Finisce sulla sedia a rotelle il «raisonneur» di Pirandello

Maria Paiato in un momento di «Così è (se vi pare)», in scena al Bellini (le foto che illustrano questo articolo sono di Bepi Caroli)

Maria Paiato in un momento di «Così è (se vi pare)», in scena al Bellini
(le foto che illustrano questo articolo sono di Bepi Caroli)

NAPOLI – Come sappiamo, in «Così è (se vi pare)» – ora al Bellini, in un allestimento prodotto dallo Stabile di Torino e diretto da Filippo Dini, al suo primo Pirandello – l’azione si svolge nel salotto e nello studio del consigliere di prefettura Agazzi: ossia in un ambiente davvero non a caso alto borghese, e dove, ancora non a caso, capitano tre emblematici, ed emblematicamente frustrati, rappresentanti della piccola borghesia: la signora Frola, per la quale il genero, il signor Ponza, è un pazzo convinto d’essersi sposato per la seconda volta dopo la morte della prima moglie, sua figlia; il signor Ponza, per il quale la pazza è sua suocera, convinta che la figlia, morta da quattro anni, sia ancora viva; e, infine, la signora Ponza, per la quale la verità è che lei è «sì, la figlia della signora Frola (…) e la seconda moglie del signor Ponza», con il codicillo: «… sì; e per me nessuna! nessuna! (…) Per me, io sono colei che mi si crede».
Ebbene, il susseguirsi, anche buffo, delle entrate e delle uscite dei personaggi in questione costituisce un «movimento» che – per dirla con Roberto Alonge – «perde tutta la sua artificiosa legnosità se lo si legge come movimento tipico di un tribunale dove imputati e testi sono introdotti in successione immediata». Infatti, qui siamo di fronte a un vero e proprio processo. E quindi il salotto e lo studio del consigliere Agazzi diventano davvero, senza ombra di dubbio, il «poliziesco luogo di tortura» in cui, secondo l’acuta interpretazione di Giovanni Macchia, si trasforma immancabilmente il palcoscenico nel teatro del Girgentino.
Qui, però, trionfa ancora una volta la sostanziale ambiguità di Pirandello: perché quel processo – in cui la borghesia, alta o piccola che sia, interpreta contemporaneamente i ruoli di accusatore e di accusato – non si conclude con una condanna esplicita dei mille «trucchi» che la borghesia medesima escogita per autoilludersi e, così, sopravvivere. Anzi, le battute finali della signora Ponza (per la quale, ripeto, la verità è che lei è «sì, la figlia della signora Frola […] e la seconda moglie del signor Ponza», con il codicillo: «… sì; e per me nessuna! nessuna! […] Per me, io sono colei che mi si crede») suonano come un’effettiva assoluzione e, dunque, legittimazione di quei «trucchi»: l’uno di essi vale l’altro, e al cospetto del loro insieme l’individuo non può che annullarsi.
In «Così è (se vi pare)» (la commedia fu tratta nel 1917 dalla novella «La Signora Frola e il Signor Ponza suo genero») s’accampa, insomma, una situazione «liquida», che, cioè, continuamente appare, presentandosi in un certo modo, e subito dopo si dilegua, assumendo un aspetto completamente diverso. E ancora non a caso, dunque, nel testo ricorre più volte la parola «fantasma». È la vera e propria parola-chiave. Perché la verità che i borghesi in campo spasmodicamente inseguono (o, per meglio dire, fanno finta d’inseguire) costituisce solo un alibi, il sogno di una via di fuga dall’impotenza e dall’ineffettualità.

Filippo Dini e Benedetta Parisi in un altro momento dello spettacolo, diretto dallo stesso Dini

Filippo Dini e Benedetta Parisi in un altro momento dello spettacolo, diretto dallo stesso Dini

