Bestie nude e pudiche, in fuga dalla rappresentazione

Un momento di «Bestie di scena», lo spettacolo di Emma Dante proposto al Bellini (le foto che illustrano l'articolo sono di Masiar Pasquali)

Un momento di «Bestie di scena», lo spettacolo di Emma Dante proposto al Bellini
(le foto che illustrano l’articolo sono di Masiar Pasquali)

NAPOLI – Esistono pochissimi esempi di un teatro lontano come quello di Emma Dante dalla mai troppo vituperata rappresentazione. E «Bestie di scena», al Bellini fino a domenica, lo dimostra, ove pure ce ne fosse ancora bisogno, al di là di ogni possibile dubbio.
Voglio dire, in breve, che il teatro di Emma Dante fugge continuamente da se stesso (ossia dalla parte di se stesso che si configura come mimesi della realtà) per trovare rifugio e conforto (o anche rischi) nella vita. Lo dichiarano, del resto, già le note di regia: quando la Dante dice che in questo spettacolo «c’è una comunità in fuga» che finisce su un palcoscenico, «il luogo del peccato», e aggiunge: «Le bestie di scena non fanno altro che immaginare. S’illudono di vivere, tenendo tra le mani oggetti in prestito».
Ebbene, il concetto-cardine su cui ruota l’allestimento – lucido fino ad essere crudele, e inquietante e consolante insieme – consiste nella proclamata necessità che a quelle «bestie» si tolgano finalmente il vizio e la capacità d’immaginare per condurle alla verità che di tutte le immagini è più forte, la verità del corpo. E così, sul palcoscenico, gli attori si spogliano di tutto quanto principalmente costituisce, per l’appunto, il teatro di rappresentazione (ovvero il testo e i costumi) e rimangono nudi, letteralmente e metaforicamente.
Per di più, il concetto-cardine di cui sopra s’incarna nel salutare ossimoro che presiede, congiuntamente, alla forma e al contenuto dello spettacolo: quello determinato dal fatto che le «bestie» in questione sono, nello stesso tempo, nude e pudiche. Ed è salutare, tale ossimoro, perché qui, in effetti, si compie un percorso iniziatico, che approda a un autentico rito di purificazione.
Si tratta, in altri termini, di una vera e propria presa di coscienza in progress da parte dell’«animale» chiamato attore. Infatti, entrando in sala, il pubblico trova le «bestie» che sul palcoscenico sono impegnate nel «training», ancora vestite degli indumenti informali del caso; poi le vede gettare in platea magliette e scarpe; e infine se le ritrova davanti completamente nude, ma attente a coprirsi con le mani i genitali e, le donne, anche il petto. E se qualcuno deve fare delle mani un uso diverso, ad esempio per bere da una tanica, subito provvedono le mani di un collega o di una collega a far le veci della proverbiale foglia di fico.

