Adriana ricorda e dimentica. In nome della vita e dell’allegria

Adriana Asti, 86 anni, in un momento di «Memorie di Adriana», in scena al Teatro Franco Parenti (le foto che illustrano questo articolo sono di Maria Laura Antonelli)

Adriana Asti, 86 anni, in un momento di «Memorie di Adriana», in scena al Teatro Franco Parenti
(le foto che illustrano questo articolo sono di Maria Laura Antonelli)

MILANO – Non accade quasi mai che il titolo del testo non teatrale da cui è tratto uno spettacolo teatrale coincida perfettamente con il contenuto e la forma di quello spettacolo. Ma accade, adesso, con «Memorie di Adriana», lo spettacolo, in scena al Teatro Franco Parenti, tratto per la regia di Andrée Ruth Shammah dal testo autobiografico di Adriana Asti intitolato «Ricordare e dimenticare».
È un ossimoro che, per l’appunto, determina sia ciò che vediamo e sentiamo nel corso della rappresentazione sia l’aspetto che di volta in volta assumono le immagini e le parole relative alla rappresentazione medesima; e si spinge, addirittura, a inquadrare la natura stessa del mezzo che quella rappresentazione veicola: poiché, lo sappiamo, i ricordi attengono al passato, mentre il teatro conosce solo l’opzione del presente.
Ecco, allora, che – tanto per cominciare – sul palcoscenico si materializza (questa l’invenzione decisiva dell’adattamento di «Ricordare e dimenticare», firmato dalla stessa Shammah) non Adriana Asti, ma la «parte» di lei – a turno il cervello, l’anima, la coscienza, il cuore – che parla di Adriana Asti in terza persona. E ne deriva che la Asti, nello stesso tempo, è presente in tutta l’estrema concretezza del suo stato di attrice d’alto rango e da quello stato prende continuamente le distanze, guardandosi e giudicandosi dall’esterno.
Si tratta, naturalmente, anche e soprattutto di una celia autoironica, che finge persino l’impossibilità che lo spettacolo si faccia: quando, in apertura, il direttore del teatro, balbettando, dice agli spettatori: «Scusate… la Signora Asti non può… non vuole… Sono spiacente di comunicarvi che lo spettacolo “Memorie di Adriana” non potrà andare in scena». Il che fa il paio con ciò che afferma il «doppio» dell’attrice: «Quando ha deciso di fare del teatro è stato per condurre un’altra vita rispetto a quella che le era stata destinata», aggiungendo, come se non bastasse (e sempre in chiave di ossimoro, a fronte della carriera strepitosa della Asti), che «ha continuato con questo senso di incompetenza».
Del resto, va considerato, in proposito, che il racconto di quella carriera da parte dell’«ectoplasma» della Asti prende le mosse da circostanze minime, sì, ma evidentemente evocate sotto specie di prodromi simbolici: «[…] nel Miles gloriosus di Plauto faceva uno schiavo ubriaco di quarantacinque anni. Lei ne aveva diciassette, ed era indifferente allo smarrimento degli spettatori. Poi è stata un paggio nella Dodicesima notte di Shakespeare: in scena avrebbe dovuto cantare, ma la doppiava qualcun altro dietro le quinte. Faceva anche il trovarobe: doveva mettere gli oggetti in scena prima che si alzasse il sipario. Non mancava di serietà né di buona volontà ma… confondeva le cose e nessuno trovava niente al posto giusto!».

Adriana Asti in un altro momento dello spettacolo, diretto da Andrée Ruth Shammah

Adriana Asti in un altro momento dello spettacolo, diretto da Andrée Ruth Shammah

