Il sogno «scortecato» di Emma Dante, un Basile senza le fate

La scena conclusiva de «La scortecata» di Emma Dante, presentata al Festival dei Due Mondi di Spoleto (le foto dello spettacolo sono di Maria Laura Antonelli)

La scena conclusiva de «La scortecata» di Emma Dante, in scena al Bellini
(le foto dello spettacolo sono di Maria Laura Antonelli)

NAPOLI – Ripropongo la recensione de «La scortecata», lo spettacolo di Emma Dante, ora in scena al Bellini, che vidi nel luglio del 2017 durante il Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nello spazio scenico per il resto completamente vuoto, ci sono solo: in primo piano, due sedioline ai lati di un castello in miniatura, proprio un castello scintillante da libro di favole o da Disney; e in fondo un baule di quelli che i teatranti usano per riporvi costumi e attrezzi. Sulle sedioline due uomini, in felpa col cappuccio, che si succhiano un dito. Ma interpretano i ruoli di Carolina, che dice: «Me fa schifo, me vene a vummeca’!», e di Rusinella, che dice: «Zuca, Caruli’! Nun te lamenta’. Ha da deventa’ liscio comme lo dito de ‘nu criaturo. Zuca!». Finché si tolgono le felpe e restano in sottovesti lise e povere calze di cotone al ginocchio.
È la sequenza iniziale de «La scortecata», lo spettacolo di cui Emma Dante firma il testo, la regia, gli elementi scenici e i costumi. E contiene, a mo’ di riepilogo introduttivo, tutti i temi dell’allestimento. Ma, prima di procedere con l’analisi di quest’ultimo, sarà utile ricordare quanto trasmette la sua fonte, il decimo racconto, «La vecchia scortecata», della prima giornata de «Lo cunto de li cunti» di Giambattista Basile.
Il re di Roccaforte s’innamora della voce della più anziana di due sorelle vecchie e brutte che vivono rintanate in un «basso» sotto le sue finestre. E quella, che di sé, per impedire che scopra quanto sia repellente, gli ha mostrato solo un dito adeguatamente succhiato per farlo ridiventare liscio, finisce, sì, a letto col re, ma al buio. Di modo che, quando al mattino il re s’accorge dell’inganno, fa gettar giù dalla finestra la vecchia, che rimane appesa ai rami di un albero. E passate di lì certe fate che l’hanno trasformata in una bellissima ragazza e andata sposa al re, racconta alla sorella minore che la sua trasformazione l’ha ottenuta facendosi scorticare. Sicché la sorella minore, invidiosa, corre da un barbiere affinché, col rasoio, le tiri via dal corpo tutta la pelle avvizzita. E, naturalmente, ci resta secca.
Ebbene, Emma Dante, come s’è visto, a sua volta trasforma il racconto in terza persona di Basile in un dialogo fra le due sorelle. E fin qui è tutto ovvio, trattandosi di tradurre in teatro la letteratura; ma, poi, fa molto di più.
La prima cosa che fa è quella, per l’appunto, di affidare i ruoli delle sorelle in questione a due uomini. In breve, si esce dalla dimensione realistica e si entra, proprio grazie alla finzione teatrale, in un sogno prolungato. Le due sorelle si scambiano continuamente i ruoli, e fanno, a turno, anche la parte del re. Finché, entrata nella finzione sino a precipitare nell’incubo e nel delirio, sarà la sorella minore, Carolina, a sognare (ciò ch’è assai meno logico) di poter ridiventare giovane. E, altro che fate, sarà lei a pensare di poter ridiventare giovane lasciandosi scorticare. Lo chiede alla sorella maggiore e Rusinella, manco a dirlo, l’accontenta.