A riassumere tutto questo è il personaggio di Lamberto Laudisi, l’autentico «raisonneur» che cerca di mettere ordine nel caotico affollarsi, sovrapporsi e contraddirsi delle ipotesi. Nella prima scena del secondo atto ribatte, a Sirelli che gli ha obiettato: «E allora – pazzo – nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!», con la battuta seguente, che vale la pena di riportare per intero: «E chi dei due? Non potete dirlo voi, come non può dirlo nessuno. E non già perché codesti dati di fatto, che andate cercando, siano stati annullati – dispersi o distrutti – da un accidente qualsiasi – un incendio, un terremoto – no; ma perché li hanno annullati essi in sé, nell’animo loro, volete capirlo? creando lei a lui, o lui a lei, un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà, dove essi vivono ormai in perfetto accordo, pacificati. E non potrà essere distrutta, questa loro realtà, da nessun documento, poiché essi ci respirano dentro, la vedono, la sentono, la toccano! – Al più, per voi potrebbe servire il documento, per levarvi voi una sciocca curiosità. Vi manca, ed eccovi dannati al meraviglioso supplizio d’aver davanti, accanto, qua il fantasma e qua la realtà, e di non poter distinguere l’uno dall’altra!».
Ancora Laudisi, del resto, traduce lo sbocco nella banalità del gossip strapaesano della presunta «indagine» di quei «curiosi». Rivolge ad Amalia – la moglie di Agazzi e, per giunta, sua sorella – la solo apparentemente incidentale battuta ironica: «Sospettate forse che facciano all’amore, suocera e genero?». Ma ecco che arriva la più radicale delle molte (e tutte assolutamente fondate e pregnanti) invenzioni di Dini, il quale, aggiungo subito, firma uno spettacolo di livello eccellente, e per la profondità dei contenuti e per la brillantezza della forma: quel «raisonneur», che la didascalia iniziale di Pirandello definisce «svelto» ed «elegante», qui viene costretto su una sedia a rotelle.
In breve, rientra anche lui nella dimensione dell’impotenza e dell’ineffettualità di cui sopra. E infatti, altra invenzione straordinaria, nella terza scena del secondo atto esce, dallo specchio che accoglie l’immagine di sé con la quale Laudisi sta parlando, il fantasma senza volto di una donna che, sempre non a caso, scopriremo essere interpretata dalla stessa attrice che nel finale interpreterà la signora Ponza. E balla con quel fantasma, Laudisi. Giacché tutti loro sono dei fantasmi, identici l’uno all’altro e dunque, per l’appunto, sovrapponibili.
Aggiungo, per di più, che anche le scene di Laura Benzi s’accordano intelligentemente con un simile quadro: vedi quel divano e quelle poltrone coperti con panni bianchi, a indicare una casa nella realtà disabitata, e vedi, soprattutto, quelle pareti mobili che di continuo modificano lo spazio. Uno spazio in cui si determinano da un lato la presenza, invadente ma priva di senso, di un secondo cameriere inventato, uno spastico che sfarfalleggia tenendo in mano un bambolotto (l’innocenza dell’impossibile verità qui perseguita), e dall’altro quella, spesso sfuggente, di un’Amalia che a un certo punto si sposta sul fondo e per una decina di minuti dà luogo a una serie ininterrotta di controscene enigmatiche, alternativamente mostrata e nascosta dalle citate pareti mobili.
Per concludere, direi che questo spettacolo, acuto e divertentissimo insieme, gelido come una lama e comico come la più scatenata delle farse, si colloca sullo stesso incerto confine fra il realismo e la mistificazione su cui Alonge collocò Pirandello in generale. E, si capisce, il merito di un risultato del genere va attribuito, e in non piccola misura, anche alla prova maiuscola degl’interpreti: dei quali cito almeno – accanto ai protagonisti Maria Paiato (davvero eccezionale nel ruolo della signora Frola), Andrea Di Casa (il signor Ponza) e lo stesso Filippo Dini (Laudisi) – Nicola Pannelli (Agazzi), Orietta Notari (la signora Cini) e, specialmente, Mariangela Granelli, che, nel ruolo della signora Amalia, si conferma come una delle migliori attrici oggi in circolazione.
Alla seconda recita, quella a cui ho assistito io, teatro gremito in ogni ordine di posti, applausi scroscianti e convinti al termine e commenti tutti positivi all’uscita. Vivaddio, finalmente un allestimento pirandelliano senza sofismi intellettualistici e tuttavia, nella sua linearità, fedelissimo allo spirito e alla lettera di Pirandello.

                                                                                                                                           Enrico Fiore

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4 risposte a Finisce sulla sedia a rotelle il «raisonneur» di Pirandello

  1. Francesco Scotto scrive:

    Gentile Dott. Fiore,
    impossibile non concordare con la sua analisi: un Pirandello con una regia intrigante e finalmente non scolastica!
    Ritiene che quel Laudisi sulla sedia a rotelle possa raffigurare un malato psicosomatico (all’inizio ci viene presentato quasi come un infermo accudito, che fa pensare al “Marat-Sade” di Weiss), che rifiuta quella stridula comunità – quasi da talk show televisivo – in cui è costretto a vivere? Non a caso nel finale riesce ad alzarsi per abbracciare la Verità.
    Un cordiale saluto.
    Francesco Scotto

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Signor Scotto,
    certo, è plausibile anche la sua lettura, a proposito del personaggio di Laudisi così come lo ha messo in scena Dini. Ma, ripeto, a me sembra che la sedia a rotelle su cui è costretto lo collochi “di diritto” nella stessa dimensione d’impotenza e d’ineffettualità che imprigiona tutti gli altri. E del resto, se può ballare con un fantasma, significa che pure lui è un fantasma.
    Ringraziandola per l’attenzione, le ricambio i saluti con altrettanta cordialità.
    Enrico Fiore

  3. Enrico Marcotti scrive:

    Carissimo Enrico,
    non posso che concordare con il tuo giudizio. Io ho visto lo spettacolo con nel ruolo del signor Ponza Giuseppe Battiston, il quale aggiungeva al suo personaggio un che di confusa, fosca assertività. Per me quello di Dini è uno dei Pirandello di maggior pregio degli ultimi anni, anche perché sposta di netto l’asse della riflessione, e soprattutto, come dire?, restituisce una centralità scintillante alla pletora dei curiosi, tante volte “inghiottiti” dai “diversi”, come chiamava Castri i tre protagonisti.
    Un caro saluto.
    Enrico Marcotti

  4. Enrico Fiore scrive:

    Mi fa piacere, caro Enrico, che siamo d’accordo (lo è anche il pubblico, come ho scritto) sull’alta caratura dello spettacolo di Dini: significa che la qualità, se c’è, non può non essere riconosciuta.
    Ti ringrazio dell’attenzione e ti ricambio il saluto con uguale affetto.
    Enrico Fiore

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