Se ad Amburgo l’Ofelia di Shakespeare s’imbatte nel Führer

Da sinistra, Paola Roscioli e Micaela Casalboni in un momento di «Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia» (le foto che illustrano questo articolo sono di Nicola Bruschi)

Da sinistra, Paola Roscioli e Micaela Casalboni in un momento di «Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia»
(le foto che illustrano questo articolo sono di Nicola Bruschi)

SAN LAZZARO DI SAVENA – Gertrud Danischer: «Io non ho ucciso Ofelia von Pohlisch, io ho salvato Ofelia von Pohlisch». Ancora Gertrud Danischer: «Di questi tempi è molto meglio non affezionarsi a nessuno». E infine Ofelia von Pohlisch, che – a proposito della paura che una di loro due cada mentre ballano – osserva: «Insomma è tutto un reggersi l’uno con l’altro…».
Ecco, credo che siano queste tre battute a costituire i cardini su cui ruota «Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia», l’atto unico di Pietro Floridia che il Teatro dell’Argine ha allestito, per la regia dell’autore, in occasione della Giornata della Memoria: perché danno conto, insieme, del plot, della contingenza storica che lo ispira e dell’atmosfera psicologica che l’uno e l’altra determinano. E a dimostrarlo bastano pochissimi cenni esplicativi.
Tiergartenstrasse 4 era l’indirizzo della villa di Berlino trasformata dal 1941 al ’45 nel quartier generale dell’Aktion T4, il programma riguardante l’eutanasia, ossia la «morte pietosa», con cui i nazisti soppressero oltre duecentomila disabili fisici e psichici. Fu il cosiddetto «Olocausto minore»; e la «filosofia» dei pianificatori hitleriani verteva sulla convinzione aberrante che non ci fosse posto nel «nuovo ordine» per «vite indegne di essere vissute». Ma, in effetti, quell’eutanasia di massa servì a perfezionare i metodi e gli strumenti che vennero utilizzati nello sterminio degli ebrei.
In questa cornice, dunque, si colloca l’incontro, ad Amburgo, tra Ofelia, che una forma di ritardo mentale ha inchiodato all’età di una bambina di otto, nove anni, e Gertrud, l’infermiera mandata dall’ospedale di stato «Langehorn» per stabilire se Ofelia debba finire o meno nella famigerata villa di cui sopra. E si capisce che a poco a poco fra le due donne nascono un affetto e una solidarietà che spingeranno l’infermiera nazista prima a rischiare il campo di concentramento pur di sottrarre Ofelia al tragico destino che le è stato preparato e poi, finita la guerra, a comparire davanti al tribunale delle forze alleate, accusata, per l’appunto, di aver soppresso la giovane malata.
In realtà, Ofelia, puramente e semplicemente, sparì. Gertrud racconta che, circa un mese prima d’essere arrestata dalla polizia militare americana, andò a cercarla sulla riva del fiume, nel punto in cui, dopo la guerra, era solita portarla nelle giornate di sole: «Sembrava essere l’unico posto in cui riacquistasse un po’ di serenità. Ci passava le ore, all’ombra di un salice, a intrecciare fiori: margherite, ortiche, orchidee rosse. Guardava l’acqua e canticchiava, sì, canzonette di bambina senza senso. Quella volta però non c’era. C’era una ghirlanda sulla riva, ma lei non c’era».
Già, questa Ofelia sceglie di condividere la morte che aveva scelto la sua omonima shakespeariana. Ed è solo una delle molte citazioni, ad un tempo lievi ed estremamente mirate e significanti, che tramano e potenziano il testo di Floridia. Tanto per fare un altro esempio, Ofelia, parlando della morte del padre, dice che era «bianco come la neve il suo sudario». E con ciò, naturalmente, parafrasa quanto De André cantò a proposito del «re senza corona e senza scorta» che bussò tre volte alla porta della sua Marinella.
Ma la differenza fra la Marinella di De André e la Ofelia di Floridia è che, se quella viveva senza nemmeno «il sogno di un amore», questa un amore ce l’ha: per i fiori che coltiva nel giardino di casa richiamato dal titolo. E si tratta di un amore esclusivo e totalizzante, che tocca una dimensione ontologica e, così, può addirittura prendere il posto del circostante mondo privo di bellezza e di fraternità. Non a caso, è a quei fiori, come a uno scudo per l’anima, che Ofelia sa di poter ricorrere quando in ospedale la violenteranno: «Se mi faranno le cose io penserò a voi. Che ci siete tutti. Se mi faranno le cose forse sentirò il vento. Nel naso avrò il vostro profumo. Di tutti voi. Che mi state aspettando».
Sì, il pregio non comune di «Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia» sta nella perfetta sovrapposizione dell’«interno» all’«esterno», come portato della strenua volontà di trovare in sé la forza per sconfiggere l’assedio dell’orrore ideologico e politico dilagante. Di modo che, a ribadire il carattere totalizzante dell’amore che sente per i fiori, Ofelia arriva ad interpretare il dramma che le si va svolgendo intorno proprio attraverso le parole della consolazione minima che alberga nella sua mente disastrata: «[…] il signor Hitler che è un grande giardiniere voleva usare non lo spicchio d’aglio che uso sempre io per i pidocchi delle rose ma gli insetticidi ha capito signorina Gertrud quelli chimicimici che eliminano tutto… anche il profumo… e poi erano preoccupati per la crescita delle erbacce grasse… i grassi erbei erbei così dicevano da estirpare e lasciare fitti fitti uno sull’altro sul luogo medesimo con le radici all’aria così muoiono soffocati…».