Da sinistra, Carmine Maringola e Salvatore D'Onofrio in un altro momento dello spettacolo

Da sinistra, Carmine Maringola e Salvatore D’Onofrio in un altro momento dello spettacolo

Già, qui la logica è completamente fuori gioco. Il succhiarsi il dito dell’inizio configura una regressione al livello infantile. E, attraverso un’efficacissima sottolineatura per contrasto, da una simile regressione si passa in seguito a un’autentica esplosione di energia sessuale, quando – sull’onda di «Comme facette mammeta» cantata da Pietra Montecorvino, inquietante come un corale da messa nera – le due sorelle si scatenano al proscenio in un’orgia gestuale parossistica che trasforma quel dito in un membro e l’operazione del succhiarselo nella mimesi di un pompino.
Si capisce, poi, che la sottolineatura per contrasto viene realizzata – con un’invenzione non meno radicale e pertinente – anche per mezzo dello scarto determinato fra la dimensione onirica e il linguaggio adoperato dalle due sorelle, sul quale Emma Dante scarica un tasso di sconcezze che diventa via via più pesante: giacché, ad esempio, si parte con una battuta scherzosa come «Si miette ‘a capuzzella ccà ffore t’arrestano per oltraggio al pudore», si prosegue con l’insulto tutto sommato innocuo «Si’ talmente brutta ca fai schifo pure ‘o scuro» e si arriva al tremendo vomito coprolalico «De juorno me lo zucavo comm’a tte, ‘a notte, primma de irme a curca’, m’ ‘o levavo d’ ‘a vocca e m’ ‘o ‘mpezzavo ‘nculo».
Ma subito, a riprova del gioco sapiente qui innescato, una simile volgarità sfocia in uno «strascino» ad un tempo classico e ironico, allorché Carolina rovescia sulla sorella che sta facendo la parte del re un’incredibile valanga di epiteti tanto aspri quanto, per l’appunto, immaginifici: da «cesso a viento» a «cannarone fraceto», da «mutanna chiena ‘e pertuse» a «serpente cecato», da «puparuolo ‘mbuttunato ‘e mmerda» a «pireto ‘mbarzamato». E il tutto, così, si solleva dall’osceno per assurgere a un anarchico balletto grottesco sopra le righe, che poi, per suo conto, approda a un tragica ineffettualità. Giusto l’ineffettualità di una vita soltanto sognata, e sognata fino al punto di rovesciarsi in follia pura.
Insomma, torniamo ancora una volta alla sottolineatura per contrasto. A fronte della struttura formale semplice dello spettacolo ci s’imbatte, sul piano concettuale, in un’operazione assai complessa e profonda. Il realismo, se esasperato, prima tracima nel surreale e poi si dissolve nell’astrazione. E così i personaggi di una storia scritta (e soprattutto i personaggi di una storia scritta, ripeto, in terza persona) ne restano prigionieri, si oggettivizzano; ma se escono dalla pagina scritta e diventano corpi, come avviene quando arrivano sul palcoscenico interpretati dagli attori, allora acquistano, certo, una propria autonomia sul versante della vita fisica, però si tratta di un’autonomia del tutto singolare: dal momento che continuano ad essere portatori della storia da cui sono usciti pur non essendone più prigionieri, ecco che, adesso, la vivono per l’appunto come un sogno.
Esemplari, al riguardo, sono la precisione e la coerenza con cui Emma Dante illustra un quadro siffatto: basterebbe por mente a quel «basso» che si riduce alla sola porta d’ingresso, giacché la porta significa nella circostanza la soglia, ovvero proprio il «luogo» del passaggio dalla dimensione dell’esterno (la realtà, la storia) a quella dell’interno (la mente, l’inconscio). Ed è inutile, in proposito, sprecare parole sulla straordinaria bravura dei due interpreti in campo, Carmine Maringola (Carolina) e Salvatore D’Onofrio (Rusinella).
Piuttosto, chiudo con gli ultimi due esempi dell’ossimoro in cui splendidamente s’incarna «La scortecata»: allo svagato «Mambo italiano» cantato da Carosone che commenta le comiche piroette sotto le lenzuola del re e della presunta giovincella corrispondono prima quel mostrarsi di Carolina sempre e soltanto di spalle quando Rusinella nelle vesti di un re settecentesco finge d’essere una fata che la rigenera nelle forme della «Reginella» cantata (non a caso) da un Massimo Ranieri giovanissimo e poi, nella scena conclusiva, quell’esecuzione che, grazie alle raffinate luci di Cristian Zucaro, richiama il «Giuditta e Oloferne» di Caravaggio (un quadro, ancora non a caso, tramato d’irrealtà e simbolismo) mentre in sottofondo si sente Pino Daniele: il racconto di quel vecchio che «cammina, cammina / vicino ‘o puorto / e chiagnenno aspetta ‘a morte».

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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