Fra Totti ed Ecuba non mettere la Pagano

Angela Pagano con la cagnetta Mimì in un momento di «Replay», in scena nel Ridotto del Mercadante

Angela Pagano con la cagnetta Mimì in un momento di «Replay», in scena nel Ridotto del Mercadante

NAPOLI – «Pure ‘o rigore, pure il rigore, ha sbagliato! Ma no che l’ha tirato addosso al portiere, oppure sul palo, la traversa, che, diciamo, può capitare – sempe grave è, pecché, se sei veramente giocatore, nun aviss’ ‘a sbaglia’, ma può capitare – no!, chillo ‘o tira ‘ncielo! L’ha sacrificato agli Dei».
È l’autentica battuta-chiave di «Replay» (sottotitolo: «Pressing logorroico per attrice sola e cane»), l’atto unico di Antonio Marfella che Magazzini di Fine Millennio presenta nel Ridotto del Mercadante per la regia dell’autore e, ciò che più conta, l’interpretazione di Angela Pagano. Ed è la battuta-chiave perché allude, insieme, al plot e al gioco drammaturgico che quel plot innesca; mentre dico che conta soprattutto l’interpretazione di Angela Pagano perché risulta piuttosto evidente che è stata lei a ispirare e, di fatto, a scrivere il testo in questione.
Qui c’imbattiamo nella Pagano che ha lasciato in fretta e furia le prove de «Le Troiane» per correre a casa a godersi in televisione la partita della Roma. Ed è facile immaginare che cosa ne deriva: assistiamo all’inevitabile e inesausto scambio fra le dimensioni privata e pubblica della protagonista, da un lato il tifo, di cui pochi erano a conoscenza, per i «lupi» del pallone e dall’altro la sapienza accoppiata con un gran bel caratterino che, invece, sono abbondantemente noti a chi la Pagano conosce e frequenta, da amico o, più semplicemente, da spettatore.
Infatti, il seguito immediato della battuta citata è: «Eccomi di nuovo ad invocare gli Dei, i miei peggiori alleati». E fin qui è di scena l’attrice, perché queste sono parole di Euripide. Ma subito dopo arriva l’assolo da guastatore del caratterino: «Si può dire anche così questa battuta: rassegnata, sconfitta, ma con un desiderio come di rivalsa, insomma cchiù dignitosa, da regina, pecché Ecuba è ‘na riggina, chillo m’ ‘a vo’ fa fa’ comme ‘na vecchia ‘nzallanuta!». Con l’aggiunta: «Questo perché non è capace, è pigro, non va in profondità, è ‘nu dilettante, vulesse sapé chi ‘nce l’ha mannato, d’ ‘a Russia, d’ ‘a Bulgaria, ‘a do’ vene isso, fino a ccà».
Per la cronaca, e sia detto specialmente a beneficio di chi non vide quell’allestimento de «Le Troiane», che debuttò nel luglio del 2016 nel parco archeologico Pausilypon, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, i «dilettanti» erano due: i russi Valery Fokin e Nikolaj Roshchin, che, venuti dal Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo, imposero ad Angela Pagano un’Ecuba che, oltre ad essere «’nzallanuta», era persino un po’ alticcia.
Ma lo scambio fra le due dimensioni della protagonista tocca, oltre i limiti del divertissement, anche le sponde delle mille paure che attengono al mestiere in sé. Per esempio, quando un vuoto di memoria impedisce ad Angela di cantare l’inno della Roma composto da Antonello Venditti, che confonde con una canzone di Gabriella Ferri, lei osserva con sgomento: «Maronna mia… Nun voglia maje Ddio me succedesse in scena ‘nu fatto ‘e chiste… sarebbe la morte… Pecché chella è ‘a morte, quando, di punto in bianco, la parola viene meno… ma no la parola in sé, chi se ne fotte della parola, chella se cagna, se ne inventa una diversa e se va annanze, quanti vvote… ‘o prublema è quanno… se stuta ‘a luce e nun saje cchiù addo’ t’hê acchiappa’… pecché chella battuta, agliuttuta ‘a chi sa qua’ puzzo senza funno, s’è purtata appriesso il gesto, il colore, il tono, insomma tutta la musica del personaggio…».

Angela Pagano in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Antonio Marfella

Angela Pagano in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Antonio Marfella

Già, è capace pure di simili affondi l’esile copioncino di cui parliamo. E se, sempre sul piano del divertissement, Angela commenta la sospensione per pioggia della partita Roma-Atalanta ancora con i versi di Euripide («Così, anch’io, travolta da tutti questi dolori, non ho più parole, mi arrendo e non dico più niente. Ha vinto questa disgraziata tempesta che gli Dei ci hanno mandato»), impagabile, sul versante della sua sacrosanta perfidia, appare la battuta che rivolge all’inseparabile cagnetta Mimì: «Lo sai che ti dico, Mimì? La memoria è sopravvalutata. Vulesse essere cane comm’a te. Purtroppo, però, sono nata attrice. Guarda come è ingiusto il mondo, eh? Conosco tante cagne, più cagne di te, che si ostinano, invece, a fare le attrici. Dico io, chi ve lo fa fare? Avete ricevuto il dono della cagnità, perché vi volete affliggere con la memoria?».
Giusto il titolo, poi, il desiderio di rivedere un gol si confonde con una malinconica riflessione sulla vita: «Si tribola talmente tanto, nell’attesa di un istante di gioia, e, quando finalmente arriva, te lo perdi. E dopo è troppo tardi. Vorresti riacchiapparlo, ma non puoi, perché la partita deve andare avanti, inesorabilmente. E dopo, quando l’arbitro fischia la fine, rischi di lasciare gli spalti senza sapere bene che è successo, come è successo… E che ti resta? Cornici vuote da attaccare alle pareti».
Tutto questo senza contare le incontrovertibili bordate contro la situazione odierna del teatro, tipo: «Stavo sempre in giro, mesi e mesi, perché allora c’erano le tournée. No comm’a mò che i teatri sono fermi, stabili: quaranta giorni di prove e sette repliche, il che autorizza a fa’ spettacoli ‘e mmerda, pecché tanto nun ‘e vede nisciuno». E adesso voi vi aspettate che, per concludere, io mi metta a parlare di come Angela Pagano recita nella circostanza? E che cosa dovrei dire? Angela Pagano è un monumento del nostro teatro. E sui monumenti non c’è niente da dire. Li si guarda e si riflette su ciò che di significativo rappresentano, magari ricavandone una lezione per il presente.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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