Da sinistra, Micaela Casalboni e Paola Roscioli in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Pietro Floridia

Da sinistra, la Casalboni e la Roscioli in un altro momento dello spettacolo, scritto e diretto da Pietro Floridia

Aggiungo solo, di passaggio, che – giusto l’esempio della battuta di Ofelia «Insomma è tutto un reggersi l’uno con l’altro…» – un barlume di sorriso s’accende a tratti in queste tenebre. E serve ad assicurare un efficacissimo straniamento contro il rischio della retorica e del patetismo che affrontare una simile materia comportava.
A tanto, del resto, obbedisce il fortemente simbolico impianto generale dello spettacolo. Campeggia, al centro dello spazio scenico disegnato da Nicola Bruschi, una struttura composta da una scala a pioli dalla cui sommità scende verso il pavimento, ingombro di fiori rinsecchiti e vecchie valigie, una lunga trave: e siamo, evidentemente, di fronte all’ascesa verso il cielo della speranza instillata dal microcosmo dei familiari e degli amici di Ofelia e alla discesa verso la disperazione indotta da un mondo insieme più grande e più chiuso.
A un certo punto – ed è la sequenza decisiva dello spettacolo – Ofelia sale su quella trave e prende a trascinarsi verso la sommità della scala. Ma non riesce a raggiungerla, si accascia mentre si leva lo «Stabat Mater» di Pergolesi. E parliamo, insomma, di una sequenza che costituisce la sintesi probante della strategia registica di Floridia: fondata, per parafrasare il titolo del film di Robbe-Grillet, sugli spostamenti progressivi del sentimento, da una certa dimensione a un’altra opposta.
È lo stesso piano su cui si colloca, con pari forza espressiva, la splendida e toccante prova delle due interpreti in campo, Micaela Casalboni (Ofelia) e Paola Roscioli (Gertrud): una prova degna di figurare non solo in un’ideale antologia delle performances attorali degli ultimi anni, ciò che sarebbe ovvio, ma anche e soprattutto in quello che vorrei definire come una sorta di Yad Vashem della nostra coscienza di cittadini.
Questo spettacolo non è nuovo, risale al 2003. Ma il Teatro dell’Argine non smette di riproporlo, in ogni occasione significativa. Adesso, ripeto, l’ha riproposto in occasione della Giornata della Memoria. E l’ha fatto vedere ai ragazzi delle scuole e con loro ne ha discusso, ritrovando, così, la vocazione del rito comunitario in cui consiste la natura profonda del teatro.
Ma tanto, in fondo, rientra nell’attività normale che da sempre distingue il Teatro dell’Argine. Di più c’è che questo riallestimento di «Tiergartenstrasse 4» serve anche a celebrare il ventesimo anniversario della compagnia. E tanto è assai meno normale. Perché fa tornare a galla almeno due cose politicamente scorrette: che non è un caso, ne sono convinto, che una simile scelta sia stata compiuta da una compagnia teatrale che opera in un territorio a lungo governato dal Partito Comunista Italiano; e, poi, che non bisogna buttare via il famoso bambino (l’idea comunista) insieme con l’acqua sporca (il tristissimo ectoplasma del Pci rappresentato oggi dal Pd).
Niente passa invano. Ed è inevitabile che il seme gettato rimanga per un certo tempo sepolto prima che produca frutti. Scrisse Mario Tobino: «La storia procede con invincibile logica, e gli uomini la tessono».

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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