Il moschettiere Latella e il suo drammaturgo psicopatico

Da sinistra, Nicola Mastroberardino, Vincent Glander, Elias Eilinghoff e Michael Wächter ne «I tre moschettieri» (le foto dello spettacolo sono di Sandra Then)

Da sinistra, Nicola Mastroberardino, Vincent Glander, Elias Eilinghoff e Michael Wächter ne «I tre moschettieri»
(le foto dello spettacolo sono di Sandra Then)

BASILEA – Riporto la recensione, pubblicata ieri dal «Corriere del Mezzogiorno», de «I tre moschettieri», lo spettacolo che Antonio Latella ha presentato al Theater Basel, il teatro comunale di Basilea.

Ho cominciato una minitournée al seguito di Antonio Latella: il quale – ad ulteriore riprova della molteplicità e della multiformità dei suoi interessi, oltre che della sua fantasia – prima s’è presentato al Theater Basel, il teatro comunale di Basilea, con uno spettacolo ispirato a «I tre moschettieri» di Dumas e poi, il 22 marzo prossimo, si trasferirà a Monaco, dove, al Residenztheater, porterà in scena «Una Divina Commedia Dante Pasolini». E al riguardo è proprio il caso d’insistere per l’ennesima volta sulla perdita subita dal teatro nostrano: Latella, nato da queste parti e che oggi dirige il Settore Teatro della Biennale, aveva accettato di venire a lavorare a Napoli, come direttore artistico del Nuovo, ma fu costretto a scappar via dopo meno di un anno.
Però, mi affretto a chiudere la parentesi e passo subito a d’Artagnan e soci. Per dire, innanzitutto, che qui il romanzone di Dumas padre costituisce solo un pretesto. Il copione di Federico Bellini è una sfrenata e irresistibile sarabanda che assume i personaggi dello stesso d’Artagnan, di Aramis, di Athos e di Porthos e dei loro rispettivi servi Planchet, Bazin, Grimaud e Mosqueton come pure funzioni intercambiabili, allo scopo di dar luogo a un gioco di opposti.

Antonio Latella (foto di Andréj Shapran)

Antonio Latella
(foto di Andréj Shapran)

Per esempio, Grimaud, che nel romanzo non parla quasi mai, adesso non solo è loquacissimo, ma ha il compito di pronunciare le battute determinanti. E il capovolgimento, del resto, riguarda persino il celebre motto «tutti per uno, uno per tutti»: infatti, la sequenza iniziale, spacciata con plateale ironia per «calcolo matematico dei tre moschettieri: movimento algebrico», ci presenta l’uno dopo l’altro d’Artagnan, Aramis, Athos e Porthos mentre, ciascuno per conto suo, riflettono sulla propria solitudine, e capiscono che si sentono soli perché sono soli. Forse meditano di sostituire il «tutti per uno, uno per tutti» dumasiano con il teorema grillino «uno vale uno».
Tuttavia, pur se molto divertente, questo gioco degli opposti non è affatto innocente: giacché, poniamo, al contrasto fra l’anarchica Commedia dell’Arte e la paludata Comédie-Française s’accompagnano, a mo’ di vero e proprio ossimoro, da un lato la citazione del «Don Chisciotte», il testo che sancì la frattura decisiva tra le parole e le cose, e dall’altro quella di «Otello», la tragedia in cui, al contrario, si celebra la potenza del linguaggio come «corpo verbale». E non sorprende, perciò, che d’Artagnan si produca in un affondo del genere: «[…] la domanda sorge spontanea: perché i tre moschettieri e non i quattro moschettieri? A questa domanda di drammaturgia ragionata alla tedesca può solo rispondere DumasDumasDumas, che non risponde; quindi i quattro moschettieri, per restare tutti nel titolo e dare dignità alla loro nuova compagnia, a turno si escludono e si includono».
Lo capite, è inutile che mi soffermi più di tanto sul coraggio e la faccia tosta congiunti di mettere simili battute in bocca ad attori di etnia e lingua tedesche, e sul principale palcoscenico della Svizzera tedesca. E come se non bastasse, a d’Artagnan fa eco il Planchet che, prendendo spunto da Ronzinante, dichiara: «Questo è il momento dei momenti… Piace tanto agli ippodromi, scusate, ai teatri tedeschi, rompere la quarta parete per scendere tra il pubblico, per un teatro partecipato. Io odio partecipare; ma facciamolo! Ma poi chi cazzo l’ha tirata su la quarta parete, anni e anni di quarta parete… Anni e anni di introspezione… Anni di Stanislavskij, quel pazzo cavallo russo! Voglio essere un cavallo libero, voglio… galoppare».