Il tutto, d’altronde, è chiarissimamente dichiarato come recita dal fatto che l’«ectoplasma» compare indossando a mo’ di mantello un pezzo di sipario e come gioco dalla presenza, all’inizio e verso la fine dello spettacolo, e perciò in posizione fortemente icastica, di un’antica canzoncina infantile tedesca di Ernst Anschütz: «Fuchs, du hast die Gans gestohlen, / gib sie wieder her. / Sonst wird dich der Jäger holen / mit dem Schießgewehr (Volpe, hai rubato l’oca, / restituiscila. / Altrimenti il cacciatore ti prenderà / con il fucile da tiro)».
Quindi, adesso canta, Adriana Asti, e come, è noto, sa fare benissimo. Oltre alla canzoncina citata canta, per la cronaca, «Parlez-moi d’amour», «Paris, je t’aime d’amour», «L’important c’est la rose», «Johnny, wenn du Geburtstag hast», «Lili Marlene», «Nostalgia de Milan», «Montecarlo». E canta, dunque, non solo in francese (lo parla perfettamente perché vive a Parigi) e in dialetto milanese (lo parla perfettamente perché a Milano nacque), ma anche – ciò che era assai meno ovvio – in tedesco. E per il resto, si snodano gli episodi salienti, tutti assolutamente indicativi, di una vicenda artistica straordinaria, nel corso della quale la Asti ha ispirato autori come la Ginzburg, Siciliano, Patroni Griffi, Cesare Musatti e Franca Valeri; ha scritto in proprio due commedie, «Caro professore» e «Alcool», e due romanzi pubblicati in Francia, «Rue Ferou» e «Se souvenir et oublier (appunto “Ricordare e dimenticare”)»; ed è stata diretta in teatro da Visconti, Strehler, Ronconi, Pinter, Susan Sontag, Arias e al cinema, fra gli altri, dallo stesso Visconti e da Buñuel, De Sica, Pasolini, Bertolucci, Bolognini, Brass, Giordana e Téchiné.
Così, poniamo, il «doppio» della Asti alterna in maniera impagabile la leggerezza («”Tu in scena dovrai essere nuda!”… glielo disse Luchino con il suo accento milanese… Non era previsto nelle didascalie dell’autore (il Pinter di «Vecchi tempi», n.d.r)… Ma lei non aveva nessuna inibizione: gli ha subito detto sì… perché venerava il Conte. Lui l’ha fatta tingere di biondo, compreso lì… In scena si toglieva un accappatoio bianco. E i suoi partner – Umberto Orsini e Valentina Cortese – la cospargevano di cipria ogni sera. Da allora non ha più smesso di spogliarsi!»); l’accoramento (Pasolini «[…] Non somigliava a nessuno, non imitava nessuno: era una specie di diamante che non si scalfisce. Fu ammazzato, massacrato. Mai avrei creduto che sarebbe morto. Da giovani ci si crede immortali. E si credono immortali i propri amici. E alla fine si deve accettare l’idea che si è mortali»); e un’allegria che accarezza persino la riflessione sulla fine («La morte – si sa – è una liberazione. E se cosciente anche in punto di morte sarò di buon umore, perché quella sarà una partenza davvero nuova. Non ci sarà più il sé. Si farà parte della natura, ci si trasferirà nella materia, nel tutto. Morire sarà come andare via dalla propria casa. Insomma, un sogno, da sempre».

Ancora un'immagine della Asti nello spettacolo autobiografico  «Memorie di Adriana»

Ancora un’immagine della Asti nello spettacolo autobiografico «Memorie di Adriana»

Già, il cerchio si chiude nel segno di una salutare coerenza. Torniamo all’Adriana Asti che, se decise di fare del teatro, fu per condurre un’altra vita rispetto a quella che le era stata destinata. E dal canto suo, Andrée Ruth Shammah rende un simile quadro con una precisione ammirevole, anche lei, peraltro, concedendosi all’autoironia. Un’autoironia che, molto intelligentemente, assume un carattere strutturale: come quando, ad esempio, moltiplica il gioco su cui si fonda e si regge lo spettacolo trasformando il direttore del teatro in un «doppio» di se stessa che dice al «doppio» della Asti: «Se lei volesse… mi piacerebbe sentire un pezzo della Maria Brasca, quello che le ha fatto fare la Shammah… lo sbrinz!».
Infine, dovrei dire della prova che la Asti – adeguatamente affiancata da Andrea Soffiantini (il direttore del teatro), da Andrea Narsi (un ammiratore) e da Giuseppe Di Benedetto al piano – fornisce in quanto attrice. Ma rischierei di dire ovvietà e banalità. E perciò mi limito a parafrasare il citato giudizio che il «doppio» di Adriana dà di Pasolini: la Asti è un diamante che nemmeno i suoi ottantasei anni riescono a scalfire. E la cosa più importante (ed emozionante) di questo spettacolo sta nel fatto che nello stesso – dopo la classe, dopo lo stile, dopo la tecnica, dopo la verve dell’interprete – arriva il coraggio della donna.
Il finale prende in prestito quello di «Un tram che si chiama Desiderio», con il direttore del teatro e l’ammiratore nelle vesti del dottore e dell’infermiera di Tennessee Williams che portano Blanche Dubois al manicomio. Il dottore/direttore del teatro dice: «Per oggi basta così». L’infermiera/ammiratore dice: «Dobbiamo andare». E Blanche Dubois/Adriana Asti dice «Va bene» e aggiunge, in parte, la celebre battuta del testo di Williams: «Mi fido sempre della gentilezza degli estranei»; ma poi si ferma e obietta al direttore del teatro: «Sì, ma se lei deve fare il dottore si metta il camice, non è credibile! E comunque, stasera, il finale del “Tram che si chiama Desiderio”… non lo faccio!».
Affiorano la ferita e il dolore dei disturbi mentali che un tempo (di qui il rapporto complesso e tormentato con Musatti) aggredirono la Asti. Alla fine, davanti agli applausi irrefrenabili e commossi, nei suoi occhi luccica qualcosa che forse è una lacrima. Ma, se è una lacrima, brilla come una luce insieme piccola e indomabile. E così, dovendo concludere con una sintesi complessiva dello spettacolo, lo faccio ricordando l’Adriana che nel 2009, per la regia di Robert Wilson, si calò nelle vesti della Winnie di «Giorni felici».
Al posto delle costellazioni di Beckett non c’erano che segmenti di tubi al neon. Ma quello spettacolo freddo come un teorema trovava al termine un’Adriana Asti che – intonando uno smarrito e pure intrepido «Tace il labbro» – era capace di spremere da tanto vuoto un brivido di tenerezza.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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