Un altro momento di «Bestie di scena», in cartellone fino a domenica

Un altro momento di «Bestie di scena», in cartellone fino a domenica

Siamo di fronte – e si capisce, anche in chiave comica – alla metafora centrale: le mani che freneticamente corrono a coprire peni, vagine e mammelle comunicano la nostalgia del costume provata dalle «bestie» ora private di quella protezione o, meglio, di quell’alibi. E un equivalente della «missione di soccorso» assunta dalle mani viene costituito dai «numeri» emblematici (come le figure della danza classica e gli affondi della scherma) a cui reiteratamente s’abbandonano i «penitenti» (o i «pellegrini» che dir si voglia).
È la coazione a ripetere propria dell’attore, che non può fare a meno di mascherarsi/corazzarsi con un ruolo. Ma, non a caso, al termine di ognuno dei «numeri» di cui parlo chi lo aveva eseguito crolla a terra come morto o, almeno, tramortito. E comunque, immediatamente il demiurgo/sacerdote (ovvero Emma Dante) arriva con implacabile determinazione a vanificare quelle evasioni: quando, poniamo, obbliga le «bestie» a lavare e rilavare le tavole del palcoscenico mentre si sente la fatidica «Only you» dei Platters.
L’esempio, manco a dirlo, riguarda una delle sequenze più importanti e toccanti dello spettacolo: una sequenza che sposa la spettacolarità più risaputa ed evasiva con il più severo e inflessibile richiamo all’ordine. E d’altronde, non meno impietosi risultano i «contrappassi» con cui la Dante punisce i tentativi delle «bestie» di tornare all’acquietante pratica della rappresentazione: vedi, tanto per citarne solo due, la regressione al livello delle scimmie, con annesse noccioline sputate sugli spettatori delle prime file, e l’alterco, per l’appunto «animalesco», che divampa fra due dei penitenti/pellegrini fino a tradursi in feroce turpiloquio e oscene prese ai «pendagli».
Comunque, il percorso che conduce alla palingenesi si compie. Alla fine piovono sul palcoscenico altre magliette e altre scarpe, ma le «bestie» le lasciano lì a terra, addirittura come se non sapessero a che cosa servono. E si schierano fianco a fianco alla ribalta, ormai fiere del loro corpo nudo.
Non rimane, a questo punto, che citare tutti gli splendidi interpreti di un simile – coraggioso e coinvolgente – atto di autoanalisi volto ad avvicinare il teatro alla quotidianità: Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli, Marta Zollet, Daniela Macaluso e Gabriele Gugliara.
Chiudo sottolineando che, con la minipersonale dedicata ad Emma Dante («Bestie di scena» è stato preceduto da «La scortecata»), il Bellini offre un’altra prova del fatto che, da qualche anno, si pone – per l’acume e la varietà dei suoi cartelloni – come il miglior teatro di Napoli. E pensate che martedì sera ospitava pure, nella sala piccola, la «prima» di «Vocazione», lo spettacolo, ugualmente strepitoso, di quel non meno grande «eccentrico» che si chiama Danio Manfredini.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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2 risposte a Bestie nude e pudiche, in fuga dalla rappresentazione

  1. Raffaele Mastroianni scrive:

    Magnifico davvero il dittico di Emma Dante presentato dal Bellini.
    Due spettacoli perfetti, diversi per molti aspetti eppure uniti nel trattare la solitudine e la distanza dal potere.
    “Bestie di scena” è un lavoro dalla bellezza atroce che ci riporta a pensare a “Questo buio feroce” in cui viviamo fuori dalla finzione scenica.
    Uno splendido lavoro che mi ha emozionato tantissimo e fatto tornare in mente il dipinto del “Quarto stato” e la tragica poesia del Pasolini di “Salò”.
    Emma Dante è uno dei pochi che ancora riesce a rendere vivo, attuale, utile, politico il teatro.
    Di totale e interdisciplinare bravura tutti i suoi artisti.
    Peccato che Napoli abbia disperso un legame con la Dante, un legame che poteva e doveva renderci davvero protagonisti europei in un Teatro Nazionale.
    Di grande rilievo anche la capacità formativa di Emma Dante, che dalla scuola del Biondo di Palermo, non di Milano, ha regalato alle scene attrici e attori di grandissimo valore.
    Da noi, se pure esiste una scuola pubblica di teatro, al massimo forma comparse e mascherine di sala.
    Concordo con l’esaltazione dell’attività del Bellini, che dimostra che si possono fare programmi di qualità fuori da ogni guarattella di amici e parenti.
    Grazie per l’accuratissima recensione.
    Raffaele Mastroianni

  2. Enrico Fiore scrive:

    Caro Raffaele,
    grazie a lei, e per il complimento che mi fa e per l’attenzione con cui mi segue. Per il resto, c’è da osservare solo questo: il teatro di Emma Dante è un teatro che si confonde (e non disdegna di sporcarsi) con la vita, mentre il teatro che di solito si pratica a Napoli è un teatro di stampo accademico, che, in quanto tale, dalla vita rimane inesorabilmente (e colpevolmente) lontano.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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