Nicola Mastroberardino (d'Artagnan) in un altro momento dello spettacolo

Nicola Mastroberardino (d’Artagnan) in un altro momento dello spettacolo

Naturalmente, lo scherzo e la provocazione investono, con salutare autoironia, anche gli stessi autore e regista dello spettacolo in questione. Sentite che cosa dice, fra l’altro, il solito Grimaud: […] continua (Latella, n.d.r.) a parlarci del fatto che i moschettieri sono tre e non sono quattro, ma nessuno di noi sta facendo i moschettieri, abbiamo fatto tutto tranne i moschettieri; con quel pazzo psicopatico del suo drammaturgo Bellini che sono tre anni che lavora qui a Basilea, tre anni con il suo regista, e che in tre anni non ne hanno fatto mezza buona, perché sempre troppo, troppo, troppo di tutto, troppo italiani, […] e allora hanno scelto un testo francese per essere un po’ più francesi e un po’ meno italiani, sicuramente non tedeschi perché sono ossessionati dai drammaturghi tedeschi, dalla drammaturgia tedesca che sfidano a duello con questo spettacolo, ma è un duello che hanno perso da almeno trent’anni e nonostante questo sono guasconi più dei moschettieri».
A proposito del gioco di opposti, faccio infine l’esempio del richiamo all’attualità (Grimaud che grida a Planchet: «Ma stai zitto, non sei al Globe! L’Inghilterra è ancora lontana! L’inghilterra è sempre più lontana! Straniera! Estranea!») affiancato alla conclusione nient’affatto ovvia di Athos («Uno uguale noncuranza. […] siamo costretti a constatare che il vivere nella noncuranza rende l’occidentale tranquillo anche nell’incertezza. Nonostante l’alternarsi continuo di incertezza e tranquillità, siamo quasi sicuri, se di sicurezza si può parlare, che un’intera vita nella noncuranza sarebbe come se ci rifiutassimo di vivere».
L’allestimento, poi, è un’instancabile girandola d’invenzioni, addirittura stupefacenti e tutte, per giunta, collegate fra loro da una coerenza contenutistica e formale che sposa perfettamente la fantasmagoria delle parole con l’autentico virtuosismo dispiegato dai quattro interpreti – Nicola Mastroberardino, figlio di un’italiana e di uno svizzero (d’Artagnan/Planchet), Michael Wächter (Athos/Grimaud), Elias Eilinghoff (Porthos/Mosqueton) e Vincent Glander (Aramis/Bazin) – a fronte di uno spazio scenico lasciato completamente vuoto proprio per ribadire la centralità dell’attore.
Il loro «numero» di tip tap, per esempio, suscita una vera ovazione. E per quanto riguarda la coerenza di cui dicevo, mi limito a citare il momento che vede i quattro «moschettieri» caracollare sull’onda della «Marcia di Radetzky»: col che, in un colpo solo, si battono in breccia due fra le più accorsate attrazioni turistiche, Lipizza e il Concerto di Capodanno a Vienna. E poiché incombe il festival di Sanremo, ecco i nostri che – Quartetto Cetra redivivo o Ricchi e Poveri riuniti – sciorinano in coro al proscenio «Ti amo» di Tozzi, «Laura non c’è» di Nek, «Senza una donna» di Zucchero, «Meravigliosa creatura» della Nannini e «Felicità» di Al Bano e Romina. Mentre il romanzone di DumasDumasDumas diventa, sotto una lampadina appesa a un filo, uno di quei libri-gioco per bambini che, quando si aprono, lasciano balzar fuori dalle pagine figure tridimensionali da favola.
Chiudo. E, si capisce, non perdo assolutamente tempo a sottolineare la differenza, evidentissima per chiunque voglia pensare e non voglia mentire, fra queste incursioni di Latella e le trasferte all’estero di taluni personaggi dell’«establishment» teatrale napoletano: trasferte che, puramente e semplicemente, s’inscrivono nella tristissima politica dello scambio che sta mortificando e, a poco a poco, uccidendo il teatro.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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