutto questo attraverso un allestimento che accoppia, in maniera esemplare, una lucidità che sa di geometria e un’inventiva che ha il respiro della poesia.
Tanto a partire dall’impianto scenografico ideato dalla fedele Katrin Brack. L’azione si svolge in prevalenza su una pedana centrale, rotonda e a tratti girevole, collocata davanti a una gradinata semicircolare, su cui prendono posto delle donne anziane e alcuni infermieri. E se all’inizio quelle donne e quegli infermieri si addormentano, poi, appena Desiderio/Romeo mette piede sulla pedana, si destano e diventano, di volta in volta, le ricoverate nella casa di riposo e chi le assiste, le voci che si agitano nella testa del protagonista e coloro che la compassione spinge ad assecondare la demenza di Desiderio che credono autentica: sempre restando, comunque, spettatori che assistono a una recita.
Accade, così, che Monique, la moglie dell’ex bibliotecario venuta a trovarlo, giunga persino a dimenticare il risentimento verso il marito e ad accollarsi il ruolo di Giulietta, ripetendo le parole che per quel personaggio scrisse Shakespeare; mentre Rosa se ne sta lontana, in cima alla gradinata e mostrando le spalle al pubblico: giacché, in quanto Giulietta, non esiste, se non nel sogno di Desiderio. In quanto Rosa, invece, s’ammalerà e, stando sdraiata, sempre sulla sommità della gradinata, verrà coperta con un lenzuolo bianco, che Desiderio le tirerà sulla faccia quando morirà. E non a caso, sarà lui stesso a comunicare che si è suicidato: se tutto, ripeto, è accaduto solo nella sua mente, non poteva che morire a propria volta, e nel momento esatto in cui è venuto meno il corpo, quello di Rosa, che aveva scelto come referente del sogno d’essere Romeo.
A questo punto non mi resta che sottolineare la prova strepitosa degli attori in campo, che cito, tutti, senza distinzione: Dmitry Vorobyov (Desiderio/Romeo), Irute Vengalite (Monique), Varvara Pavlova (Charlotte, la figlia di Desiderio), Polina Dudkina (Aisha/Juliet), Rustam Nasyrov (infermiera/Benvolio), Maria Schulga (Rosa), Irina Patrakova (infermiera/Mercuzio/ Nanni), Aleksandr Ronis (il prete Dirk/Lorenzo) e le incantevoli componenti del coro Myosotis. La differenza fra gli attori russi e molti dei nostri sta nel fatto che gli attori russi ci credono ancora, mentre molti degli attori italiani fanno venire subito in mente gl’impiegati al catasto, stazionano sul palcoscenico come se, avendo timbrato il cartellino, non vedano l’ora che finisca il tempo che devono trascorrere dietro la scrivania.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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2 risposte a Se Romeo ritrova Giulietta da vecchio. In una casa di riposo

  1. Ascanio Ferrara scrive:

    Gentile dott. Fiore,
    anch’io ieri sera, assistendo allo spettacolo, ho avuto la sensazione che il tema di fondo dello stesso riguardasse il nostro atteggiamento verso la morte, ovvero la coscienza dell’ineluttabilità della morte. Potrebbe chiarirmi tale aspetto dello spettacolo da Lei evidenziato nella recensione (peraltro, come sempre, illuminante e stimolante)?
    Molte grazie e saluti.
    Ascanio Ferrara

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile amico,
    grazie a lei per l’attenzione che mi riserva. In breve, posso risponderle che lo spettacolo verte sul tentativo disperato da parte di Desiderio/Romeo di esorcizzare la paura della morte barricandosi nel sogno di un se stesso giovane che s’illude di ritrovare in una ricoverata vera, Rosa, l’amore di un tempo lontano, prigioniero, cioè, di una “separazione” per proprio conto esorcizzata attraverso le alate parole di Shakespeare.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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